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I "Matti" di Vallinotto

RIVALTA. I ‘Matti’ di Vallinotto, ieri e oggi

“Mi chiedo se oggi sarebbe ancora possibile fare una foto come quella. Vivevamo allora un momento particolare, di grande interesse per la crescita civile. Oggi magari qualcuno direbbe ‘siamo sicuri, è una immagine vera o una bufala?'”. Mauro Vallinotto, autore di una serie di scatti-denuncia che fecero storia prima della legge Basaglia, parla così della sua fotografia più famosa: il ritratto della bambina nuda, legata mani e piedi alle sbarre di ferro del letto, che fu pubblicata nel paginone centrale del’Espresso il 26 luglio 1970, provocando l’intervento della magistratura che portò alla chiusura di Villa Azzurra, il manicomio torinese dei bambini.
Intorno a quello scatto, oggi esposto con molti altri nella mostra ‘Matti’ ospitata nel Castello degli Orsini a Rivalta di Torino sino al 10 maggio, gli organizzatori della rassegna hanno creato un incontro moderato dal presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte Alberto Sinigaglia, che ha visto l’intervento di tre psichiatri tra cui Annibale Crosignani, colui che il 4 aprile 1969 con due colleghi liberò le 120 donne rinchiuse nel manicomio femminile di Torino. A fare da contrappunto due scrittori: Simona Vinci e Alessandro Perissinotto i quali, uno all’insaputa dell’altro, hanno dato della bimba nuda di Villa Azzurra una descrizione di ‘tremenda bellezza’, come ha sottolineato Vallinotto. Vinci, con il romanzo ‘La prima verità’, ci ha vinto il Campiello. “Ho stampato quell’immagine su un foglio A4 prima di sapere cosa fosse e quando fosse stata fatta, mi ha accompagnata per tutta la stesura del libro. Sono stata una bambina pericolosa per sé e per gli altri: se fossi nata solo cinque anni prima del 1970, avrei potuto essere io quella bambina”.
Un’immagine della “geometria del dolore”, così nel suo romanzo Perissinotto fa definire lo scatto alla sua protagonista, una fotografa che si sofferma a lungo a osservare le linee formate dalle gambe unite e dalle braccia allargate della bambina, in una innaturale posa da Cristo inchiodato alla croce.
Il passato e la letteratura sono state però soprattutto uno spunto per parlare dell’oggi. A 40 anni dalla legge Basaglia, che nel 1978 ha sancito la chiusura dei manicomi, in Piemonte, ha ricordato lo psichiatra Giorgio Gallino – sono quasi 60 mila le persone seguite dai servizi psichiatrici, e si stima che i malati siano il doppio. Per loro la Regione spende il 3,13% delle risorse sanitarie, la maggior parte destinate al 5% dei pazienti, quelli seguiti in residenzialità. “Quasi 100 mila persone – ha ricordato Pino Luciano – lo psichiatra che con Crosignani contribuì alla chiusura dei manicomi torinesi – erano rinchiuse all’interno degli ospedali psichiatrici. Ma i manicomi – ha rimarcato – non si sarebbero chiusi se non ci fossero stati fotografi come Vallinotto, giornalisti e scrittori”. Loro, con la società civile di allora, ha sottolineato Crosignani, furono la spinta propulsiva che favorì quella che Gallino definisce come ‘la stagione eroica della psichiatria’.

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