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Rilasciò false dichiarazioni per progettere la sua famiglia in Sudan, in mezzo alla guerra civile

Si faceva chiamare Adam Amed, in Italia, per proteggere la sua famiglia rimasta in Sudan, nel mezzo della guerra civile. Non esattamente un falso nome, più semplicemente un diminutivo, perchè i guerriglieri potevano sterminare i suoi cari se si fosse saputo che apparteneva ai ribelli e aveva oltrepassato il Mediterraneo. Una storia triste e commovente raccontata l’altra settimana in aula, presso il Tribunale di Ivrea, dallo stesso Adam Amed, così almeno risultava registrato nel nostro paese. Di fronte al giudice Claudia Colangelo e al Pubblico Ministero Roberta Bianco, in un perfetto italiano, ha raccontato le ragioni per cui adesso si trova imputato con l’accusa di aver rilasciato false generalità, per fatti risalenti a dieci anni fa, quando sbarco’ a Lampedusa per arrivare poi a Chiesanuova presso il Centro di accoglienza per rifugiati politici. “Sono scappato nel 2003 – ha raccotato il ragazzo, 26 anni, origiario di Inyala, nel Durfur –. Facevo parte di un gruppo di ribelli. Sanno tutti che è scoppiata la guerra con un milione di morti. Quando sono arrivato nel 2004 non avevo con me alcun documento e non volevo che la mia famiglia rischiasse. Poi nel 2010 c’è stato l’accordo tra il govero e i ribelli e questo ci permette di ottenere il passaporto e tornare in Sudan. Sono andato all’Ambasciata a Roma e alla Questura di Torino per autodenunciarmi e dopo qualche mese mi è arrivata a casa la raccomandata del Tribunale”. Altri due connazionali, sentiti come testimoni, hanno riferito che rilasciare il nome falso o incompleto era pratica comune per chi si trovava in quella difficile situazione dov’era a rischio la vita, bene più prezioso di un piccolo reato sulla fedina penale. Il processo è stato rinviato al 27 giugno per sentire addirittura il console sudanese come richiesto dall’avvocato difensore.

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