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Riccio docet!

Riccio docet!
Nella campagna favriese mia moglie portando a passeggio l’anziano genitore sulla sedia a rotelle ha fotografato vicino a casa un riccio famoso per i suoi aculei pungenti e per un’incredibile mossa difensiva che lo rende davvero speciale. Questo animale quando si sente in pericolo, si appallottolato su se stesso e drizza tutti gli aculei fino a diventare quasi invulnerabile. Non a caso, esiste un vecchio modo di dire, chiudersi a riccio, ispirato proprio alla straordinaria capacità di questo animale molto utile alla campagna, specie protetta dalle leggi italiane, e conduce una vita notturna. Infatti, la gran parte delle sue prede, sono molto più abbondanti durante la notte ed è strano vederlo di mattina. Nonostante che dalla foto appaia un animale impacciato e insicuro nella sua camminata, il riccio è capace di correre e di nuotare molto velocemente. Nell’Antica Roma il riccio veniva allevato per la sua carne e; inoltre il pelo aculeato del dorso veniva utilizzato per cardare la lana e e come componente dei frustini per spronare i cavalli e per svezzare i vitelli. Col tempo, la fitta copertura di aculei ha fatto sì che il riccio venisse accostato ai capelli, e c’era la credenza che le e ceneri di questi animali, mischiate alla resina ed applicate sulla testa, erano ritenute un rimedio sicuro contro la calvizie. Nell’antica Babilonia era considerato l’emblema della dea madre Isthar, e pertanto simbolo di ricchezza del raccolto, forse in virtù della somiglianza con il Sole nella posizione rannicchiata con aculei in vista. Al tempo stesso non bisogna dimenticare che è pur sempre un mammifero notturno, e quindi i simboli ad esso associati hanno a che vedere anche con la notte: dall’intuizione ai sogni profetici fino alle visioni. Gli venne attribuita particolare intelligenza dai Greci e dai Romani. Mentre in ambito cristiano si dice rappresenti l’avidità, la rabbia e l’ingordigia. Alcune leggende narrano che le streghe riuscissero a trasformarsi in ricci per succhiare il latte alle mucche. Mi viene in mente cosa scrisse il filosofo Arthur Schopenhauer: “Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.” ecco i ricci sono simili a noi esseri umani, come loro, pur muovendoci in gruppo e avendone bisogno, se ci avviciniamo troppo gli uni agli altri rischiamo di ferirci con gli “aculei”. Insomma da una parte terrorizzati dall’idea di rimanere soli ma poi scocciati dalla troppo vicinanza dei nostri simili, e allora è nella “giusta distanza reciproca” che troviamo un po’ di pace. Schopenhauer vuole dire che non dobbiamo mai a rinunciare alla nostra individualità a dispetto delle esigenze sociali, e quindi del gruppo di appartenenza. Ma è anche vero che l’unione fa la forza senza però mai perdere la mia individualità e dignità di essere umano perché ognuno di noi è unico ed inimitabile
Favria, 19.09.2019 Giorgio Cortese

Nella vita di ogni giorno è semplice rendere le cose complicate, ma è complicato renderle semplici

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