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REPORTAGE. A Viù, il salotto delle Valli di Lanzo

Sabato pomeriggio, Viù.

Il sole è alto nel cielo, fa caldo, le nuvole non si fanno vedere. Nella conca della montagna non un angolo d’ombra. Dal piazzale della Chiesa di San Martino il panorama è un capolavoro. Sembra un dipinto da paesaggista del Romanticismo, invece è la realtà. “Felicità – diceva Tolstojè trovarsi con la natura, vederla, parlarle”. Aveva ragione, penso, poi giro lo sguardo. Dalla vallata alla mia sinistra, al paese di Viù sulla destra. Dalla natura ai mattoni. Le casette in primo piano, con le montagne dietro, e il cielo sullo sfondo. Dietro al panorama di prima c’era la mano di Dio, adesso c’è anche quella dell’uomo. Si stringono insieme e fanno sintesi perfettamente.

Ma è necessario un passo indietro…

Benvenuti a Viù

Dal cartello che segnala l’arrivo a Viù, il concentrico è lontano qualche chilometro. Fortunatamente sono in auto. La strada asfaltata sale a zig zag fino al centro del paese, tutto intorno il verde degli alberi, delle piante e dell’erba è il colore predominante.

A cadenza quasi periodica incontro una Frazione. A Viù ce ne sono tantissime, 34. Il Comune si estende su di una superficie di circa 84 km quadrati, con l’altitudine che va da un minimo di 600 metri ad un massimo di 2.390. Nel percorso incontro qualche persona e accosto per due chiacchiere. “Qualche minuto di macchina e arrivi nella piazza – mi dice un signore con la barba bianca -. Lo sai che a Viù c’è il Pinocchio più grande del mondo?”. Forse mi prende in giro, ma non ribatto e riprendo la strada fino a quando mi avvicino a quello che dev’essere il centro, visto il gran numero di case. Poi rimango stupito. A caratteri cubitali, come ad Hollywood, nel verde del versante l’erba non tagliata forma la scritta “Benvenuti a Viù”. Wow. C’è anche il classico cartello verticale, decine di metri dopo, ma nessuno ci dà peso. Come dargli torto…

Pinocchio

Parcheggio nella prima piazza che trovo e proseguo a piedi. È ora di pranzo. La Chiesa di San Martino, sopra di me, è imponente. A pochi metri l’ufficio turistico, ma è chiuso. Di fianco c’è però un masso con annesso pannello informativo. È il masso Carlo Falchero, un rilievo del III-II secolo A.C. con la raffigurazione stilizzata delle “Tre Madri” della religione celtica alpina. “Erano – leggo – le signore del fato degli uomini (secondo il modello delle Parche Latine, delle Moire greche e delle Norne germaniche), condizionandone rispettivamente la nascita, la fortuna nell’esistenza ed il momento della morte”.

Mi dirigo verso la Chiesa e trovo una bella piazzetta pedonale. Ci sono la sede del Cai e della Pro Loco ma è tutto chiuso, a quest’ora. Sono in piena esplorazione, prendo una vietta e salgo ancora. Giro l’angolo e vedo… un Pinocchio gigante. L’uomo con la barba, penso, non mi stava prendendo in giro. Il rosso, il verde e il bianco colorano il legno. Nella targa leggo che è alto 6,53 metri ed è stato scolpito dall’artigiano Silvano Rocchietti e dai figli con Ida e Valentina. È qui dall’inizio degli anni ‘2000 e pesa circa 40 quintali. Pare si tratti della statua in legno su pezzo unico più alta d’Italia, e qualcuno dice anche d’Europa. Ma non è mai arrivato nessun riconoscimento ufficiale da parte del “Guinnes dei primati”. In realtà, poco importa. “Il legno in cui è tagliato Pinocchio è l’umanità” diceva Benedetto Croce. Già, Croce. Si dice che a Viù inciampò davanti alla scalinata della Chiesa di San Martino e che la gente si prese gioco di lui. Ma è una diceria.

Sul Pinocchio i viucesi hanno pareri discordanti. C’è chi apprezza e chi no, chi lo trova un capolavoro e chi invece una mancanza di rispetto verso il vicino monumento ai caduti. Per un turista, certo, è una bella visione.

Al Garden Bar

Le attività commerciali sono numerose, c’è anche il laboratorio del falegname che ha intagliato Pinocchio. Prendo un panino al Garden Bar. Il titolare da 14 anni è Luca Teghillo, ha 38 anni ed è nato e cresciuto a Viù. “Si sta benissimo – mi dice -. La qualità della vita è migliore rispetto alla vita di città. L’altitudine non è eccessiva, il clima è meno rigido e più vivibile rispetto agli altri comuni che seguono. La conca poi è aperta, gli spazi sono ampi”. Certo, mantenere le attività non è facile. “Il lavoro si limita principalmente alla bella stagione – spiega -. La gente del posto esce solo nel week end e ci sono pochi giovani. Tanti viaggiano, stanno giù la settimana e tornano sabato e domenica. Inoltre ci sono molte seconde case e negli ultimi decenni il calo demografico è costante”. Il turismo è fondamentale, e girando per il paese si capisce. Ogni 100 metri ci sono pannelli che indicano gli sport praticabili nella Valle a cui Viù dà il nome. “Puoi trovare di tutto per quello che riguarda l’ambiente montano – prosegue Teghillo -. Dalla bici all’escursionismo, dallo sci alla pesca”. C’è anche una struttura sportiva comunale, la “Vertical blu”, formata da una piscina riscaldata in sabbia bianca, un centro di arrampicata con ristorante e bar, un campo polifunzionale, un parco avventura per le scuole e annessa zip line.

I servizi ci sono quasi tutti. L’asilo, le scuole elementari ma anche le medie. Ci sono la posta, la banca, la farmacia. Carenti sono i mezzi pubblici, come mi spiega la studentessa Valentina Boero, 21 anni. “All’università – sottolinea – devo andare in macchina, o ci metto 3 ore a scendere”. La corriera porta a Germagnano dove c’è il treno Gtt, ma le corse sono poche. Detto questo, ne vale la pena. “Ho provato a vivere a Torino ma non è la stessa cosa – continua -. Viù è bella, tranquilla, non c’è traffico, il paesaggio è stupendo”. I giovani ogni tanto vanno a Torino, ma stanno anche molto a Viù, dove tra Comune, Pro Loco, associazione e bar le manifestazioni organizzate sono davvero numerose e per tutti i gusti.

Quest’oggi, al Caffè Rocciamelone, ci sarà un incontro dei “Caffè Culturali”.

Caffè Rocciamelone

Karen Giacobino, 26 anni, gestisce con la zia Rossella il Caffè Rocciamelone. Fa anche parte del direttivo della Pro Loco. “Mi trovo bene a Viù, non andrei mai a vivere in città – mi dice -. Mi piacciono tanto le montagne, non potrei svegliarmi senza vederle, qui c’è tranquillità”.

Mi parla del museo di arte sacra che aprirà il 24 giugno per “salvare gli utensili, gli oggetti sacre e le reliquie” delle cappelle delle frazioni, mi dice del Castello. Le chiedo di accompagnarmici e acconsente. Ci sono un torrione e pochi altri resti, tutto di proprietà di privati e inaccessibile. Si respira un po’ di storia. Poco prima ci sono anche la cappella dove gli alpini si ritrovano annualmente e il rogo della tradizionale Festa dell’Annunziata. Tornando in centro passiamo a un metro da una vipera ma, per fortuna, non ci morde. Siamo di nuovo al bar. “La Pro Loco è attiva su tutto il territorio – prosegue la barista -. Ogni frazione però ha un suo patrono, una sua chiesetta e una volta perfino una scuola”. A livello musicale ci sono una banda, un gruppo folkloristico e due cori, uno che si occupa di canti di montagna l’altro di canti sacri. Il ballo tipico è la Curenta.

La storia

Arriva al Caffè Rocciamelone Alessandro Mella, 35 anni, scrittore e ricercatore storico. “Si presume  – racconta – che il nome di Viù derivi da “vicus”, villaggio, ma anche via di passaggio per attraversare le Alpi, cosa che in effetti avveniva in epoca romana, attraverso il Colle dell’Autaret, raggiungibile risalendo la valle fino a Usseglio”. Qualche cenno storico e qualche curiosità. “Nel Seicento i Duchi di Savoia vengono qui a caccia degli orsi, nel Settecento si tratta di un centro già abbastanza importante. Nel 1708 i francesi portarono via tutte le mucche. Andando oltre Viù subirà l’occupazione napoleonica, sarà anche a capo di un mandamento nell’ambito del più grande di Lanzo. Molti viucesi combattono le guerre napoleoniche, così come il Risorgimento e anche le due guerre mondiali”.  Decisiva per il comune è nel 1842 la costruzione della strada carreggiabile che da Germagnano porta a Viù. “I viucesi – prosegue Mellasi recano a Torino per lavorare al servizio dei benestanti, e questo favorisce il turismo di alto livello, che comincia nella seconda metà dell’Ottocento. Nobili e benestanti cominciano a villeggiare a Viù”. Nel Grande Albergo Miramonti, chiuso ormai da decenni, soggiorna nell’agosto del 1930 il principe Umberto di Savoia. La dimora più spettacolare è però Villa Franchetti, costruita nel 1861 dal barone Raimondo Franchetti con la moglie Sara Luisa Rotschild. A Viù negli anni soggiornano Gioberti, D’Azeglio, Pellico, Cavour, Puccini, Piumati e perfino Goering. Guido Gozzano soggiorna a Bertesseno.

Tra gli sportivi il campione di ciclismo Franco Balmamion.

Per quanto riguarda le tradizioni viucesi, come dimenticare la Festa dell’Annunziata il 25 marzo. “Nasce da una leggenda – conclude Mella -. Il Castello di Viù, eretto nel 1200 circa, viene abbattuto nel sedicesimo secolo dalle truppe francesi. La leggenda dice che in seguito un gruppo di briganti si nasconde tra le rovine del castello e taglieggia i valligiani. Questi ad un certo punto danno fuoco al castello. In paese, viste le fiamme, i cittadini cominciano a festeggiare accendendo falò in vari punti”. Da quel momento, ogni anno, il 25 aprile i viucesi accendono i falò.

L’assessore

Al bar incontro anche Alberto Guerci, assessore comunale. Abita a Torino da qualche tempo, per lavoro, ma è sempre legato a doppio filo a Viù. “Tutti gli eventi che si svolgono in questo paese – racconta – sono resi possibili dall’Amministrazione, dalla Pro Loco, dalle associazioni e dai volontari che compongono il tessuto del paese”. Lui, come altri, mi parla dell’estate. Il paese si risveglia davvero. “Quest’anno arrivano a Viù i campionati europeo di Speed Down – sottolinea -. Si tratta di uno sport che abbina adrenalina ed ecologia, corrono i Bob kart ma non hanno motore, hanno solo freni e si muovono per la forza di gravità. Per noi viucesi è una tradizione, siamo pionieri in tutta Italia e finalmente nel 2017 possiamo ospitare i campionati europei”.

Mancano dieci minuti alle 17. Lo scrittore Giulio Perrone è qui per i Caffè Culturali, sta per presentare il suo libro “Consigli pratici per uccidere mia suocera”. C’è poca gente, in molti sono impegnati all’organizzazione, nella polivalente, del concorso regionale per i gruppi corali che si svolgerà il giorno successivo. Guerci fa un giro nel paese per ricordare ai concittadini l’evento. Alla fine la sala si riempie.

In poche ore vuoi capire Viù – scherza, mentre camminiamo -. Io non ce l’ho fatta in quarant’anni, figurati. Ma non c’è niente di meglio”. 

manuel.giacometto@gmail.com

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