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120000 persone al pride di Torino, ma rimaniamo tutti degli etero-ottusi

Giugno è #PrideMonth, il mese dell’orgoglio. Orgoglio di essere quel che si è: persone, prima di tutto. Persone che amano persone, di ogni genere e orientamento sessuale.

È a giugno che tutto il mondo, città dopo città, si colora delle bandiere arcobaleno che sfilano per ricordare che non esistono gerarchie di amore e che quello tra uomo e donna non e più giusto, normale o puro di tutti gli altri. L’amore è amore.

Torino ha da poco ospitato la sfilata del Piemonte Pride 2018 e si sta ancora crogiolando nel record di presenze, stimate intorno ai 120.000 partecipanti.

Un risultato che in molti hanno chiamato traguardo, di cui dovremmo gioire. Eppure mi sento di consigliare di essere cauti, di non cantare vittoria troppo presto, di non accontentarci di quelle sei cifre.

Ho imparato che l’omofobia si annida in ogni anfratto, che meschina e rancorosa riposa in silenzio ma sempre in allerta, pronta a scatenarsi con un odio selvaggio alla minima manifestazione di quell’amore ritenuto sbagliato, anormale, perverso.
Non ne avevo idea fino a quando ho letto i commenti del popolo etero-impettito di Facebook moltiplicarsi sotto il post di radio Deejay che riprendeva le parole di un mio articolo.

Uno dopo l’altro, gli etero-ottusi hanno aggredito le tastiere per dare sfogo a quel falso perbenismo costruito sulla trama inestricabile di odio che religione, cultura e società hanno tessuto a suon di dogmi, stereotipi e falsi miti.
Investiti di una superiorità autoprodotta, dall’alto dei piedistalli che si ergono sulla retta via dell’eterosessualità, hanno dichiarato l’oltraggio inflitto dalla spregiudicatezza dei gay pride, urlando l’indignazione per quei corpi troppo scoperti, quei tacchi troppo vertiginosi, quei trucchi troppo pesanti e quegli abiti troppo succinti che hanno dato voce, musica e colore all’amore libero.

A unire tutti i commentatori seriali, dai più fieri omofobi-dichiarati ai più tolleranti omofobi-inconsapevoli (quelli che ‘io non ho nessun problema con gli omosessuali ma/purché/fino a quando …’), sembrava emergere un’idea comune: quella che gli omosessuali (e tutti gli altri, coloro-che-non-devono-essere-nominati) potrebbero vivere la loro non-eterosessualità a casa loro, nel privato, come fanno gli eterosessuali, senza inscenare sfilate carnevalesche e scendere in piazza a far sentire la propria voce. Potrebbero amare chi gli pare senza scriverlo sui cartelloni e senza urlarlo nei megafoni, come fanno gli eterosessuali.

Cari etero-intolleranti, avete ragione voi: potrebbero.

Potrebbero camminare per le strade e incrociare la mano della persona amata, come fanno gli eterosessuali, senza timore di attirare sguardi di disapprovazione, giudizio e talvolta disprezzo.

Potrebbero scambiare un bacio con la loro metà della mela mentre sono seduti su una panchina di un parco, come fanno gli eterosessuali, senza essere negli sguardi di tutti gli etero-curiosi e sulle bocche di tutti gli etero-malelingue.

Potrebbero indossare una giacca rosa senza finire pestati da un branco di etero-bulli. Questo gli eterosessuali non lo fanno, per paura di essere derisi, sfottuti, ridicolizzati.

Potrebbero andare in vacanza dove gli pare con il proprio compagno dello stesso sesso, come fanno gli eterosessuali, senza doversi sentire negare l’accesso al campeggio perché non rispecchiano il tipo di famiglia comunemente accettata.

Potrebbero esplorare l’amore con privata e silenziosa spontaneità, così come viene, incontro dopo incontro, come fanno gli eterosessuali, senza essere costretti a dichiarare la loro diversità, senza assistere alla delusione mista a preoccupazione e vergogna comparire sui volti increduli dei genitori, che si chiedono dove abbiano sbagliato per finire con un figlio o una figlia gay.

Potrebbero, e invece non possono. Perché se oggi non fai parte di quella maggioranza di etero-giusti, allora devi spiegare il tuo diversamente-amore e la tua diversamente-sessualità, devi dichiararli pubblicamente, sviscerarli, giustificarli. Prima ancora di prepararti a superare le delusioni d’amore, i rifiuti, gli appuntamenti andati male, il sesso deludente e gli incontri imbarazzanti con i genitori del partner, devi prepararti a non essere accettato dai tuoi genitori, dagli amici di famiglia e quelli di scuola, dai colleghi di lavoro, da conoscenti e sconosciuti, dalla società tutta; devi prepararti ai giudizi sprezzanti, alle derisioni, agli sguardi interrogativi e alle domande etero-ridondanti (”chi fa l’uomo e chi la donna?”).
Devi essere pronto a vedere quell’amore incondizionato che solo i genitori possono dare trasformarsi in incomprensione, incredulità, imbarazzo e magari rifiuto.

Di questo nauseante quadro etero-referenziale non è la scarsa capacita di empatia che mi lascia esterrefatta. Gli esseri umani che nascono, crescono e vivono nella parte giusta del monto, quella bianca, sana, eterosessuale, non povera, difficilmente fanno lo sforzo di mettersi nei panni di quell’altra, quelle delle minoranze, per capire come si viva al netto di tanti privilegi che diamo per scontati.
Quello di cui non riesco proprio a capacitarmi è di come dall’amore di qualcuno possa nascere l’odio di qualcun altro.
Dove sono finiti i proverbi e i luoghi comuni della specificità italiana di cui farciamo le conversazioni superflue? Che fine fanno i cari vecchi ‘al cuor non si comanda’ e ‘l’amore è cieco’ di fronte a un bacio gay?

La realtà è che non ci siamo mai evoluti in etero-illuminati.
E per le strade di Torino non dovrebbero esserci 120.000 persone sotto la bandiera arcobaleno, ma tutta la città, a sfilare unita per un unico amore universale. #loveislove

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