Home / Attualità / Qualche notazione da “incompetente”
palestina
palestina

Qualche notazione da “incompetente”

Fra pochi giorni sta per compiersi l’ennesima prepotenza nei confronti dei Palestinesi, ed in molte città italiane si preparano manifestazioni con presidi per evitare che il 1° luglio (quindi fra pochi giorni) il governo israeliano decida l’annessione di intere aree della Cisgiordania, occupata militarmente dal 1967. La mobilitazione è un’ulteriore occasione per conoscere e ragionare su una questione che appare ai più come irrisolvibile. Il conflitto (c’è chi, non del tutto a torto, preferisce chiamarlo genocidio, ma di fatto non lo è nella sua definizione di guerriglia resistente, seppur impari) israelo-palestinese suscita, anche a distanza, passioni feroci. In questa breve nota personale, da “incompetente”, ricordo come, nei primi anni di questo “Notiziario” Anpi, ebbi a pubblicare un articolo di segno pro-palestinese; venni investito da vari lettori che difendevano a spada tratta la posizione di Israele, chiedendo come fosse possibile che l’Anpi non avesse la sensibilità di comprendere le ragioni degli Ebrei travolti dalla Shoa. Questione paradigmatica e divisiva, che aveva un punto debole che ho sempre rimarcato da lì in poi: Ebrei non significa Israeliani, come Cristiani non è lo stesso di Italiani, Spagnoli, eccetera. Di conseguenza un Ebreo, ovunque viva, non dovrebbe adontarsi nel sentir criticare la politica di quella nazione del Medioriente, così come un Italiano non si sentirà offeso se altri criticano la linea del suo Governo. Vale la pena di ricordarlo perché spesso, negli incontri (e sono numerosi nella zona) che trattano la questione, si sente citare indifferentemente il termine “Ebrei” o “Israeliani”. Non è la stessa cosa. Prova ne sia che all’interno di Israele molti suoi Cittadini sono contrari alla politica di annessione dei territori ancora abitati dai Palestinesi. Ugualmente, gli Ebrei che vivono in Nazioni diverse, dovrebbero distaccarsi dalla pur comprensibile (psicologicamente) difesa di un governo che non è il loro (essi votano altrove) ed avere il coraggio di distinguere. L’attuale governo israeliano è di destra?; è fascista? Suvvia, ammettetelo!

Sempre da “incompetente”, mi piace ricordare, e regalarvi (se gradite) qualche flash di un viaggio in Israele compiuto nel lontano 1992 con Rachele (per collocare temporalmente la data, chiuso in una rustica cabina telefonica, ci venne data lì la tragica notizia dell’uccisione di Borsellino). Il vecchio furgone fece il suo dovere e senza viaggi organizzati né visite preconfezionate calcammo in solitaria quel suolo arido e bellissimo.

Qui sotto troverete tre brani : il primo tratto dalla presentazione del libro di viaggio che ne seguì; gli altri due descrivono la tensione e gli odi palesi che anche un forestiero avvertiva pesantemente, e le tecniche di annessione dei territori.

Da allora la situazione è peggiorata moltissimo. A dimostrazione che il fascismo (se preferite chiamatelo “destra”) segue sempre le stesse dinamiche: razzismo, discriminazione, odio, violenza, colonialismo, guerra…

La Terra contesa

Terra contesa da sempre, passaggio tra le steppe nordiche, la Mesopotamia e l’Egitto. Contesa dalle tribù di Israele, dai Romani, dai Cavalieri crociati, ed ora dai coloni israeliani che l’hanno strappata man mano ai Palestinesi. Una terra dove abbiamo provato, più che altrove, il senso della paura. Dove le armi sono impugnate anche per accompagnare i bimbi a scuola, per lavorare la terra o andare in discoteca.

Microcosmo di popoli, luogo geografico di incontro fra innumerevoli etnie, culture, civiltà. Un puzzle della storia. Il popolo di Israele sta inventando il proprio futuro, quello palestinese teme la propria fine.

Abbiamo toccato con mano la ricchezza, l’organizzazione, la tecnologia di Israele. Qui, veramente, il deserto ha ripreso a fiorire e donare frutti biblici. Ma gli Arabi non sono quelli che incontrammo durante i precedenti viaggi, ospitali e ricchi di tradizioni. I Palestinesi sono chiusi in un rancore profondo, emarginati ed auto-emarginati. Sono come gli Indiani d’America attorno al forte dei Bianchi, senonché essi non sono in estinzione, bensì milioni alle frontiere.

In questi chiaroscuri va visto tutto il viaggio: estremamente composito, frammentato. Vedremo antiche città e paesi moderni, i deserti e la vita quotidiana  ll’”Occidentale”, in un continuo cambio di prospettive.

Israele, la terra contesa fra morte e speranza, straziata nei secoli, e divisa da

assurde e crudeli linee di confine, eppure splendida. Fra questi due crinali, di bellezza e sottile angoscia, si svolse il nostro itinerario, che qui proponiamo quale ricordo di ciò che successe in quei giorni, unito alla speranza, sentimento forse utopico, nel quale vogliamo credere nonostante tutto: speranza che un giorno la guerra appartenga solamente alla Storia, e non più alla cronaca quotidiana.

Gerusalemme, nella Città di David

Improvvisamente, si apre davanti ai nostri occhi una vallata che corre parallela alle mura, per poi alzarsi nella collina di fronte. Qui era il villaggio di Silwan, o Siloam, che si stendeva dai pendii del biblico Monte Ofel fino alla Valle del Cedron. In questo luogo nacque, cinquemila anni fa, Gerusalemme. Alcuni scavi hanno messo in luce i differenti livelli dell’antica città, dal periodo cananeo fino a quello degli Asmonei.

Ora, ciò che resta dell’antica gloria è quasi del tutto scomparso.

Verso destra, oltre un immenso pendio ricoperto di rifiuti, biancheggiano le case dell’attuale Città di David, o della Vergogna.

Qui vivono gli Arabi, gettati fuori dall’area urbana e costretti ad una vita stentata. L’immagine delle riserve indiane d’America torna ad affacciarsi alla nostra mente. Qui, a ridosso dei forti dei colonizzatori, languisce un popolo. Non v’è però rassegnazione, fra questa gente, bensì un odio profondo. Le case, addossate alla

collina, sembrano colare come un magma verso il fondovalle. La pietra fiammeggia sotto il sole del tardo pomeriggio.

Siamo in una zona estremamente pericolosa. La costeggiamo soltanto, allontanandocene. Bisogna scendere una strada scavata nella roccia, fra il dirupo del Muro e la valle sottostante. Ad un certo punto oltrepassiamo una cancellata di ferro: durante la notte resta chiusa, confinando definitivamente gli Arabi. Sino a qui vi sono ancora case ebraiche, simili ad avamposti in terra nemica.

Vediamo alcuni Ebrei scendere o salire la rampa, la kippa in testa e la pistola nella fondina alla cinta. Ne abbiamo già visti altri, oggi, armati come fossero stati nel selvaggio West. Accompagnavano con tenera sollecitudine le loro famiglie, mogli e figli, e l’arma sarebbe apparsa estranea ed anacronistica, se non fossimo in Israele.

Davide (un Ebreo francese incontrato in città) ci spiega che coloro che abitano nei territori occupati, o in zone a rischio, hanno il permesso di girare armati. Non perde l’occasione per mostrarci tutto il suo disprezzo per gli Arabi che vivono in quello squallore. Anche stamattina, alla Porta di Damasco, ci aveva fatto notare dei contenitori per i rifiuti rovesciati e dati alle fiamme, rimarcando la sporcizia del popolo nemico.

Noi, che abbiamo visto ben altri Arabi, dignitosi anche nella povertà, abbiamo un’altra spiegazione: che cioè questi Arabi emarginati vivono come sopraffazione ed umiliazione tutti gli aspetti di una civiltà che li domina, e per sancire orgogliosamente la propria diversità e la propria cultura finiscono per rifiutare ogni usanza israeliana.

… Settarismi, odio, guerre di religione che diventano o sono anche guerre di interessi contrastanti… Seguiamo Davide, che ancora una volta mostra i riccioli scuri e folti (la kippa è nascosta in tasca per non farsi riconoscere come Israeliano) e che si guarda attentamente attorno. E’ facile ricevere almeno qualche pietra… Acceleriamo inconsapevolmente il passo.

Gerusalemme, sobborgo residenziale Bayit Vegan

Abbiamo modo di vedere (ed apprendere) quanto gli Israeliani siano bravi costruttori. Dapprima individuano una zona desertica (solitamente un colle) e ne cingono il perimetro con filo spinato e posti di guardia militari. Dopo di che arrivano le ruspe ed i muratori; in meno di un anno costruiscono un villaggio intero e completo, architettonicamente gradevole: case semplici, squadrate (talvolta con lievi, quasi impercettibili accenni medio orientali), rivestite di pietra rosata.

Le case sono messe in vendita a prezzi agevolati ai nuovi coloni, e sono soprattutto i giovani sposi ad approfittarne. Tutto attorno, dove la roccia del deserto rende arido il terreno, file di camion scaricano almeno tre metri di buona terra fertile, che verrà continuamente irrorata da un sofisticato sistema di irrigazione.

Certamente, non bisogna soffermarsi a pensare che circa il 70 % dell’acqua (arriva dal Giordano) è consumata dalla minoranza ebraica. Ma gli Israeliani preferiscono mostrare orgogliosi i campi sportivi, i giardini, i parchi che abbelliscono le loro residenze. I primi coloni vivono quasi in stato d’assedio, circondati dagli Arabi, in continua tensione. Soldati e residenti non lasciano mai le armi.

Poi, man mano che l’abitato si amplia, il filo spinato si sposta, gli Arabi abbandonano la zona, filari di alberi vengono piantati sui pendii e nella sottostante pianura. Dopo una decina di anni tutto è verde e persino il clima, grazie all’aumento dell’umidità, cambia, come attestano le nevicate che negli ultimi anni hanno coperto Gerusalemme.

A questo punto chi spende ancora un pensiero per i pochi accampamenti arabi spinti sempre più nel deserto ? Davide ricorda che ai Palestinesi che vogliono prendere la cittadinanza israeliana sono offerte delle opportunità, ma ci vuol poco a capire che le condizioni non sono alla pari, come attestano anche le targhe delle auto, rigorosamente distinte in blu e gialle a seconda del proprietario.  La segregazione, le prepotenze, provocano odi implacabili… La desolazione di una povera tenda palestinese ai margini del deserto, con un bidone per la poca acqua, proprio di fronte alla collina verde, fotografa una discriminazione feroce…

 

1992-2020, Mario Beiletti

Commenti

Blogger: Mario Beiletti

Mario Beiletti
Oh bella ciao

Leggi anche

SETTIMO. Valerio Verde e il Viet Vo Dao… quando lo sport non è solo sport, ma molto di più

“Sono nato a Chivasso nel 1991, ma ho sempre vissuto a Settimo. Ero un bimbo …

La donazione plasma

La donazione plasma Oggi parlo del plasma dal caratteristico colore giallo paglierino, composto per il …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *