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Chiara Appendino, sindaco di Torino

Provvisorio è definitivo

Alla fine del 2015, quando venne approvato il nuovo regolamento che stabiliva il dimezzamento delle circoscrizioni amministrative di Torino, avevo pensato (e scritto) «si cambia davvero?». All’epoca, in un generale ridimensionamento del numero degli eletti nei consigli comunali e regionali, con la scomparsa dell’ente Provincia e del relativo consiglio, il Comune di Torino sembrava baloccarsi ancora «con una organizzazione istituzionale […] che sa di vecchio e stantio decentramento amministrativo».

A leggere i resoconti del dibattito in Sala Rossa alla fine del 2014, balza all’occhio che la riduzione delle circoscrizioni aveva già allora potenti nemici. Anzi. Il taglio delle circoscrizioni da dieci a otto, subito, e poi a cinque, con le elezioni del 2021, fece emergere diversi distinguo tra le forze politiche, in primis nel piddì, il partito del sindaco Fassino e dell’assessore Gianguido Passoni, il relatore della riforma. L’allora consigliera Appendino, forse concordando col detto che «nulla è più definitivo che il provvisorio», votò contro a «una riforma postdatata al 2021, frutto non di una mediazione politica, ma del compromesso tra interessi specifici».

In cinque anni la politica italiana ha fatto diverse giravolte: due partiti, prima acerrimi nemici, hanno fronteggiato insieme pure un’epidemia e cementato (?) la loro amicizia (a Settimo il capogruppo dei pentastellati si spertica, un giorno sì e l’altro pure, a favore della sindaca piddina). In più, a Torino, si cerca un candidato sindaco e si è giusto trovato un’alleanza bipartisan per lasciare le cose come stanno, senza più tagliare le circoscrizioni.

Secondo la presidente della commissione incaricata, la riduzione «porterebbe più problematiche che benefici, come dimostrato dal precedente accorpamento». «Dati alla mano la riforma approvata nel precedente mandato non ha portato i benefici sperati, né per i cittadini né in termini di efficienza della macchina comunale», le ha fatto eco la vicepresidente piddina. Insomma, stiamo meglio come siamo, dicono in coro i consiglieri torinesi.

A fronte di una perdita mensile di cinquecento abitanti negli ultimi cinque anni, bisognerebbe domandarsi se è efficiente mantenere un decentramento amministrativo che, oltretutto, di decentrato ha ben poco. Il calo demografico ha portato i torinesi a quota 875 mila e Torino non naviga in buone acque finanziarie: per il debito, fin dall’inizio del suo mandato, la sindaca ha puntato il dito contro le precedenti amministrazioni, e adesso Torino non sta affatto meglio.

Il decentramento come diffusione sul territorio di servizi comunali mostra tutti i suoi limiti, con la mancata manutenzione delle strutture, la scarsità di risorse disponibili e il progressivo assottigliarsi del personale ad esso dedicato.

E poi, della «riduzione dei costi della politica», della distribuzione a pioggia delle risorse da parte delle circoscrizioni chi parla ancora? In fondo, per la «gestione del consenso», otto presidenti sono meglio che cinque, centonovantadue consiglieri sono meglio di centoventi. Non gratis naturalmente.

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Blogger: Marta Rabacchi

Marta Rabacchi
Qualcosa di sinistra

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