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Prosegue il ricco calendario di Antiqua con tre concerti

Sono tre le date in calendario per il mese di settembre per il ciclo di concerti organizzato da Antiqua.

Si inizia il 14 settembre a San Mauro Torinese con “I Concerti di Dresda
“Concerto per molti Istrumenti” Vivaldi – Heinichen”

Nel 1716 il giovane violinista Johann Georg Pisendel si recò a Venezia per apprendere le ultime tendenze musicali, con le quali mirava a consolidare la sua già prestigiosa posizione di primo
violino della Hofkapelle di Dresda. Nel corso del suo lungo soggiorno nella Serenissima ebbe la possibilità di conoscere molti dei più eminenti compositori dell’epoca, primo tra tutti Antonio
Vivaldi. Tra i due nacque una sincera stima, testimoniata dalle opere che il Prete Rosso dedicò al più giovane collega tedesco. Dopo il suo ritorno in patria, Pisendel si mantenne in contatto con
Vivaldi, chiedendogli di scrivere una serie di concerti per quella che era considerata l’orchestra migliore d’Europa. Questa straordinaria perizia strumentale trova conferma nel Concerto RV. 577,
uno dei più famosi “concerti per molti instrumenti” scritti dal compositore veneziano, caratterizzati da una eccezionale ricchezza timbrica, garantita dalla presenza di ben cinque strumenti a fiato, tra i
quali si mettono in grande evidenza il fagotto e l’oboe, che nel Largo non molto intesse un canto di incantevole purezza, che forma un gradevole contrasto con la coinvolgente vitalità degli altri due
movimenti.
Intorno al 1718 Pisendel – in un certo senso protagonista di questa breve nota, anche se il programma di questo concerto non comprende nessuna sua opera – decise di dedicarsi anche alla composizione, una scelta che lo spinse a perfezionarsi con quello che era considerato l’autore più brillante della cappella musicale di Dresda, vale a dire Johan David Heinichen. Nato in un piccolo villaggio della Sassonia, Heinichen intraprese la stessa strada di diversi suoi autorevoli
contemporanei come Johann Kuhnau, Georg Philipp Telemann e Christoph Graupner, iscrivendosi alla facoltà di Legge, per poi seguire le ragioni del cuore e dedicarsi completamente alla musica. Per
un’incredibile combinazione, nel 1716 anche Heinichen approdò a Venezia, dove incontrò Pisendel e il ventenne Augusto III, futuro principe elettore di Sassonia e re di Polonia, che gli offrì un
incarico molto prestigioso alla cappella di Dresda. Ai suoi tempi, Heinichen godette di una notevole fama per le sue opere vocali, sia sacre sia profane, mentre oggi è ricordato soprattutto per la sua
pregevole produzione strumentale, che nel corso degli ultimi anni ha contribuito a renderlo uno degli autori più interessanti e fantasiosi della prima metà del XVIII secolo”.

 

Il 17 settembre sarà la volta di “Musica per Tutti” a San Raffaele Cimena, con la soprano Nadia Caristi.

“Il programma che proponiamo – spiegano gli organizzatori della serata –  è dedicato alla musica spagnola, presentata in un percorso storico diviso in tre grandi periodi: Medioevo, Rinascimento e Barocco. Le origini dell’arte musicale in Spagna, o meglio nel’Andalus, la Spagna sotto dominazione araba, si fanno risalire al mitico musico Ziryab (759 – 857) , nato in Iraq. Di sonorità arabe è intrisa la musica di questo periodo, un ideale crogiolo in cui si fondono tre culture e tre religioni: araba, ebraica sefardita e cristiana. Non deve quindi stupire se accanto a brani decisamente arabi, come il brano iniziale, Consoladme, eseguito all'oud, il liuto arabo, si trovano due Cantigas de Sancta Maria, attribuite al re Alfonso X de Castilla “el Sabio”, e il canto sefardita La rosa enflorece. Con il 1492 con la conquista di Granada da parte dei Re Cattolici si chiude definitivamente la grande stagione degli Arabi in Spagna. È il Siglo de oro, il Secolo del, il trionfo dell’impero che raggiunge grazie alle conquiste americane dimensioni planetarie.
la splendida Chanson Mille regretz del fiammingo Josquin Desprez era
probabilmente il brano preferito dell’imperatore Carlo V tanto da spingere il compositore e vihuelista Luys de Narváez ad approntarne una trascrizione per vihuela, chiamandola proprio Canción del Emperador. E proprio la vihuela è la dimostrazione di un cambiamento culturale profondo: un liuto a fondo piatto, uno
strumento “latino" (citola, poi vigula), così costruito forse per far dimenticare le sensuali forme arabe dell’oud. Ma l’influenza culturale spagnola a partire dal Seicento invadeva pure l’Italia, penetrando dal Meridione dominato dai Borboni e dalla Lombardia spagnola; ne sono testimonianza le due ironiche Canzonette in un improbabile spagnolo maccheronico messe in musica da Giovanni Stefani nella raccolta Affetti amorosi (Venezia 1621), che prevedono specificamente
l’accompagnamento dello strumento spagnolo per eccellenza, la chitarra nella sua versione barocca, detta appunto “alla spagnuol”.

 

Il 25 Settembre, alle ore 21.15, a Casalborgone in Piazza Statuto,
Chiesa di S. Maria Maddalena, si terrà “Voxonus Arcangelo Corelli (1653 – 1713) Concertos transpos’d for Flute Opera VI”.

A differenza di quasi tutti i suoi contemporanei, Arcangelo Corelli antepose nella sua produzione la qualità alla quantità, cesellando ogni particolare delle sue opere, mentre i suoi colleghi scrivevano
centinaia di concerti (Vivaldi) e oltre mille cantate sacre (non solo Telemann, ma anche altri autori come Johann Christoph Graupner). Approdato a Roma poco più che ventenne, Corelli trascorse
nella Città Eterna circa quarant’anni, diventando il maestro più autorevole del repertorio strumentale, che portò a livelli di assoluta perfezione in tutti e tre i generi principali, la triosonata, la
sonata per violino e basso continuo e il concerto grosso. A quest’ultimo genere dedicò la sua op. VI, una raccolta composta da otto concerti “da chiesa” e quattro “da camera”, che venne pubblicata postuma nel 1714 dall’editore Etienne Roger di Amsterdam. Fin dalla loro prima uscita, questi concerti furono considerati un modello ineludibile di stile, ammirati, celebrati e – spesso – scopiazzati da editori senza troppi scrupoli, che cercarono di lucrare sul nome del compositore che
era stato definito il “Novello Orfeo”.
Questa vera e propria Corelli-mania coinvolse gli appassionati di tutta l’Europa, compresi quelli che non suonavano strumenti ad arco e che – quindi – sarebbero dovuti rimanere esclusi dall’esecuzione di questi capolavori. Questo problema fu brillantemente risolto dall’editore
londinese John Walsh, che nel 1725 diede alle stampe una rielaborazione in cui i violini solisti venivano sostituiti da altrettanti flauti dolci di diversa taglia, in base alla scrittura di ogni concerto.
Questa iniziativa – che era stata pubblicizzata sul quotidiano Daily Post – ottenne un grande successo, contribuendo non solo ad arricchire ulteriormente il già più che florido Walsh (parliamo
di un’epoca in cui non esisteva ancora il diritto d’autore), ma anche a perpetuare la fama del compositore italiano e a diffonderne la musica e lo stile. Con questo organico, i concerti grossi di Corelli assumono un’immagine diversa, ma comunque molto attraente e non lontana dallo spirito originario, come si può notare soprattutto nel celebre Concerto “Fatto per la notte di Natale”, che con i flauti assume una delicata atmosfera pastorale, che evoca lo stupore provato dai pastori di
Betlemme di fronte alla greppia in cui riposava il Bambinello.
Giovanni Tasso

 

 

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