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Primo numero de La Voce

Prima dell’algoritmo

Leggo, direttore, che il giornale compie 20 anni. E i ricordi animano la mia mano, ormai arrugginita per questi usi ma viva di memoria. E le rammento tutte le cose che lei scrive, le battaglie, le querele, le riunioni appassionate. Rammento persino gli odori di quella vita. L’ultima sigaretta sul balcone di via Torino dopo una “chiusura” convulsa, l’inchiostro fresco sulla pagine calde della tipografica di Cavaglià, in quelle gite fuori provincia a vedere come si sforna il giornale.

I colleghi, talvolta compagni d’arme, amici. Le notti ai consigli comunali e poi al Re Artù a cercare più che le notizie, il senso delle cose, quello vero, ontologico direbbero i filosofi. Ed oggi come ieri, per chi ha una responsabilità nobile come la Vostra, direttore, occorre grande sforzo per capire e soprattutto spiegare il senso delle cose. A partire da quello di una professione che vive un momento assai difficile. Occorre essere ostinati il giusto, curiosi mai abbastanza. Ricordarsi di essere testimoni della storia, più che protagonisti, in una nuova società che incoraggia l’inverso, zeppa di storyteller di sé stessi, in cui chi poco appare porta lo stigma del fallimento. Vanità come divida d’ordinanza, retorica come accessorio “mai più senza”

Trovare il senso, e cercarlo nei posti giusti, talvolta nelle persone giuste.

Sorrido al pensiero di cosa direi oggi a un giovane redattore: “sai, io facevo il tuo mestiere, ero seduto esattamente al tuo posto. Erano i tempi prima dell’algoritmo, davvero!”.

E probabilmente lui non sarebbe sorpreso quanto lo fui, a sentire i miei vecchi mentori blaterare di menabò e colonne tagliate letteralmente con le forbici. “Sai perché le notizie si danno nelle prime 5 righe?” – mi dicevano – Perché quello che avanza veniva tagliato!”

Il caso vuole – e non si dica che la natura evolutiva dell’uomo sia caotica – che oggi quelle stesse 5 righe sono pressappoco la quantità massima di attenzione che l’individuo dedica alla lettura di un articolo. Quando si dice che il cerchio quadra.

Cercare il senso, si diceva… Scandagliando una società che in questi 20 anni è cambiata, dove la tecnica ha assunto il primato sulla politica, le tecnologia ha soverchiato l’economia, la velocità ha scalzato etica e rigore. Poveri miei partigiani di una resistenza che ogni giorno perde la sua ragion d’essere! Sferzati dal vento social, sovrastati dalla pochezza di una classe dirigente che è tale solo a suo dire. Che un contro è andare controcorrente, risalendo un fiume, ben altra cosa è andare “controgravità”, scalando una cascata.

E ora voi guardate indietro a questi 20 anni trascorsi, con uno specchietto retrovisore puntato davanti. Nell’animo le domande vecchie e nuove e la ricerca di quel senso delle cose, dell’esistenza stessa… Tra la Scilla di bilanci sempre meno verdi e la Cariddi di un ineluttabile anacronismo temporale di questo maledetto mestiere che una volta era missione. 

Sia che quel che sia alla fine. Non nel senso di “polvere alla polvere”, più nel senso di “chi ce lo fa fa’”, e soprattutto a beneficio di chi.

Confortati dal passato, spauriti dal futuro, in un paradosso che è poi eterna ricerca. Che la sorte vi assista, sappiate cogliere quel rivoli di vita che ancora scorrono in un fare che spesso è essere, e che tra 20 anni ci siano nuovi testimoni a ripetere parole così, in un ciclo perpetuo, finché ci sarà qualcuno che ha cose da scriverle, la voglia di scriverle, e qualcun altro la voglia di leggerle. Algoritmi permettendo…

Michele Valentino

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