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Prandona

Prandona
A volte i toponimi hanno origini dai proprietari o dai frequentatori di quel luogo. Dare il nome ad un terreno, toponimo è un patrimonio culturale avuto in eredità dalle passate generazioni nel tentativo di appropriarsi, di addomesticazione e riconoscimento dell’ambiente dove vivevano. Questo è la storia di un terreno appartenuto alla famiglia di mio suocero da generazioni detto Prandona. La prima parte del toponimo prà deriva dal latino pratum, prato, inteso sia come prato da pascolo sia come prato da coltivazione, luogo dissodato nella colonizzazione umana del bosco della favriasca. La parola dona potrebbe essere sembrare a prima vista un campo appartenuto ad una grandama, una padrona. In piemontese dona, vuole dire padrona, in monferrino, e Favria era feudo del Monferrato la donna veniva chiamata anche come vezzeggiativo dadona da non confondere con la donna minuta donin. Se invece di robusta corporatura, anche per noi maschietti, di diceva dondon, questo ultimo lemma arriva dall’antico francese e richiama il passo dondolante di una persona robusta e sovrappeso. Come detto la parola dona deriva dal latino domina ma veniva solitamente usato in piemontese per designare dei rapaci notturni in segno di rispetto della credenza popolare di una volta come ad una dama. Questa rapaci notturni, civetta, gufo e barbagianni erano anticamente considerati i messaggeri del volere degli dei perché volano più in alto degli uomini e quindi più vicini agli dei. Poi con nel Medioevo il loro lugubre richiamo notturno diviene presagio di sfortuna, malattia e morte. Tornando al toponimo, magari in quel campo erano soliti dimorare anticamente questi rapaci notturni o forse pensavano che da li provenisse la donnola feroce predatrice dei pollai, anche lei chiamata dona. Ma dona assume anche il significato, in piemontese della camomilla, in italiano erba chelidonia, magari molto presente anticamente in quel prato.
Favria 9.08.2020 Giorgio Cortese

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