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PONTE VECCHIO

Allora, diciamo subito che se vi hanno raccontato che il basamento del Ponte
Vecchio è ancora romano, vi hanno raccontato una balla. E non dite fake news,
perché ai tempi dei Romani non si diceva così, nemmeno dopo la conquista della
Britannia. Al limite potete chiamarla nuntius falsus. Ma fossi in voi non
starei a gingillarmici troppo. Ma non sono affari miei.

Che comunque in quel punto lì, ovvero nel passaggio più stretto della Dora
presso Ivrea, vi fosse un ponte ai tempi dei Romani, è quasi ovvio. Dove posto
migliore? Oltretutto tracce di laterizi sono state trovate, in passato, alla
base, e questo dovrebbe tagliare la testa al toro o, meglio, trattandosi di
Eporedia, al cavallo.

In ogni caso quel ponte verosimilmente andò distrutto già prima dell’arrivo
dei Longobardi, i quali, taccagni com’erano, lo rifecero molto probabilmente
in legno; forse addirittura lo comprarono da montare all’Ikea.

La corrente, come vi sarà capitato di notare soprattutto nei momenti di piena,
in quel punto è particolarmente impetuosa, e questo fu tra le cause di
probabili ulteriori crolli successivi.

Per molti secoli se ne perdono le tracce, anche se doveva esserci
necessariamente, perché il traffico verso e dalla Valle d’Aosta non poteva
che passare da lì.

Da alcune immagini datate tra 1300 e 1700 si desume che all’epoca il ponte
fosse coperto, così nei giorni di ponte si poteva fare la scampagnata lì
senza bagnarsi.

L’ultima ricostruzione risale al 1716, su ordine di Vittorio Amedeo II, anche
se Superga gli è venuta meglio. Questa volta però il crollo era stato
volontario, in occasione dell’assedio del 1704 da parte dei Francesi. Il re
fece pure ampliare l’alveo del fiume, per attenuare l’insidia della pressione
delle piene. Non è certo, invece, che abbia cambiato le guarnizioni.

Nel 1830 ci si rese conto che il ponte dell’epoca era troppo stretto per il
traffico di mezzi che si era raggiunto allora, ed a quei tempi costava meno
ampliare un ponte piuttosto che mettere due semafori per il transito alternato,
e quindi si praticò l’ampliamento.

Attualmente il ponte è costituito da tre arcate, una ampia, una ridotta e una
fetecchia.

Nella mia gioventù quando, liceale, non mi ero ancora rotto le palle del
Carnevale, per me quello è l’ingresso per la battaglia delle arance in
Borghetto, quindi un luogo di coraggio, ma soprattutto paura. E’pure di
quell’epoca il ricordo di me seduto sul muretto, di fianco a due miei amici e
Stefania Sandrelli (lei in pausa dal film a modo suo indimenticabile “Una donna
allo specchio); uno dei miei amici condivideva con l’attrice un’arancia, io mi
limitavo a sbavare.

Ovviamente questo non è l’unico aneddoto interessante su questo ponte.
Un raccontino ancora più gustoso riguarda un tale GiGno Vinia, che ai tempi dei
Liberi Comuni aveva calato da sopra alla costruzione con un cordino una piccola
ampolla, per raccogliere un po’ di acqua da portare comodamente a Venezia.
Purtroppo sotto c’era un canoista comunista che ci pisciò dentro, e non se ne
fece nulla.

Un altro aneddoto riguarda tale Georgia Popolo, che decise di rappresentare
un Presepe in questo luogo molto suggestivo. Poi le fecero notare che a Natale
c’è la vacanza lunga fino all’Epifania e non il ponte, quindi lasciò perdere.

Comunque fossi in lui a essere chiamato vecchio mi incazzerei.

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Blogger: Franco Kappa

Franco Kappa
Ivrea di palo in frasca

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