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PONT.Processo alla libertà di stampa

La sala del consiglio comunale trasformata in aula di tribunale: non  capita tutti i giorni ma quella di Pont ha avuto tale onore, venerdì 29 settembre.

A presiedere il Tribunale ed a rivestire il ruolo di giudice monocratico il sindaco Paolo Coppo; ad essere sotto accusa la sottoscritta, in qualità di giornalista rompiscatole; a fare da spettatori i consiglieri di maggioranza, la segretaria comunale ed il pubblico presente in sala. I consiglieri di minoranza hanno preso le distanze dall’iniziativa e qualcuno dei cittadini presenti si è scandalizzato. Il capo d’imputazione, è facile immaginarlo, atteneva alle tante e ripetute critiche che il sindaco riceve dalle pagine della “Voce”. 

L’attacco era cominciato durante la seduta di consiglio, quando l’accusata non aveva la possibilità di replicare: riferendosi allo scuolabus ricevuto in regalo da un’azienda (la Aira Officine Meccaniche)  Coppo aveva parlato di “una sola nota negativa: le parole scritte da una che non definisco giornalista perché i giornalisti sono un’altra cosa.  Mi chiedo perché ci debba essere tanta cattiveria. Ce ne sono tanti che scrivono ma mettere il veleno nella penna in questo modo…Vorrei capire cosa ne pensate”.

Il riferimento era al dubbio, avanzato in un articolo, se fosse corretto, da parte di un’amministrazione comunale, chiedere esplicitamente un contributo ad un’azienda operante sul suo territorio in quanto potrebbe sentirsi condizionata a rispondere positivamente ed anche condizionare a sua volta le decisioni del Comune.

“Questo è grave – ha affermato il sindaco, adiratissimo – vuol dire insinuare che c’è sotto qualcosa. Abbiamo chiesto contributi anche ad altri, come in precedenti occasioni. Al sottoscritto non  è mai stato contestato nulla; abbiamo operato nella massima trasparenza”.

Che qualche frecciata velenosa ci sarebbe stata era prevedibile ed era stata messa in conto ma le accuse sono riprese e si sono trasformate in un processo vero  e proprio dopo la chiusura della seduta, quando si sarebbe dovuto dare spazio agli interventi del pubblico. Coppo ha dato  la parola a sé stesso per dire: “Una domanda voglio farla io”. Più che di una domanda si è trattato di una sequela di accuse, intervallate dalla lettura di diversi spezzoni di articoli scritti nelle ultime settimane ed indubbiamente molto duri con l’amministrazione. I temi: la collocazione un po’ anomala dell’autoscontro nel luna park allestito per la Fiera di San Matteo; la mancata riapertura dell’edicola; l’aumento del plateatico per i commercianti presenti alla fiera; l’insinuazione che i soldi così incassati vadano a finanziare il Polo scolastico. Non è mancata una discussione sui concetti di “Risparmio” e di “Investimento”: anche qui le opinioni sono state divergenti.

Si è andati avanti così per un bel po’,  prima che il sindaco concludesse con un “Il tuo atteggiamento è vergognoso e squallido nei confronti di un paese che è anche tuo. La cosa che più spiace è il danno d’immagine per tutto il paese”.

Le regole

della democrazia

Quel che lascia perplessi, nel modo di agire del sindaco di Pont, non sono i contenuti della polemica: chi critica gli altri deve mettere in conto di essere criticato. E l’amministratore che  si stente attaccato ha tutto il diritto di ribattere: sono le regole della Democrazia. Lo si può fare con maggiore o minore eleganza, con rispetto o con disprezzo dell’interlocutore; c’è chi punge col fioretto e chi trafigge con la spada; chi usa l’ironia e chi la denigrazione ma tutto questo è legato al carattere ed allo stile dei singoli individui.

Le perplessità sono altre e riguardano le modalità delle accuse e la sede in cui sono state avanzate: una seduta del consiglio comunale. Può il “parlamentino” di un Comune trasformarsi in un’aula di tribunale, dove chi dovrebbe essere lì come osservatore (fazioso od imparziale che sia) viene messo sotto accusa e chiamato a rispondere di fronte ad un sindaco che si autonomina  accusatore e giurato? E’ corretto – nei confronti degli altri consiglieri e degli elettori di quel comune – che il consiglio diventi la sede in cui sfogare malumori ed irritazioni?

Dal canto suo il giornalista che si ritrova catapultato sul banco degli imputati è  imbarazzato sul da farsi.  Accettare la sfida e mettersi a tenzonare con un sindaco furioso e scatenato significa in qualche modo farsi complice dell’ uso improprio di una sede istituzionale; rifiutare lo scontro ed andarsene verrebbe d’altra parte considerato alla stregua di una fuga.

Altrettanto imbarazzante è scrivere di sé stessi come parte in gioco ma non farlo significherebbe essere tacciati di codardia, della serie “Quando ti si critica censuri le dichiarazioni altrui”. Non resta dunque che raccontare i fatti, cercando di mantenere un atteggiamento il più possibile distaccato e lasciando che siano i lettori a decidere. 

Qualche risposta è venuta dalle minoranze. Secondo Walter Portacolone, capogruppo di “Unione e Progresso” “un sindaco non dovrebbe comportarsi così. Il tuo ruolo è soggetto anche al giudizio dell’opinione pubblica. Nessuno vuole calunniare nessuno: le opinioni sono opinioni e bisognerebbe accettarle così come questa sera tutti accettano le accuse che stai facendo all’intera sala”.

Per Maria Grazia Trucano di “Tempo di cambiamento”: “Trovo molto squallido usare un  consiglio comunale per diatribe personali”.

Dal pubblico è arrivato analogo invito a rispettare la dignità di una sede istituzionale: “Questa è la sala del consiglio!” ma la risposta del sindaco è stata: “In questa sala si tengono anche manifestazioni  e  feste, si balla…”.

E’ opportuno un “No comment”.

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Blogger: Caterina Ceresa

Caterina Ceresa
Autore e collaboratore de La Voce del Canavese nell'alto Canavese

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