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PONT CANAVESE. Il nuovo libro poliziesco di Claudio Danzero

Prima i saggi, poi i romanzi storici, ora un giallo: non si può dire che Claudio Danzero sia uno scrittore che si adagia sugli allori.
Anziché ripercorrere strade già note ama mettersi alla prova ed i risultati gli danno ragione: anche “Il mistero di Monte Navale”, uscito a fine anno, è scorrevole, gradevole da leggere e spinge alla riflessione. Come si può intuire dal titolo, il teatro principale della vicenda è la città di Ivrea ma ci sono anche Torino e l’immancabile Pont Canavese, il luogo  d’origine che sempre ritorna nei suoi romanzi.
A Pont è ambientato il primo episodio e pontese è la protagonista della vicenda di cronaca nera; il paese viene descritto nei particolari, così come si presentava nei primi Anni Sessanta.
La localizzazione geografica è l’unico punto fermo nei romanzi di Danzero: cambiano i generi letterari e le epoche (da quella della Caccia alle Streghe all’Ottocento agli anni del boom economico) ma il Canavese c’è sempre.
Definire “un giallo” questo romanzo è però riduttivo giacché il delitto avviene a metà della narrazione.
La prima parte è una ricostruzione d’ambiente, che ci offre un quadro preciso e realistico dell’Italia di quegli anni: quella dell’impetuosa crescita economica; del nascente consumismo; della rivoluzione nei costumi, ancora lenta ma che sarebbe esplosa alla fine del decennio. Un grande fermento osservato da un’angolazione particolare: quello della città olivettiana, dove lo sviluppo economico andava di pari passo con quello sociale e culturale, dove il lavoratore era persona e non mero strumento di profitto. Si respirava un’atmosfera di vitalità e di ottimismo, di serenità nel presente e di fiducia nel futuro, che Danzero riesce a descrivere bene.
Colpisce in particolare la descrizione di una nazione in cui i posti di lavoro erano più numerosi dei lavoratori disponibili: c’era fame di operai ma anche di impiegati e di tecnici, che venivano corteggiati e coccolati. L’altra faccia della medaglia era  l’emergere – come scrive l’autore nel Prologo – di “un’élite di nuovi ricchi che dimenticavano l’ottemperanza alle regole e il rispetto per gli altri. Molti dei delitti più efferati ebbero luogo in quegli anni”.
Quasi a metà del racconto si colloca il fattaccio ed inizia il romanzo poliziesco. A catturare l’attenzione del lettore non è tanto la ricerca del colpevole (si intuisce dall’inizio chi sia) ma lo sviluppo delle indagini per scoprire il perché ed il come del delitto, tanto che il vero colpo di scena   sarà di tipo… sentimentale.
Sotto i riflettori troviamo ora un commissario di polizia ed una giornalista e con lei il mondo dell’informazione.
 Le indagini parallele che la redattrice conduce diventano il pretesto per descrivere pregi e difetti dei giornali di allora, spesso simili a quelli di oggi.
Fanno irruzione nel racconto (con i propri nomi anche se con personaggi e vicende di fantasia) le due testate che si contendevano il primato nella cronaca locale: “La Sentinella del Canavese” e “Stampa Sera”.
Attraverso questo specchio Danzero illustra i meccanismi dell’informazione, la tendenza delle testate più antiche e di più consolidata diffusione a non esporsi troppo, a non prendere posizione contro potentati ed istituzioni, a mantenere una prudenza che, spinta all’eccesso, finisce per sconfinare con la pavidità. Racconta un mondo chiuso e poco permeabile: l’aspirante cronista non viene accolta perché sia brava ma perché è figlia di un noto professionista, e si deve scontrare con posizioni di privilegio acquisite. La ragazza avrà fortuna ma solo grazie alla sua intraprendenza e ad una serie di circostanze favorevoli.
L’intreccio del romanzo è avvincente e le situazioni credibili ma con un’eccezione: la condizione femminile ed i rapporti tra i sessi vengono descritti in modo un po’ troppo ottimistico. La figura della giornalista d’assalto è in anticipo sui tempi come lo sono i comportamenti disinvolti delle ragazze e la naturalezza con cui tali comportamenti vengono accettati dai loro fidanzati e dalle rispettive famiglie.
E’ un difetto rilevabile in altri romanzi di Danzero ma in fondo torna a suo merito: crea figure di donne libere ed intraprendenti perché evidentemente non riesce ad immaginarle in ruoli subalterni…

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Blogger: Fabio Mina

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