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Più si brucia più il PIL cresce

Uno dei problemi della società contemporanea è che la politica, nata per risolvere i problemi della società intesa come organismo collettivo valorizzando il bene comune, si è via via indirizzata nel tempo verso una direzione opposta e cioè quella di curare gli interessi privati. In un mondo che ruota intorno al denaro, senza considerare i grandi valori e gli ideali che hanno segnato il dibattito pubblico degli ultimi secoli di storia, è abbastanza evidente questa mutazione, ma per uno strano meccanismo i cittadini invece di reagire e protestare, come è accaduto in passato, tendono “a lasciar correre”. I meno giovani ricorderanno gli anni 60 e 70 dove la protesta era all’ordine del giorno, ma era finalizzata al perseguimento di valori universali quali la pace tra i popoli, l’uguaglianza, la fine delle discriminazioni di qualunque tipo, la lotta al razzismo, il disarmo, la parità di genere, i diritti dei lavoratori e anche se solo all’inizio le battaglie per la salvaguardia dell’ambiente. Molte battaglie sono state vinte, ma poi, a partire dagli anni ’80 del ‘900 la passione politica e l’entusiasmo messi in campo soprattutto dai più giovani sono andati scemando. Il dibattito pubblico si è ridotto con l’andare del tempo, anche per l’incapacità dei partiti politici di adeguarsi alla contemporaneità, e questo vuoto, surfando  sulle onde della globalizzazione, è stato occupato in maniera sempre più pervasiva da soggetti privati sempre più grandi. Ci sono multinazionali e corporations che dettano l’agenda politica ad interi Stati alla faccia della democrazia e del potere del  popolo sancito dalla nostra Costituzione. A cascata questo fenomeno si è propagato anche ai livelli più bassi: nazionale, regionale e locale.

Un altro elemento che ha permesso l’evolversi di questa situazione è la scarsezza o la mancanza totale di comunicazione perché chi detiene il potere oggi detiene anche la maggioranza dei mass media e quindi l’informazione che arriva al singolo cittadino è spesso poco oggettiva, come dovrebbe essere una notizia giornalistica, e tende a schierarsi invece di rimanere equidistante limitandosi a fornire informazioni vere e dettagliate provenienti da fonti certe.

Abbiamo detto  che anche a livello locale si è assistito ad un fenomeno di questo tipo ed alcune decisioni prese dall’Amministrazione Comunale eporediese ne sono testimonianza. Decisioni che fra l’altro sono state assunte su input di enti di secondo livello che come tali non sono soggetti al controllo diretto da parte dei cittadini grazie al meccanismo delle “scatole cinesi”. L’ultima di queste decisioni in ordine di tempo è stata assunta nell’ultimo Consiglio Comunale e riguarda l’acquisto da parte di SCS (Società Canavesana Servizi) di 500.000 quote della società TRM che è quella che gestisce l’inceneritore del Gerbido di Torino. Sarebbe curioso intervistare qualche cittadino per strada chiedendogli cosa sa di questa vicenda e se conosce il meccanismo della gestione del ciclo integrato dei rifiuti visto che ogni tanto gli viene chiesto di versare una tassa, che oggi si chiama TARI, che ha assunto nel tempo un’entità sempre maggiore nei sempre più scarni bilanci familiari. Il bello, si fa per dire, di queste gabelle è che mai è accaduto che, almeno ogni tanto, siano state ridotte grazie ad una gestione più oculata ed efficiente del servizio.

Perché si è arrivati a questo acquisto? Nei primi anni 2000 l’allora Provincia di Torino decise di progettare e realizzare un paio di inceneritori individuando fin da subito la località Gerbido a Torino come la sede di quello principale. Il secondo si sarebbe dovuto realizzare in quel di Borgofranco d’Ivrea, ma a seguito di una sollevazione popolare, da noi sostenuta come forza civica, fortunatamente il processo si è fermato. La gestazione dell’inceneritore del Gerbido, alla luce delle molte contraddizioni e rischi che tali impianti si portano appresso, è durata molti anni fino all’attivazione di un primo modulo nel 2013 e dell’intero impianto nel 2015. Da lì in poi molte sono state le manifestazioni, le proteste, le indagini, le ricerche per valutare la pericolosità di questo impianto, ma di questo ne parleremo un’altra volta essendo il tema di oggi l’acquisto delle quote. TRM nasce come società mista la cui proprietà è/era suddivisa, semplificando, in 80%  di IREN SPA, azienda privata, e 20% della Città di Torino e qualche altro socio minoritario. La Città di Torino dovendo fare cassa per ripianare debiti che avrebbero potuto portarla al commissariamento decide l’anno scorso di mettere la gran parte delle proprie quote sul mercato, per la precisione il 17,35%. La IREN offre circa 38 mln di euro che però la città di Torino rifiuta per recuperarne, se tutto filerà liscio, solamente 30.

Quest’anno quindi ci  riprova, ma proponendo le quote al pubblico, scrupolo che evidentemente non si erano fatti lo scorso anno e allora i consorzi di gestione della ex Provincia propongono ai propri soci di mettere mano al portafoglio. La Società Canavesana Servizi, che gestisce i rifiuti per la città di Ivrea e dintorni, decide di accettare la proposta di acquisto di 500.000 azioni per un costo di oltre 1 milione di euro. Trattandosi SCS di una società interamente pubblica il cittadino di cui parlavamo sopra può facilmente capire da dove arriveranno i soldi per pagare questa operazione che più che un investimento nell’interesse della collettività pare una mera operazione finanziaria per salvare la città di Torino dal default. La curiosità dell’operazione, diciamola così, è che TRM, che è una SPA quindi basata sul diritto privato, è gestita per lucrare sull’incenerimento dei rifiuti per cui più si brucia più si guadagna. E’ un esempio del famoso paradosso del PIL: più consumiamo, più bruciamo rifiuti, più inquiniamo e più facciamo lavorare la sanità pubblica per rimediare ai danni e più il PIL cresce. E bruciare rende e produce utili milionari che non sono proprio noccioline se nel 2018 ammontano a 22,1 mln e nel 2019 a 21,7 mln di euro che, trattandosi di una società per azioni, vengono ripartiti tra i soci. Utili che  giova ribadire provengono dalla tasche dei cittadini.

Il che se ne parliamo in ambito privato ci può anche stare, anche se lucrare e fare profitti  con risorse versate dai cittadini per un servizio pubblico non è una gran bella prospettiva, ma ciò che andrebbe radicalmente ridiscusso è come possa farlo la Pubblica Amministrazione il cui fine non è ovviamente quello di spartirsi dividendi, maturati con la riscossione delle bollette TARI, quanto erogare servizi dignitosi ai propri cittadini. Il pubblico non può fare  profitto per definizione e dovrebbe in caso di utili reinvestirli in manutenzione, tecnologia, ricerca, alternative all’incenerimento. Con un milione di euro si sarebbe potuto dare vita, a livello di SCS, a politiche pubbliche decennali finalizzate alla “strategia rifiuti zero” messa ormai in atto da tempo in molte città in tutto il mondo a partire da S.Francisco. Si sarebbe potuto investire sulle 3R (Riduzione, Riuso, Riciclo) a livello di bacino fungendo da capofila a livello provinciale di buone pratiche ambientalmente sostenibili per dimostrare che esiste  la possibilità di una gestione virtuosa di rifiuti che, a tendere, dovrebbero ridursi fino a scomparire del tutto partendo dall’eliminazione dalla filiera produttiva degli imballi non riutilizzabili e/o riciclabili. Ci sarebbe molto a dire e molto si è detto negli anni passati su questo tema, ma ciò che vogliamo rimarcare è che l’Amministrazione comunale eporediese si è persa l’ennesima occasione per proporre una leadership territoriale finalizzata ad uscire da politiche di stampo liberista e per nulla rispettose dell’ambiente. Chiudiamo ricordando che la votazione ha visto il solo voto contrario di Viviamo Ivrea e del Movimento 5 Stelle Ivrea mentre il PD si è allineato tranquillamente sulla linea della destra che per lo meno è più coerente con il proprio pensiero aziendalista. In una battuta finale ci si potrebbe chiedere se esista una sinistra ecologista, solidale, ambientalista più vicina al cittadino (che paga con fatica salate bollette) che non ad aziende private che si arricchiscono con utili derivanti da servizi pubblici.

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Francesco Comotto
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