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Per ricordare la strage dell’ Heysel

Sono trascorsi trent’anni dalla Strage dell’Heysel. Trent’anni da quando, in una sera di fine maggio, trentanove persone inermi morirono massacrate dentro uno stadio, prima che si giocasse la Finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Dentro il decrepito stadio di Bruxelles e precisamente nel Settore Z, trentadue italiani, quattro belgi, due francesi, un irlandese persero la vita ed altri centinaia rimasero feriti durante un vero e proprio assalto messo in atto dagli hooligans inglesi.

Il 29 maggio ricorreva il trentesimo anniversario di quella strage ma come e quanto è stato ricordato da stampa, televisione, vertici sportivi, autorità politiche? Per rapidi accenni, senza approfondire e senza spiegare più di tanto quel che accadde. Quanto alla Juventus, si è limitata a far celebrare una messa. Non c’è da stupirsi: fin dai primi momenti venne messa in atto una “congiura del silenzio”;  tutti volevano porre una pietra sopra  quella giornata perché troppo grandi erano le colpe commesse, troppo vaste le complicità,  troppo impegnative le decisioni che si sarebbero dovute prendere.

Si sono invece impegnati a fondo per far ricordare questo anniversario il giornalista Francesco Caremani, autore del libro “Heysel – Le verità di una strage annunciata” (l’unico ufficialmente riconosciuto dall’Associazione Famigliari delle Vittime) ed il suo editore Luca Turolla, titolare della “BRADIPOLIBRI”, che si sono sottoposti ad un autentico “tour de force”. Nell’Alto Canavese sono stati presenti due volte a Rivarolo ed altrettante a Cuorgnè per incontrare studenti e cittadini.  Il riscontro c’è stato: “I ragazzi – dice Turolla – sono stati attentissimi e si sono commossi, come capita sempre quando scoprono questa storia di cui sapevano poco o nulla”. Un po’ meno soddisfacente l’afflusso di pubblico nell’incontro pomeridiano di Cuorgnè, svoltosi giovedì 28: erano presenti più che altro testimoni oculari di quella tragedia, ma si trattava del pomeriggio di un giorno feriale…

I tifosi partiti in quei giorni per Bruxelles con il locale “Juventus Club” erano tanti: sessanotto. Fortunatamente non si trovavano nel settore preso d’assalto: “Nessun italiano avrebbe dovuto essere  lì” – ha ricordato polemicamente Roberto Scotti, oggi assessore allo Sport del Comune di Cuorgnè, che aveva organizzato il viaggio in qualità di Presidente del club.

 

Bradipolibri:  Heysel e  Grande Torino

 

A proposito delle iniziative per ricordare la Strage dell’Heysel, merita un elogio la casa editrice che ha pubblicato il libro di Caremani: la “BRADIPOLIBRI” di Torino. Non solo per questo volume ma per lo spirito con il quale affronta le tematiche sportive. All’inizio di maggio (in concomitanza con l’anniversario della tragedia di Superga) i locali della Manifattura di Cuorgnè avevano ospitato  una mostra organizzata dalla BRADIPOLIBRI e dedicata al mito del “Grande Torino”. Libri, riproduzioni di articoli di giornali, cartoline, annulli filatelici ed anche qualche cimelio: la valigia di Valentino  Mazzola, per esempio (una modesta ed usurata valigia diversissima da quelle esibite dai calciatori di oggi). Poi un pallone Anni Quaranta, scarpe da gioco risalenti allo stesso periodo, un plastico dello stadio “Filadelfia”. Tutto faceva pensare ad un indirizzo editoriale preciso,  imperniato sull’esaltazione di un mito sempre attuale e di sicura presa.

Parlando con l’editore Luca Turolla era invece venuto fuori un ritratto ben più complesso ed importante, fatto intuire dall’annuncio: “A fine mese, per il Trentennale dell’Heysel, presenteremo il libro che abbiamo pubblicato, l’unico approvato dall’Associazione Familiari delle Vittime”.  Mettere insieme la disgrazia aerea in cui perì per fatalità l’intera squadra del Grande Torino e la strage nella quale persero la vita per dolo decine di tifosi juventini è un segnale preciso di un certo modo di vedere le cose. Infatti la BRADIPOLIBRI si occupa di sport e di letteratura sportiva ma lo fa con senso critico ed intenti pedagogici: “L’intento è quello di aggregare le persone attraverso il calcio, vista la sua diffusione, e diffondere i valori positivi dello sport”. Non solo: “Scrivere di sport è un pretesto per far leggere i ragazzi”.

 

A Rivarolo, una mostra sull’Heysel

 

Un altro evento  legato al trentennale dell’Heysel è stata la mostra ospitata a Rivarolo lo scorso fine settimana ed intitolata “Settanta Angeli in un unico Cielo – Hysel e Superga tragedie sorelle”. Ad organizzarla sono stati la “SaladellaMemoria Heysel.it” ed il “Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata” insieme all’Assessorato alla Cultura del Comune di Rivarolo. La “Casa della Memoria Heysel”  è un Museo Virtuale Multimediale messo in piedi all’inizio del 2009 da un tifoso juventino, Domenico Laudadio, per onorare una sorta di impegno con sé stesso. Voleva in qualche modo redimersi da una colpa: quella di aver festeggiato, a vent’anni, la conquista a Bruxelles della Coppa insanguinata. Dopo ripetuti ed infruttuosi tentativi di coinvolgere la società bianconera nel progetto di creare una Sala-museo permanere da allestire  a Torino, aveva deciso di realizzare a sue spese un Museo virtuale. In seguito la Juventus ha cambiato atteggiamento e, nel nuovo “J Museo”, inaugurato nel 2012, ha dedicato ai Caduti dell’Heysel una stele luminosa con i loro nomi e cognomi. Il Sito- Museo si è associato al comitato “Per non Dimenticare Heysel” di Reggio Emilia ma soprattutto si è gemellato con il “Museo del Grande Torino e della Leggenda Granata” tanto che i due loghi compaiono insieme sui rispettivi siti istituzionali, definendo le due sciagure “Tragedie Sorelle”. Da questa collaborazione è nata la mostra “Settanta Angeli in un unico Cielo”: un messaggio forte per il recupero dei veri valori sportivi contro la degenerazione che vede le tifoserie trasformarsi in bande di strada. Si deve rispettare la memora di tutte le disgrazie e di tutte le vittime del calcio: questo è il messaggio che la “SaladellaMemoria Heysel” ed il “Museo del Grande Torino” intendono diffondere.

 

 

Il libro sulla strage  dell’Heysel

 

 

Francesco Caremani, giornalista aretino, ha un legame emotivo molto forte con la strage dell’Heysel: tifoso della Juve, amico di uno dei morti, scampato al massacro perché un brutto voto gli aveva precluso il viaggio. Ha sempre seguito da vicino l’impegno di Otello Lorentini, suo concittadino e padre dell’amico ucciso, fondatore e presidente dell’Associazione Famigliari delle Vittime. Questo è  “il libro che non avrei mai voluto scrivere”: uscito nel 2003, è stato poi ripubblicato dalla casa editrice torinese BRADIPOLIBRI. Raccoglie testimonianze dirette, articoli di giornale, atti giudiziari e costituisce un atto d’accusa verso i tanti colpevoli di quella strage. <Eravamo venuti a Bruxelles per fare del male> – avrebbe poi confessato uno degli hooligans, che nel pomeriggio avevano fatto scempio della città, devastandone il centro senza che nessuno li contrastasse. Allo stadio- sottolinea l’autore – “sarebbero bastati cento poliziotti perché non accadesse nulla” ma il Ministero dell’Interno non li schierò. Quei pochi erano nei posti sbagliati e fecero le cose sbagliate come multare gli italiani per innocue violazioni amministrative o sottoporli ad estenuanti controlli all’ingresso mentre gli ultrà inglesi, ubriachi fradici, entravano liberamente portando con sé casse di birra ed armi improprie. Impreparazione, incoscienza? Molto peggio fu quel che accadde dopo: invece di bloccare i colpevoli della strage, i pochi poliziotti bastonarono gli italiani in cerca di scampo;  i medici incaricati delle autopsie fecero scempio dei cadaveri, ai quali vennero addirittura sottratti oggetti d’oro e portafogli; i magistrati, invece di cercare i colpevoli di omicidio (tutti rimpatriati velocemente senza prima identificarli) si concentrarono sugli atti di violenza commessi dagli ultrà iuventini dopo la strage.

La partita si giocò ugualmente: per motivi di ordine pubblico – dissero l’UEFA e le autorità belghe. La Juventus vinse quella coppa. I suoi dirigenti, i calciatori e molti tifosi, nonché il telecronista della RAI, festeggiarono la vittoria come se non fosse successo nulla. “Non è tanto l’esultanza dei primi momenti a colpire – sostiene Caremani – ma quella successiva, con la Coppa alzata trionfalmente al ritorno in Italia. Penso che andasse restituita e si potrebbe ancora farlo: è un gesto che avrebbe senso anche oggi ed Otello Lorentini (ora defunto) la pensava come me”.

Lorentini decise di lottare per ottenere giustizia ma non poteva farlo da solo: era necessario dividere le ingentissime spese e riuscì a riunire tutti i famigliari delle vittime. Il processo di primo grado fu una farsa: 14 modeste condanne contro gli hooligans per omicidio colposo, nessun responsabile fra le autorità belghe (ministro dell’Interno, borgomastro di Bruxelles, Gendarmeria, Polizia di Bruxelles). “Il Belgio non poteva condannare sé stesso – spiega Caremani – così scaricarono tutte le  colpe sull’anello più debole: il capitano che aveva la responsabilità dei gendarmi in servizio dentro lo stadio”. Ma Lorentini non si diede per vinto e citò in giudizio l’UEFA, responsabile di aver scelto per puro tornaconto di far giocare le squadre in quella struttura: era piccola, insicura ed assolutamente inadeguata ma aveva il pregio di costare poco. La battaglia fu dura e solitaria: lo Stato Italiano faceva orecchie da mercante, la nostra magistratura rimase ferma, in attesa; le istituzioni del Calcio meglio non parlarne… “Siamo un paese- dice ancora Caremani – che vuole vittime discrete e silenziose”. La condanna per l’UEFA arrivò: “Fu una sentenza storica, purtroppo poco pubblicizzata dai mezzi d’informazione, e non mancò chi accusò i famigliari degli uccisi di essersi fatti i soldi sulla pelle dei morti. Ma la condanna ci fu e dobbiamo ad Otello Lorentini se oggi in Europa abbiamo stadi sicuri”.

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