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PER DIRE NO ALLA VIOLENZA SULLE DONNE

Ad un certo punto, improvvisamente, una forza insospettabile le parte da dentro. E così si libera da lui, così grande e grosso, e ce la fa, finalmente, dopo tanti, troppi tentativi, a reagire, a dire un secco e forte no nonostante la paura, nonostante il trauma. In fretta e furia si riveste, prende le sue cose e corre via, giù per le scale; cinque piani a piedi di corsa verso la libertà. Finalmente in strada, lei, piccola creatura spaventata con le lacrime agli occhi, è sola, non sa dove si trova. Persa in una grande città non sua inizia a camminare senza una meta, sotto un sole troppo caldo per un inizio di primavera. Cammina sempre più veloce tra le macchine che sfrecciano veloci accanto a lei. Chi lo sa, forse il terrore misto all’ istinto di sopravvivenza, o forse solo un po’ di fortuna in una mattinata infernale, la spingono nella direzione giusta. Trova la fermata di un tram e dopo minuti di interminabile attesa, giunge alla stazione. Vuole solo andare a casa. Per un giorno l’università può aspettare. Dentro il treno, durante il viaggio verso casa, lei non sa cosa prova, eppure piange. Lunghe lacrime silenziose scendono ininterrottamente. Si, perché sa che a casa non potrà farlo, non dovrà farlo, o tutti capiranno. E nessuno deve capire, nessuno deve sapere. Arrivata a casa, butta i vestiti nella spazzatura e si fionda nella doccia. Più che il suo fisico, quello che cerca di cancellare sono quelle immagini, quelle frasi, quella vergogna che prova e quel senso di colpa. Forse, si dice, avrebbe fatto meglio a lasciar fare, forse ora non starebbe così, forse era quello che meritava in fondo. Forse avrebbe fatto meglio a soddisfare i suoi bisogni, come diceva lui. Forse ora non si sentirebbe impaurita, sporca, colpevole, ferita. Sola. Forse, ora, oltre a quelle ferite fisiche, non avrebbe anche quelle nel cuore, in fondo all’anima. Ferite di cui nessuno immagina l’esistenza; meno male che nessuno ha capito. Con quella consapevolezza, stranamente, si addormenta subito quella sera. Stravolta, vuole solo dimenticare e quale modo migliore se non entrare nel mondo dei sogni? Il giorno dopo, per un attimo, pensa ad un brutto sogno, ad un incubo. Ma il senso di nausea che ha le dice che no, purtroppo è accaduto davvero. Ed è accaduto a lei. La prima cosa che fa, quindi, è specchiarsi; chissà se da fuori si vedrà, pensa. No, si auto convince; non si vede niente. Sono forte, riuscirò ad essere normale, a ridere e scherzare e nessuno capirà. Eppure, non riesce a fare finta di niente. Si sente diversa, osservata, colpevole, sempre più sporca. Vorrebbe raccontare quanto accaduto, ma non riesce. Eppure quelle frasi, quelle scene, quelle sensazioni la perseguitano. Di giorno. E ora anche di notte. Com’è cominciato tutto, si chiede. Bhe, da un incontro casuale, da una conoscenza, da un ’interesse che lui mostra a lei. Interesse stranamente forte, sin da subito. A lei sembra strano che lui sia così presente sin da subito, così gentile, così insistente e desideroso di uscire; ma, come al solito, lei, non da retta alle sue sensazioni. Non le ascolta, fa finta di niente. E, alle sue domande di uscire non sa dire no; in fondo, è un bel ragazzo, e sembra anche intelligente. Per questo, alla richiesta di un pranzo insieme, lei, ingenua, accetta. Non immaginando minimamente che lui aveva già organizzato tutto. Non immaginando minimamente che quella gentilezza celava un essere violento e ossessionato.
Ecco un pezzo di storia. Un pezzo di storia raccontato in parte perché troppo forte da raccontare, troppo difficile da accettare Una storia ambigua, piena di parti mancanti, di buchi, di vuoti non raccontanti. Ma in questi casi raccontare non serve, basta immaginare per capire. Una ragazza qualunque, una donna qualunque vittime di violenza: violenza sessuale, psicologica, fisica.. Storie diverse di donne diverse. Donne accumunate dagli stessi sentimenti; senso di colpa, vergogna, paura, incapacità di accettare l’accaduto e di raccontarlo. Vittime che pensano di essersi meritate quello che hanno subito. Vittime che non denunciano per paura e subiscono violenze, una volta o ripetutamente, dai loro fidanzati, mariti, compagni, estranei. Vittime che aumentano sempre di più. Nel migliore dei casi, un trauma pesante e difficile da superare, nel peggiore, la morte. Questo non è amore, è pura follia, pazzia, mania, ossessione distruttrice. E non basta una data istituzionale, non basta un 25 novembre, anzi è inutile una celebrazione fatta per ricordare tutte le vittime che hanno subito e ogni giorno subisco violenza. Non servono parole, ma azioni concrete. Piccoli gesti quotidiani. Forme di tutela e protezione. Senza perdite di tempo.

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