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In foto Franco Righino, il tecnico dell'Arpa di Pavone ucciso a 37 anni durante una battuta di caccia a Brosso

PAVONE. Omicidio Righino: chiesti un anno e tre mesi per Danni. La difesa chiede l’assoluzione

Un anno e tre mesi di reclusione per Diego Danni, 47 anni, di Pavone, accusato d’aver accidentalmente ucciso il compaesano Franco Righino durante una battuta di caccia sulla collina di Brosso il 27 novembre 2007. E’ questa la richiesta di condanna formulata dal Pm Gianluca Dicorato sulla base di “elementi tecnici assolutamente collimati e perentori”, emersi da sopralluoghi, perizie, consulenze medico-balistiche, registrazioni delle telefonate al 188.

Secondo l’accusa il colpo fu sparato da una distanza di almeno 50 metri, dalla direzione in cui si trovava Danni, il quale avrebbe esploso dalla sua Beretta due proiettili marca Gualani verso la strada panoramica, un bossolo fu rinvenuto in una carcassa, l’altro avrebbe ucciso Righino, colpendolo all’arteria femorale.

Gli avvocati di parte civile, Pio Coda, Luca Achiluzzi e Roberto Chiaverina, hanno chiesto il risarcimento per i familiari del defunto dichiarando indignazione per le falsità inventate subito dopo la tragedia e per il fatto che quella battuta si stesse svolgendo a ridosso della strada asfaltata, in violazione delle norme, per cui l’assicurazione non può intervenire.

Giovedì scorso è stata la volta della difesa. Gli avvocati Rosalba Cannone e Giuseppe Del Sorbo hanno chiesto il proscioglimento del loro assistito per “non aver commesso il fatto”, focalizzando la loro tesi sulla compromissione delle prove da parte degli altri cacciatori che erano alla battuta, e sulle contraddizioni emerse negli interrogatori e nell’aula del tribunale.

Sono addolorata – ha commentato Cannone rivolta al giudice Marianna Tiseo e mi rendo conto che discutere di un morto con questi elementi sia una tragedia per tutti. In questo processo noi non abbiamo confessioni, come vorrebbero accusa e parte civile. Danni dubita soltanto che gli sia partito un colpo. Una reazione normale in quella situazione, verrebbe in mente a chiunque”.

Cannone ha posto l’attenzione sul comportamento dei cacciatori. Erano divisi in due squadre: Ivano Buat ed Ercole Francisco con Maurilio Vercelio e Silvano Comparin, dall’altra Righino, Danni e Fabrizio Barengo. “Il tecnico del centro controllo di Gauna – ha sottolineato Cannone – ci ricorda che si erano recate da lui tre persone. Ma non sembra strano, con una disgrazia? Si recano a casa di Buat per scaricare le carcasse. Buat va tre volte a casa, a Baio Dora, prima di recarsi in caserma. Francisco racconta di aver ricevuto una chiamata: gli viene detto di cucirsi la bocca. Si arriverà a dire che quella squadra non voleva chiamare i soccorso e qualcuno, poi, aveva chiamato il 118 per chiedere per quanto si sarebbero trattenute le registrazioni delle telefonate. L’accusa parla di un comportamento misterioso, come se volessero coprire qualcosa: ma volevano coprire se stessi, non Danni!”.

Il giudice ha rinviato il processo al 9 ottobre, ore 15, per le repliche.

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