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Passè ‘l bujì….

Passè ‘l bujì….
Vi ricordate il modo di dire piemontese “passè ‘l bujì a quaidun”, letteralmente, passare il bollito a qualcuno. Il significato di questa coloratissima e metaforica locuzione verbale esula dal suo senso letterale e ci sono delle varianti. Si dice anche passé ‘l lard, passare il lardo, passé le paste, cioè passare le paste, le bignòle, ed altre ancora. Passé ‘l bujì a quaidun, potrebbe avere anche un altro significato, cioè quello di riconoscere un giusto compenso, una paga materiale o anche simbolica, oppure la giusta ricompensa a qualcuno per un buon servizio ricevuto, cosa c’è di più ghiotto e saporito di un buon piatto di bollito? Ma questo modo di dire viene usata quando si voglia assegnare o minacciare l’inevitabile castigo, fisico o morale a chi non abbia svolto il suo compito con il necessario impegno. Ma perché passare il bollito? Dobbiamo tornare indietro nel tempo quando anticamente certi signorotti locali, al termine di banchetti e convivi, in segno di benevolenza solevano distribuire gli avanzi delle libagioni ai poveri del villaggio. Certo non erano i bocconi più prelibati del banchetto, erano più spesso quelli meno appetitosi e tralasciati dai conviviali, oppure si trattava di frattaglie e delle parti meno nobili di montoni, pollame e selvaggina, che, prima della distribuzione al popolo, venivano bolliti in grossi pentoloni. Il bollito re della tavola in inverno in Piemonte con la sua corte di bagnetti rossi e verdi, senapi e intingoli, ha sicuramente influenzato anche la parlata popolare. Dal bollito derivano poi le parole sbeuje, perdersi d’animo, sbujì, sbollettare ma anche sbigottirsi e arbeuj, ribollire, fermentare. Ci sono poi espressioni simili come dé ij sòld ëd la sghijaròla, dare i soldi per lo scivolo, e poi del toron del mòrù, dare un ceffone in faccia, toron significa schiaffo oltre che al torrone propriamente detto e morù, che deriva dalla parola celtica murr, significa muso e anche viso. Concludo con questa vecchia poesia dove si evidenzia come una volta c’era quasi niente rispetto per le donne: “Mè morosa am dis soa giòja, chila am tapa, chila am tapa, am mòla ’l prèt. Mi l’angrasso, mi l’angrasso a lard ’d Savòja e l’ambonisso, l’ambonisso co’ij torcèt!” La mia fidanzata mi dice gioia, mi veste, mi molla prèt, paga del soldato in linguaggio militare, francesismo da preter, prestare, mettere a disposizione. Io la percuoto, l’ingrasso con il lardo di Savoja, e la rabbonisco con i torcetti, ma non sono i dolci di Agliè, ma con dei forti manrovesci!
Favria, 25.01.2021 Giorgio Cortese

La bellezza della vita sta nel rigenerarsi ad ogni nuova alba.

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