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In foto Franco Righino, il tecnico dell'Arpa di Pavone ucciso a 37 anni durante una battuta di caccia a Brosso

Omicidio Righino: in aula quelle grida strazianti..”Aiutatemi”

“Aiutami.. Aiutami… Aiutami..”. Quel grido straziante ripetuto più e più volte nel giranastri dell’aula magna del tribunale eporediese. La voce di Franco Righino che piange disperato mentre il sangue gli sgorga dall’arteria femorale: la registrazione, ascoltata in diretta, degli ultimi istanti prima della morte avvenuta durante una battuta di caccia sulla collina di Brosso il 25 novembre 2007.

Righino, tecnico dell’arpa di Pavone, fu ucciso da un colpo di fucile, sparato, secondo l’accusa, da Diego Danni, anch’esso di Pavone, alla sbarra per omicidio colposo. Un processo interminabile, quasi a rischio di prescrizione, per la difficoltà di indagini che si sono dilungate tra la reticenza dei cacciatori presenti qual dannato giorno e la compromissione delle prove, tra carcasse rimosse dei cinghiali e fascette cambiate attestanti le posizioni occupate quel dì, e molteplici contraddizioni tra le dichiarazioni rese in fase di indagine poi in aula.

Giovedì pomeriggio, di fronte al giudice Marianna Tiseo, l’udienza si è focalizzata sulla prova cardine: gli avvocati di parte civile (Pio Coda per la compagna del defunto Barbara Origlia, Luca Achilluzzi per la mamma Margherita Caramello e Roberto Chiaverina per il fratello Simone Righino) avevano chiesto di poter riascoltare la seconda telefonata fatta al 118 da Fabrizio Barengo, il cacciatore che era in coppia con Danni, da cui si evincerebbe in modo inequicavobile un dato fondamentale. Ossia che Righino si trovava con loro, ancora vivo e singhiozzante. Una verità diversa, quindi, rispetto alle dichiarazioni rese nell’udienza dello scorso maggio. Barengo sosteneva di essere arrivato con Danni, dopo alcune ricerche e telefonate, nel posto in cui si trovava Righino, già cadavere. Ma dalle registrazioni echeggiano chiaramente urla in richiesta di aiuto. In particolare si sente l’appello disperato nei primi 9 secondi. Subito dopo un’espressione, forse in piemontese, che il perito Alberto Tarricone ha tradotto come “l’importante è la fir…”. La frase viene interrotta, si sovrappone la voce del centralino del servizio di emergenza. Ma al secondo 45 si sente un’altra voce in sottofondo esclamare “Madonna mia, hai visto” e subito un lamento stavolta più tenue che invoca ancora “aiuto”. “Sembrano due voci distinte” hanno sottolineato i legali di parte civile sostenendo quindi che al momento della telefonata erano tre le persone presentidall’altra parte del citofono del 118. Un dato che il tecnico non aveva colto nella trascrizioni iniziali e che il Pm Bianco e lo stesso giudice hanno riconosciuto benchè l’imputato, rtilasciando dichiarazioni spontanee, abbia sostenuto che “non si trattava di più voci: ero io che urlavo Madonna mia e aiuto, Righino era già morto”.

Il giudice ha definito “superlue” le ulteriori perizie proposte dall’avvocato difensore Giuseppe Del Sorbo rinviando il caso al 25 febbraio 2014. In quella sede sarà pronunciata la sentenza.

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