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“Oh, quanta strada nei miei sandali, Quanta ne avrà fatta Bartali….”

“Oh, quanta strada nei miei sandali, Quanta ne avrà fatta Bartali….”….Così cantava Paolo Conte in quei lontani anni ‘70.

Tanta, tanta strada, tantissimi sacrifici, sudore, rinunce di un atleta, un uomo che ha accompagnato l’Italia a cavallo di uno degli eventi più devastanti e significativi del nostro paese: La Seconda Guerra Mondiale.

E chissà se Paolo Conte sapeva, in quel 1979, quanta di quella strada il Ginettaccio nazionale avesse fatto per….salvare vite umane, di “ultimi” e sconosciuti, rischiando in prima persona come solo i veri Eroi sono in grado di fare.

Era pesante il fardello che Gino trasportava nascosto all’interno del telaio della sua bicicletta, pesante per le persone che attendevano quei documenti per avere salva una vita altrimenti destinata ad essere interrotta troppo presto ed in maniera troppo atroce, pesante per lui che chissà quanta paura avrà avuto in quelle ore e lungo quelle strade che conosceva meglio delle stanze di casa sua.

In quei tristi anni, Gino è stato tra i (per fortuna) tanti che hanno messo in discussione le loro sicurezze ed i loro “privilegi” per un fine nobile, supremo, quasi spirituale come il tentativo di salvare vite di persone che avevano semplicemente la “sfortuna” di appartenere ad una etnia, a minoranze o anche solo di avere tendenze sessuali differenti.

Occorre affermare che  questi meriterebbero tutti di essere nominati Giusti tra Nazioni, ma non si può non ricordare come un personaggio come Gino ne abbia…un diritto ancor superiore; perché, pur in periodo di ristrettezze, sia economiche, che di libertà personali, lui aveva da perdere più di altri, più di molti….forse più di quasi tutti!

Lui era Il Campione Gino Bartali, un uomo riconosciuto, affermato e stimato a prescindere da Nazioni, nazionalismi e confini, aveva una situazione economica sicuramente migliore del resto della popolazione, aveva la possibilità di condurre una vita pressoché “normale” (per quanto potesse esserla durante un conflitto di quelle dimensioni), aveva una bella famiglia.

Ebbene….ha scelto di mettere tutto questo in discussione per seguire una Missione Suprema…ed ha rischiato, ha rischiato tutto, inclusa la sua vita stessa.

Ed è stupendo e lo rende ancora più grande questa sua volontà di celare tutto ciò per il resto della sua vita.

“Il bene si fa ma non si dice, sfruttare le disgrazie degli altri per farsi belli è da vigliacchi” é un concetto aulico, sublime, figlio di valori forti radicati nell’Uomo Gino Bartali e figlio di una realtà contadina, concreta, in cui la solidarietà era non solo la norma, ma anche la necessità…per trattare adeguatamente  un terreno, una vite, un campo, per portare a casa il minimo indispensabile a far sopravvivere la famiglia, tutte attività che si svolgevano con i compaesani, le altre famiglie, gli amici, senza i quali tutto sarebbe stato perduto.

E la famosa borraccia passata (o ricevuta?) a (o da) Fausto Coppi in una delle fotografie più note ed amate del ‘900, non ne é forse un’estensione? E che bella la ruspante diatriba tra i due che hanno per sempre continuato a “giocare e scherzare” su chi avesse passato cosa a chi è chil’avesse Ricevuta…

È un mondo di Valori Assoluti che, forse, con la generazione dei nostri nonni e genitori se ne sta un po’ andando via….neppure troppo lentamente, sostituita dall’individualismo, dalla cura del proprio orto e dei propri diritti acquisiti, dal garantire per se una fetta più grossa possibile della torta, a discapito degli altri….che se poi sono i più deboli, poveri e derelitti, tanto meglio!

Come dice la traccia del tema, a Bartali sono state poi attribuite capacità quasi “taumaturgiche” di saper “curare” il Paese e salvarlo da una potenziale guerra civile nel 1948 dopo l’attentato a Palmiro Togliatti

Evento che presenta certamente un alone di leggenda, ma ha un fondo di verità ove si dice che la vittoria (ormai insperata ed inattesa) di Gino al Tour de France distrasse il popolo alleggerendo un po’ il clima pesante e pericoloso che si era venuto a creare.

Vera sembra essere stata la telefonata “motivazionale” ricevuta da Gino da parte di un esponente politico (non De Gasperi in persona come inizialmente la leggenda aveva narrato)

Resta il fatto che, non per la prima, ne per l’ultima volta, la politica si era poggiata sullo sport facendosene, in alcuni casi, vanto, lustro, pilastro su cui fondare la teoria di superiorità etnica e morale, in altri casi semplicemente utilizzandola come arma di distrazione di massa, in altri ancora come strumento di battaglia politica e/o per diritti negati.

Sono veramente molti…moltissimi i casi in cui lo sport ha rappresentato più di una semplice competizione.

Si può iniziare pensando alla battaglia per i diritti delle donne; a partire da personaggi come Ondina Valla (prima atleta italiana a vincere un oro alle Olimpiadi di Berlino 1936) fino negli anni più recenti a  Sara Simeoni, Deborah Compagnoni, Fiona May, Valentina Vezzali, Federica Pellegrini, Bebe Vio, hanno rappresentato ogni volta un gradino in più nella salita verso il raggiungimento di una vera e completa (e forse non ancora raggiunta) parità di diritti (nel caso di Bebe Vio con ulteriori implicazioni sociali a renderne ancora più intrigante, coinvolgente ed educativa la storia)

Proprio in questi giorni, poi, stiamo vivendo le imprese della Nazionale di calcio femminile, un po’ un simbolo della volontà delle donne di inseguire un sogno, di sentirsi libere di scegliere e di avere successo nel farlo.

In questi ultimi anni, numerosi sono stati poi i casi di atlete di nazioni governate da regimi musulmani che hanno trovato nella pratica di uno sport il loro strumento di emancipazione, dando spesso messaggi forti al “loro” ed al nostro mondo.

Dalla battaglia per i diritti delle donne, facile poi passare alla battaglia per i diritti dei neri.

Anche qui sono numerosi i casi di “simboli” più o meno volontari e caponsapevoli di queste lotte:

– Jesse Owens che nel 1936 vince 100 e 200 metri nelle Olimpiadi berlinesi, davanti alla Germania “ariana” di Hitler

– Il pugno guantato di nero,  alzato da Tommy Smith e John Carlos sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico 1968 per protestare contro i soprusi che i neri dovevano ancora subire in patria (gli “evoluti” Stati Uniti d’America) ancora in quegli anni

– Muhammed Ali….un personaggio unico nella storia dello sport e di tutto il ‘900, anche per l’impatto sociale che questi ebbe nella lotta per i diritti dei neri: il suo rifiuto al richiamo di leva per andare a combattere in Vietnam ( “Perché dovrei andare a sparare ai vietnamiti in rappresentanza degli Stati Uniti? Non sono loro a chiamarmi sporco negro quando cammino per strada”..), non solo diede impulso enorme alla battaglia per questi diritti ma fu anche ennesimo momento di denuncia di una guerra che il popolo americano non voleva e che portò, insieme ad altri avvenimenti, al ritiro ed alla sconfitta (per la prima volta nella storia) delle truppe americane dal sud-est asiatico.

– La squadra nazionale di Rugby Sudafricana vincitrice nel mondiale casalingo del 1995, premiata dal neoeletto presidente Nelson Mandela in un periodo appena successivo al termine dell’apartheid, un Mondiale ed una squadra simbolo della necessità di integrazione e di lotta alle diseguaglianze ed alla possibilità di evitare le vendette degli oppressi verso gli antichi oppressori.

In altri momenti e contesti storici, invece, gli atleti sono stati utilizzati (ed il termine non é troppo crudo) da regimi autoritaristici per rivendicare una superiorità se non genetica, quantomeno organizzativa, politica, di “metodo”:

– Le già citate Olimpiadi di Berlino 1936 volute da Hitler per dimostrare al Mondo la capacità organizzativa tedesca (un evento con riprese televisive tali da sembrare in anticipo di 20 anni rispetto al resto del mondo), la superiorità degli atleti tedeschi (ariani…ma come sappiamo, per la Germania furono in competizione anche atleti ebrei, perché, in fondo, lo sport resta meritocratico)

– Dopo la Seconda Guerra Mondiale e durante la Guerra Fredda, i paesi del blocco di influenza comunista (diciamo Europa dell’Est) utilizzavano lo sport come strumento di diffusione delle dottrine social/comuniste. Il rigore, il sacrificio, l’abnegazione totale alla causa con la contemporanea scomparsa della caratteristica dell’individualità dell’atleta (spesso atleti fortissimi ma troppo “ingombranti” venivano in qualche maniera isolati, abbandonati, ed infine “nascosti” alla platea Mondiale (un esempio la stupenda ginnasta cecoslovacca Vera Caslavska)

La DDR (Germania Orientale, quella  soggetta all’influenza sovietica) aveva addirittura istituito un sistema di doping di massa che coinvolgeva tutti i loro atleti in tutti gli sport ottenendo risultati clamorosi in termini di vittorie, prestazioni, record mondiali imbattuti per anni (alcuni giustamente cancellati poiché a posteriori riconosciuti fasulli).

Il Mondo doveva avere paura ed apprezzare…

– Nello stesso periodo, ma poi anche negli anni a seguire, lo sport ha rappresentato anche un piano di battaglia tra le varie superpotenze: USA ed URSS si confrontavano nelle varie edizioni Olimpiche su chi avrebbe portato a casa il maggior numero di medaglie (da leggenda le epiche battaglie tra sovietici ed americani sui campi da basket e di hockey su ghiaccio), in Europa la Gran Bretagna ha sempre dimostrato la sua “superiorità” non solo a livello economico e militare, ma anche proprio sul piano sportivo. A partire dall’inizio degli anni 2000, infine, si affaccia la nuova superpotenza politica ed economica: la Cina!

Ed anche lo sport ne è la dimostrazione, con podi e medaglieri sempre più invasi da bandierine rosse con stellette gialle.

Abbiamo testè nominato il periodo della Guerra Fredda come quello in cui più regimi hanno utilizzato lo sport a fini politici: occorre obbligatoriamente ricordare le Olimpiadi di Mosca 1980 e Los Angeles 1984 disertate rispettivamente dal blocco dei paesi membri del Patto Atlantico le prime e da quelli firmatari del Patto di Varsavia le seconde (con alcune eccezioni in entrambi i casi).

Cosa non fu questo, se non il culmine del coinvolgimento dello sport nei “fatti” politici (episodio più significativo dopo la cancellazione di due edizioni delle Olimpiadi stesse proprio durante la Seconda Guerra Mondiale)

Come non citare poi alcuni eventi mitici e mistici del mondo sportivo che hanno portato con se emozioni forti proprio poiché avvenuti in contesti politico/sociali caratteristi:

– La partita di calcio Argentina-Inghilterra ai Mondiali di Città del Messico del 1986 con l’Argentina che vince 2-1 (doppietta di Diego Armando Maradona autore del famigerato gol di mano…la mano de Dios come tutti oggi la conosciamo) “vendicando” la sconfitta di 4 anni prima nella battaglia per le Isole Falkland (o Malvinas come le chiamano ancora oggi gli argentini)

– La partita di hockey su ghiaccio tra Cecoslovacchia ed URSS ai Mondiali del 1969 vinta dai primi pochissimi mesi dopo L’invasione di Praga da parte dei carri armati Sovietici per placare un tentativo di riforma del paese verso una maggiore democrazia in atto da parte dei governatori cecoslovacchi

– Piu recentemente, grandi emozioni, significati e tensioni hanno accompagnato le partite tra Barcellona e Real Madrid, in particolare dopo il referendum, non riconosciuto dal Governo di Madrid, che avrebbe sancito, secondo i catalani, l’indipendenza della Cataluna dalla Spagna

Insomma….non solo Bartali ed i sandali di Paolo Conte hanno fatto tanta strada, ma anche il nostro mondo ne ha fatta assai e lo sport ne é spesso stato un gradevole accompagnamento.

Ci ha fatti gioire e piangere, esultare ed esortare, inveire e glorificare.

Noi, come la società tutta, abbiamo spesso trasformato gli atleti in Totem, feticci, esempi ed emblemi

Anche i politici lo hanno fatto

Ma utilizzare lo sport a fini strumentali, in fondo, seppur comprensibile e condivisibile in alcuni dei casi elencati, non può essere la strada: la strada dello sviluppo di una società passa principalmente per altre vie, deve seguire altri percorsi, politici, culturali, scientifici, sociali, economici.

Ecco, questo sì, dallo sport si deve saper cogliere il meglio: la meritocrazia (nello sport se sei migliore degli avversari vinci, mentre nella vita “normale” non sempre questo corrisponde a verità), il rispetto per gli altri (avversari, giudici, compagni, allenatori etc), la capacità di lavorare in gruppo/squadra, lo spirito di sacrificio (a volte individuale al fine del raggiungimento del risultato superiore della squadra, del gruppo)

Ma lo sport va lasciato agli atleti, ai tecnici, agli appassionati ed a chi sa emozionarsi davanti ad una impresa, davanti ad una sconfitta, davanti ad un gesto “romantico” come l’abbraccio tra due pugili al termine di un incontro, davanti ad un atleta che barcolla ma vuole arrivare a quel traguardo che sembra lontanissimo.

E che i politici….facciano la politica…gestiscano la cosa pubblica, magari con un animo da sportivi veri!

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