Home / Torino e Provincia / Nole / NOLE. Franco Balmamion, una carriera in bicicletta

NOLE. Franco Balmamion, una carriera in bicicletta

Il 9 giugno è un anniversario che Franco Balmamion difficilmente scorda: quel giorno del 1962 (sabato) e dell’anno dopo (domenica) arriva al traguardo di Milano in maglia rosa. Che cosa chiede di più un ragazzo di 23 anni? Vince il suo primo Giro d’Italia a 22 anni 4 mesi e 22 giorni; prima di lui solo altri tre sono riusciti ad imporsi in più giovane età: Coppi nel 1940 (20 anni 8 mesi 25 giorni), Marchisio nel 1930 (21 anni 1 mese 15 giorni), Bartali nel 1936 (21 anni, 10 mesi 20 giorni).

Nessuno invece, nel dopoguerra, è riuscito a vincerne due consecutivi a quell’età, nemmeno Coppi (doppietta nel 1952-53) e Indurain (1992-93), o  Merckx, il cannibale, artefice addirittura di una tripletta (1972-73-74). Solo Bartali ha fatto meglio (1936-37), in altra epoca.

Sentirlo oggi raccontare con il tono distaccato e calmo di quegli anni da corridore, queste cose non escono: esauriente nel rivelare i dettagli e avaro di parole dei trionfi. È nel giusto Gianpaolo Ormezzano a parlare di un campione fatto così, sempre lontano dalle luci della ribalta, perché «era ed è soprattutto un piemontese.

E i piemontesi che valgono cercano, in tutti i modi, di non dare disturbo. Far bene e non dare disturbo», nel ritratto che fa da presentazione alla biografia di Balmamion scritta dal ciriacese Bruno Bili con un titolo che meglio non potrebbe esemplificare il personaggio, Un campione silenzioso.

Quando nasce, l’11 gennaio 1940 a Nole Canavese, mancano cinque mesi alla data scelta da Mussolini per dichiarare guerra a Francia e Inghilterra. Non fa in tempo a conoscere il padre, Michele, travolto fra le macerie di un bombardamento angloamericano mentre svolge il proprio lavoro di pompiere, il 25 luglio 1943, giorno della caduta del governo fascista. A tirarlo su ci pensa mamma Giovanna, di San Carlo Canavese –  che tre anni prima di Franco ha messo al mondo la primogenita Michelina –, con l’aiuto di zio Francesco (da giovane ha anche corso, come d’altronde lo stesso papà di Franco), che introduce e segue le prime pedalate del nipote nel mondo del ciclismo, una vocazione, o un virus di famiglia sembra, perché sarà ancora un altro zio, Ettore, giunto 5° nel Giro d’Italia del ’31 e 17° l’anno seguente, a guidarlo al professionismo.

Terminata la scuola di avviamento professionale il ragazzo aiuta la mamma nel negozio di articoli casalinghi, poi a sedici anni lavora da idraulico con un artigiano ed in seguito alla Magnoni e Tedeschi a Caselle.

Inizia a correre dall’età di 17 anni, allievo nella società diretta da Martinetto – con Brunero ed Enrici uno dei blasonati della Ciriè ciclista degli anni Venti. Già, Secondo Martinetto, 1° dei touristes-routiers al Tour 1927. E com’era il Martinetto direttore sportivo? «Un uomo aspro, duro, che rifletteva la sua persona fisica» risponde Balmamion con un ghigno di simpatia verso quella persona lontana nel tempo, oggi che anche lui ha i capelli bianchi e in questa città ci vive da trent’anni.

In squadra ha per compagno un altro ragazzo ciriacese, Guido Gozzano, che con il poeta alladiese, nome a parte, nulla lo avvicina, ma in compenso è un tipo che pedala forte, un vincente. Franco più volte deve soccombere di fronte all’amico, più anziano di lui di un anno, finché nel 1958 (Gozzano è diventato dilettante e la società riversa le maggiori attenzioni a questa categoria) arriva la prima vittoria, a Belmonte.

Partono in novanta da Ozegna, su e giù per le strade amate da Carlin Bergoglio, Cuorgnè, e quando affrontano la salita di Prascorsano davanti sono rimasti in tre; qui il diciassettenne di Nole s’alza dal sellino ed a resistergli è uno solo, Angelo Ottaviani, di Chivasso, perché il secondo, il cuorgnatese Italo Gotta (altra bizzarra coincidenza con un nome delle Lettere canavesane) già si è staccato, poi salendo ancora verso il piazzale del Santuario dove è posto il traguardo dopo 88 chilometri di corsa anche la resistenza del chivassese è vinta: un successo in solitudine, a mani alte.

Sono i tempi in cui i corridori vanno alla partenza pedalando sulla bici, sulla moto di un parente. «Io stavo nel sedile dietro della Lambretta di zio Francesco, bici in spalla. Le gare si svolgevano nel circondario e se la corsa non era stata troppo dura me ne tornavo sempre in bicicletta, non c’era il traffico di oggi».

Nel ’59 passa dilettante, viene assunto alla Fiat Ricambi, corre con la maglia rossa del Gruppo Sportivo Fiat. Vince la prima corsa in questa categoria a Ivrea, nel Trofeo Emanuele Garda, e quello dopo, il 1960, si rivela fondamentale. Dieci i successi quell’anno, cominciando da marzo, primo a Grosso Canavese nel Gran premio Sediai e artigiani mobilieri, vincente d’estate nella Torino-Valtournenche ed in autunno s’impone d’astuzia nella corsa a tappe più prestigiosa, il Trofeo San Pellegrino. «Vincere la San Pellegrino era molto importante, in pratica voleva dire diventare professionista sotto la guida di Gino Bartali, che era il direttore sportivo di quella squadra dalla maglia color arancio».

Diventa professionista nel ’61, ma con il Toscanaccio Balmamion non correrà mai, preferendo i colori biancocelesti della Bianchi, la mitica maglia di Coppi, morto l’anno prima. E sempre grazie allo zio Ettore, che è amico di Giuseppe De Grandi – conosciuto come Pinella, vercellese di Pezzana, prima meccanico alla Frejus poi alla corte del Campionissimo, promosso nel ’59 direttore sportivo della casa milanese.

«Sono praticamente ancora un ragazzo quando passo al professionismo a 21 anni, ma essendo entrambi della stessa razza piemontese con Pinella ci capiamo subito, e il contratto che firmo è ottimo, ma dalla Fiat non mi licenzio, chiedo un anno di permesso». Sempre con i piedi per terra, come gli hanno insegnato.

Il nolese è l’uomo delle corse a tappe in cui Pinella crede: è un vincente fra i dilettanti, può imparare e far bene al Giro del Centenario, cosiddetto per i cent’anni dell’Unità d’Italia. Apposta la Corsa rosa inizia (20 maggio) dalla prima capitale del Regno, fra le bandiere di Italia 61, e in ventun tappe giungerà a Milano, attraverso i luoghi simbolo dell’epopea risorgimentale: Genova, Marsala, Teano, Gaeta, Roma, Mentana, Trieste e Trento, l’irredenta. A Torino tappa breve, nervosa, un circuito che unisce Stupinigi, Orbassano, Rivoli, Avigliana, Trana, un paio di passaggi per la città, il colle della Maddalena, e giù verso il traguardo al Palazzetto dello Sport di parco Ruffini. Mamma Giovanna è salita sul colle per incitarlo – prima e unica volta che assisterà ad una corsa – e lo vede davvero primo, in solitudine, passare sotto il faro. La discesa, la pianura, il gruppo che insegue: a Mirafiori, 2 all’arrivo, lo riprendono in tre. Dal cielo scoppia il diluvio, l’acqua che scroscia è ghiacciata, si è fatto buio, i fari delle auto sbucano dalla notte. È una volata a quattro fra sventagliate di pioggia: il canavesano è secondo dietro lo spagnolo Miguel Poblet. Un battesimo benedetto e beneaugurante. «Per me era come una vittoria. Partecipo al primo Giro, pronti-via, vado in fuga da solo e sono subito secondo. Che cosa chiedere di più?». Tuttosport titola a tutta pagina: «Balmamion in fuga dalla partenza all’arrivo».

Rimane terzo, poi quarto in classifica generale alla decima tappa, a 2’34” dal leader, il normanno Anquetil. Nell’undicesima c’è l’arrivo a Teano dopo 252 chilometri; quando ne mancano 60 e sono tutti raggruppati, il plotone ha uno scossone e si spacca a metà. «Io stavo in coda con i miei compagni della Bianchi, noi eravamo giovani, inesperti, forse anche con poca qualità. Insomma, in quella tappa abbiamo perso una ventina di minuti, una cosa fuori del normale. Poi nella tappa dello Stelvio sono caduto picchiando il ginocchio e ho faticato molto per raggiungere il traguardo». Il giovane talento finisce 20° all’arrivo di Milano.

L’anno dopo lascia la guida di Pinella per confluire nella Carpano, fabbrica di vermouth, maglia bianconera come la Juventus, in compagnia dei torinesi Conterno e Defilippis, il cit com’è chiamato nell’ambiente, diretti da Vincenzo Giacotto e Ettore Milano. Balmamion viene ingaggiato per le corse a tappe, «però mi piacevano anche le corse dure di un giorno e infatti la prima vittoria è arrivata in una corsa in linea, al mio secondo anno da professionista». È il 10 marzo ’62, giorno della Milano-Torino.

Appena lasciata la capitale lombarda nasce una fuga di 18 uomini, che diventano 29 al rifornimento di Asti. Oggi l’ex ragazzo di Nole ha gli occhi che ridono nel riandare a quel lontano sabato d’inverno: «Sull’ultima salita, quella dell’Eremo, siamo andati via io e Adorni, e siamo rimasti soli fino alle porte del Motovelodromo, con un vantaggio minimo. Sentendomi battuto in volata ho pensato di inventarmi qualcosa. Nel sottopasso che immette nella pista sono scattato su quella breve rampa e sono entrato con pochi metri di vantaggio. Lui è stato colto di sorpresa ma forse non ne aveva più: mi sono anche voltato ed ho vinto con un margine netto». Apertura di Tuttosport in prima pagina: «Che sabato per Balmamion!», ed aggiunge, tipica iperbole sportiva, che ai giornalisti che l’attorniano sul prato della pista così dichiara: «Avevo le ali nelle gambe», parole che un piemontese mai sognerebbe di pronunciare.

Maggio arriva in fretta e Balmamion è la punta per il Giro d’Italia in una formazione di soli italiani con l’eccezione dell’elvetico Kurt Gimmi. I favoriti alla maglia rosa sono Pambianco (vincitore dell’edizione precedente), Baldini, Gaul, Adorni e, un gradino sotto, Nencini con Van Looy, in maglia di campione del mondo. Il leader della Carpano è fra questi, sebbene alla seconda frazione già sia in ritardo di 10’. Il 2 giugno c’è la tappa dei sei colli – dall’enfatica titolazione: Cavalcata dei Monti Pallidi – con arrivo previsto a Moena, quando la neve blocca la gara al Passo Rolle e ci sono ancora il Valles e il San Pellegrino, ascese non proibitive ma massacranti dopo i passi Duran, Forcella Staulanza, Cereda e Rolle. Impossibile proseguire, i corridori cadono dalla bici entrando nella neve. La tormenta decima la corsa, per il freddo, il gelo, la fatica: saranno in 57 ad abbandonare, fra i quali Gaul, Van Looy, Van Tongerloo, Planckaert, Sorgeloos, Daems, Zancanaro, Ronchini, Mealli. Battistini si ritrova in maglia rosa e Balmamion risale a 8’49”.

Le tappe determinanti di questo Giro arrivano il 4 giugno, con traguardo in salita ai Piani Resinelli, il vasto altopiano che sovrasta il lago di Como, e la Lecco-Casale del giorno dopo. Nella prima il capitano della squadra bianconera rosicchia qualcosa e si ritrova settimo in classifica: alla partenza da Lecco tra la maglia rosa Battistini, toscano di Fosdinovo, e il canavesano ci sono sei avversari e 4’23”. Una tappa che farà parlare molto questa diciassettesima, per il suo dipanarsi in una frazione non proprio pianeggiante ma che si presenta dopo altre durissime e tormentate dal clima instabile. Non a caso, a corsa finita, La Gazzetta dello Sport scriverà di «un Giro sconcertante».

Che cosa è successo? Semplicemente che la tappa considerata alla vigilia ininfluente si rivela determinante. A metà corsa in sette viaggiano davanti al gruppo, raggiunti da altri cinque vicino a Varese; dei dodici, tre della Carpano e tre della Molteni; i primi (Bailetti, Balmamion, Conterno) danno l’anima sapendo del ritardo della maglia rosa, i secondi (De Rosso e Fallarini) non sono da meno per favorire il compagno Pellegrini, velocista. Ne raccoglieranno i frutti: a Pellegrini la tappa, a Balmamion la maglia, che porterà fino alla conclusione.

«Le corse di quegli anni non erano così esasperate tatticamente come lo sono oggi, lì se eri in classifica giocavi le tue possibilità. Una volta presa la maglia l’ho portata fino a Milano, pur considerando che la tappa delle Balconate valdostane, che abbiamo corso il giorno prima, era zeppa di montagne: nove salite comprese due volte l’ascensione al col de Joux. Mi sono difeso bene», commenta semplicemente, altri parlerebbero ore.

Una firma storica del ciclismo, Bruno Raschi, traccia dalle pagine del giornale organizzatore il profilo del giovane vincitore: «Franco Balmamion, un canavesano di ventidue anni, atleta virtuoso nel senso più letterale, personaggio sobrio, essenziale nella espressione dei più estremi sentimenti, ha vinto il 45° Giro d’Italia. Questo ragazzo ha sconfitto per strada, a poco a poco, atleti più illustri di lui, più invocati di lui». E lui, rinsaldato dal trionfo, solo adesso torna in fabbrica per firmare il proprio licenziamento dalla Fiat.

Le vittorie di quell’anno non si fermano al Giro d’Italia. Ad inizio autunno, a Pontedecimo, periferia di Genova, si corre il Giro dell’Appennino, corsa delle più severe fra le classiche italiane di un giorno, con il Passo della Bocchetta a 70 chilometri dall’arrivo, ed altre sei difficili salite. Anche il giorno dell’Appennino, il 23 settembre, Balmamion è nella fuga buona. Sovente, quando c’è la condizione, si è nella fuga buona. Con lui altri quattro: Massignan, Nencini, Bui e Aldo Moser; sull’ultima ascesa, quella dei Giovetti, a una dozzina di chilometri dall’arrivo, il piemontese se ne va. È sicuro, la gamba – usando il gergo di quelli che pedalano – è buona, perché attendere la volata? C’è un rettilineo, il quintetto è allungato, lui si sfila in coda, controlla, scatta. Non lo riprenderanno. Solo al traguardo, con Nencini e gli altri a un minuto.   

Nel 1963 gli obiettivi diventano due: il Giro d’Italia e il Tour de France. Fino a metà stagione tutto va per il meglio, l’annata corre in parallelo con quella precedente. La Carpano perfeziona la preparazione per il Giro correndo il Campionato di Zurigo. È il 5 maggio, la partenza è data alle sei del mattino. A 40 chilometri dal traguardo, sulla salita del Regensberg, da un plotoncino di una dozzina di fuggitivi il compagno di squadra Angelo Conterno parte in solitudine. Balmamion è indietro, in un secondo gruppo, sale in progressione, rientra sugli inseguitori, continua del suo passo, raggiunge il torinese e insieme arrivano a Zurigo; a trecento metri dal traguardo inizia la volata e vince bene. E Conterno come l’ha presa? «Con Angelo ci siamo subito chiariti, ha capito che quel giorno ero il più forte» conclude fatalista .

Quell’anno il Giro d’Italia parte da Napoli: può aver influito la cabala nei Giri da lui vinti? La coincidenza è singolare: entrambi iniziano il 19 maggio e si concludono il 9 giugno. Un Giro quasi autarchico, per la mancanza di nomi di rilievo stranieri, con favoriti Taccone, De Rosso, Zancanaro, Pambianco, naturalmente Balmamion e Adorni, emiliano di Parma, subito vincitore della prima tappa, con arrivo a Potenza. Dalla quarta il primato passa al romagnolo Ronchini, che mantiene la maglia rosa fino alla undicesima, quando la corsa, risalendo la penisola giunge in Piemonte con arrivo ai 1180 metri del Santuario di Oropa; qui, al termine della scalata, con tratti al 12%, per il secondo giorno consecutivo ad imporsi è l’abruzzese Taccone; Balmamion, terzo all’arrivo, si porta a soli 29” da Ronchini.

Sconfinamento a Leukerbad, Svizzera, e terzo successo di Taccone (vincerà ancora il giorno dopo, e saranno quattro consecutive), con il canavesano che indossa la maglia rosa e la mantiene fino alla quindicesima, a Treviso. Nella città veneta c’è una lunga cronometro di 56 chilometri nella quale, saggiamente, spinge con parsimonia; è preoccupato dalle tappe di montagna che dovranno ancora affrontare; gli ricordano quello che è successo nel ’59 ad Anquetil, che avendo dato tutto nella cronometro Torino-Susa è poi crollato sui passi della Aosta-Courmayeur, lasciando il Giro a Gaul. Questa cronometro la vince Adorni e Ronchini torna in rosa, ma, tempo due giorni, ed è il parmense a comandare la classifica. Il mattino della tappa che decide il Giro (Cavalcata dei Monti Pallidi, interrotta per neve l’anno precedente), 198 chilometri da Belluno a Moena, Adorni guida la classifica con 22” su Balmamion, 56” su Zancanaro, 1’19” su De Rosso con Taccone, fuori dalla lotta, a più di un quarto d’ora.

I meriti che la stampa riconosce a Balmamion sono la tattica e la resistenza, anche il calcolo e la riflessione, tuttavia è l’attendismo innato che lo contraddistingue nei momenti cruciali a diventare l’arma decisiva, quella che sgretola la difesa della cittadella avversaria. Da Belluno ai piedi del Passo Rolle si vive l’attesa dello scontro con scaramucce continue, poi è il solito Taccone, distante dai primi e non avendo nulla da perdere, che appena inizia la salita lascia la compagnia insieme a Zilioli ed altri lontani in classifica. Nessuno li insegue e il vantaggio aumenta a sette, otto minuti; Adorni comincia a preoccuparsi, mancare di autocontrollo, avvicinarsi al leader bianconero e chiedergli collaborazione, segno di debolezza che ottiene la riflessione conseguente: «Ho lasciato che le castagne dal fuoco se le tirasse fuori da solo: prima lascia andare Taccone poi viene da me, che in classifica sto dietro a lui e mi chiede di andarlo a prendere? Non ho tirato, così Vittorio è partito con Zancanaro e io sono rimasto un po’ dietro con De Rosso a controllare. Una grande fatica, anche perché quarant’anni fa molti passi di montagna erano sterrati, molto più duri di oggi che sono asfaltati e lisci, per cui bisognava calcolare il rischio di forature o rotture meccaniche con il conseguente recupero, e se scattavi sempre consumavi troppe energie» commenta.

Che fare quindi? «Io avevo il mio modo di affrontare le salite lunghe. Aspettavo che l’iniziativa la prendessero gli altri – e difatti c’era sempre chi scattava per primo, come Taccone – poi qualcuno gli andava dietro. Invece io prendevo un passo regolare e in progressione aumentavo il ritmo: prima della cima andavo a riprenderli tutti». Facile a dirsi, ma la ragione sta dalla sua parte. In cima al Passo Rolle sono in quattro ad inseguire l’abruzzese. Piove e il fango che s’impasta rende tutto più difficile. Balmamion pensa di portare l’attacco nell’ultima salita, ma sul Passo Valles Adorni ha un cedimento. «È scivolato sul fango in una curva – poi i giornali hanno scritto che era caduto, ma a me non sembrava – ed ha perso terreno, allora io sono partito subito».

Al culmine raggiunge Zilioli che in discesa, stanco, perde contatto. Da lontano Adorni scorge una maglia bianconera e s’inganna scambiandola per quella del nolese. Quando è vicino comprende l’illusione in cui è caduto e si rassegna. Al traguardo di Moena Taccone vincerà per la quinta volta in quel Giro, davanti a Enzo Moser e Balmamion. Adorni arriva 2’46” dopo il canavesano che indossa definitivamente la maglia rosa. Due Giri vinti senza nemmeno un traguardo di tappa glielo rinfacciano in molti; con gli anni ha fatto l’abitudine a questi rilievi, osserva: «A St. Vincent, per esempio, avrei potuto vincere talmente volavo nella rampa conclusiva, me lo rimproverò anche lo zio Ettore che era presente all’arrivo, ma io quel giorno curavo Zancanaro e pensavo al traguardo di Milano». Nessun svolazzo inutile ma la solita concretezza finalizzata al traguardo finale.

A 23 anni due Giri d’Italia vinti. Lapidario il giudizio esperto di Luciano Pezzi, ex gregario di Coppi: «Balmamion è stato un maestro di tattica. Ha studiato gli avversari e una volta che li ha capiti li ha isolati, quindi li ha fatti fuori uno per uno».

A Nole Canavese non sono ancora terminati i festeggiamenti che la critica gli chiede la verifica al Tour. E in Francia ci va per mirare in alto, nella tana di quell’altro grande calcolatore dalla classe immensa, quel Jacques Anquetil che tanto ammira. Che cosa sarebbe stato in grado di fare? I propositi si infrangono all’alba. Esiste una fotografia drammatica e le parole riportate da Miroir des Sports che illustrano realisticamente quanto avviene nella terza tappa, fra Namur e Roubaix. Lui è abbandonato su di un gradino e attorniato dai compagni che gli versano acqua sul viso rigato dal sangue che gli scende sulle gambe. «Lo sfortunato Balmamion, caduto pesantemente sul pavé con il compagno Barale addosso, era uno spettacolo pietoso, angosciante. Steso sulla strada, immobile, insanguinato, si temeva il peggio per questo povero fantoccio disarticolato. Preso dal panico – continua il giornale francese – Barale lo credeva morto, lo supplicava “Parla, Franco, parla!” e gli spruzzava sulla faccia l’acqua della borraccia. Ma Franco non parlava, nemmeno si lamentava».

Viene ricoverato all’ospedale di Halle. Si riprende, non ci sono fratture, gli vengono praticati alcuni punti di sutura alla fronte e alla tempia, qualche giorno di degenza. A che cosa è dovuto questo Tour interrotto quando per uno come lui il giorno doveva ancora sorgere? È stata una foratura, il distacco del tubolare, lui è ruzzolato e il pavé ha fatto il resto.

Incominciano le stagioni in chiaroscuro, la dea che l’ha guidato alla soglia dei 24 anni con successi squillanti pare l’abbandoni per qualche tempo. L’impegno negli allenamenti e in corsa è immutato, forse il carattere gli impedisce in certe occasioni di alzare la voce, di battere il pugno sul tavolo per imporsi, o semplicemente è il sempiterno destino che guida i passi di ciascuno a tracciargli la strada.

Nel ’64 decide di cambiare aria. Lascia il clan Carpano e passa alla Cynar, altro aperitivo. Al Giro d’Italia si piazza 8° a sei minuti da Anquetil. Disputa un’ottima cronometro a Busseto, dietro solamente al fuoriclasse normanno ed agli specialisti Baldini e Adorni; in corsa lo è fino alla terz’ultima tappa, quella Cuneo-Pinerolo immortalata dal Campionissimo quindici anni prima e che l’organizzazione ha rinverdito: Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestrière, cinque colli aguzzi in 254 chilometri. Le strade di Coppi vedranno l’impresa di Bitossi, e Balmamion, che forza la propria indole andando in fuga già al primo colle, il Maddalena – proprio lui che da sempre nei finali ha giocato la carta della resistenza questa volta ne viene travolto –, cede nella scalata al Sestrière e finisce a 5’.

L’ultima grande stagione è il 1967. Nel pieno della maturità, quando alle spalle si è già lasciato sei anni di professionismo ad alto livello, va ad affiancare Motta e Altig alla Molteni, ditta di salumi di Arcore. Arriva secondo al Giro d’Italia dietro Gimondi, ma davanti all’amico Anquetil.  Diciotto giorni dopo l’arrivo del Giro è alla partenza da Angers per il suo secondo Giro di Francia, nell’edizione che ritorna alle squadre nazionali. Due sono quelle italiane: una capitanata da Gimondi, con i gregari della Salvarani, l’altra con Balmamion ed i compagni della Molteni. «Ognuno faceva per sé – racconta con rammarico –, non c’era spirito di squadra, e nemmeno fra le due squadre italiane c’erano accordi, cosicché quando Gimondi si è trovato fuori classifica non ci ha dato nessun aiuto, anche perché nel frattempo erano sorte polemiche fra i due gruppi».

L’ottava tappa, da Strasburgo alle rampe del Ballon d’Alsace, negli ultimi tratti vede solitari tre uomini: Aimar, Balmamion e Van Clooster; la strada all’ultimo chilometro si rinserra, la folla assiepata costringe gli atleti in fila indiana: «Aimar stava davanti, ha forzato e mi ha preso dieci metri, che sono diventati trenta o quaranta sul traguardo». Cinque giorni dopo, il 13 luglio, la corsa giunge a Carpentras, con davanti un sestetto battuto da Janssen che precede Gimondi, Pingeon, Balmamion, Aimar e Jimenez dopo 211 chilometri e la scalata del Mont Ventoux: è il ricordo sbiadito dell’arrivo, oscurato dal dramma dell’inglese Tom Simpson, stroncato mentre sale sui pendii spogli del solitario vulcano poco sopra Avignone. Riflette: «Faceva molto caldo quel giorno. Il caldo, la stanchezza e probabilmente qualche farmaco hanno formato un miscuglio che lo hanno ucciso. Io non l’ho visto perché ero davanti, nella fuga. Noi non l’abbiamo saputo in corsa ma solo alla sera in albergo. In quel Tour era partito bene: al Ballon d’Alsace, quando mi sono piazzato secondo, era giunto quinto. Siamo rimasti tutti molto scossi, era un corridore generoso».

Il 23 luglio, all’arrivo di Parigi, Balmamion sarà terzo in classifica, suo miglior risultato alla Grande Boucle. Una settimana appresso le fatiche in terra francese danno un ottimo frutto al Giro di Toscana, prova unica per il titolo di campione d’Italia. È il 30 luglio. Gimondi e Motta (capitani di Salvarani e Molteni)  sono i favoriti per la maglia tricolore nei 256 chilometri da Firenze a Poggibonsi, un percorso selettivo attraverso i saliscendi delle colline toscane. La sfida è lanciata proprio da Gimondi che lascia il gruppo dei migliori a 40 chilometri dal traguardo, subito rincorso da Adorni e Balmamion; quindi è quest’ultima coppia a staccare la compagnia, per essere a sua volta riagguantata dal leader della Salvarani che trascina altri in scia; undici al comando: Gimondi, Adorni, Dancelli, Carletto, Poggiali, Portalupi, Sgarbozza con i Molteni Balmamion, Motta, Bodrero e Passuello. «Quando mancavano una trentina di chilometri al traguardo sono partito da solo in un tratto di falsopiano, dietro i miei compagni controllavano, Motta in particolar modo, e sono giunto solitario con tre minuti e mezzo su Dancelli e gli altri». La Gazzetta dello Sport titola: «Capolavoro di condotta e di mestiere».

Sceso di bici dichiara al giornale rosa: «È da febbraio che corro e più si va avanti più vado forte. Brick Schotte, che ho incontrato in Belgio in occasione delle kermesse, mi ha detto che sono il tipo adatto per fare certe cose, dato che i circuiti li disputo impegnandomi, con lo stesso agonismo che ci metteva lui. Mi ha detto che se non fossi stato colpito dalla sfortuna avrei vinto il campionato italiano. Torno in Belgio dopodomani e sono sicuro che mi ripeterà il discorso che riguarda il mondiale: che lui, Schotte, ha vinto due Campionati del Mondo allenandosi nelle kermesse. Ma lui è Schotte, io sono appena Balmamion». Addosso porta ancora il sudore della vittoria che subito riveste il connaturato realismo dell’antipersonaggio.

Nel 1972 smette di correre. L’anno precedente è caduto alla terza tappa del Giro, dalle parti di Melfi, frattura della clavicola. Da Napoli ha preso l’aereo per rientrare a casa, nella notte gli era nato il secondogenito. Vi prende parte per l’ultima volta l’anno dopo, è demotivato, arriva alla conclusione ad un’ora dal vincitore Merckx. «Avevo solo 32 anni, ma dodici di professionismo, mia moglie Rosanna con i due figli che mi aspettavano a casa».

Un tempo i suoi antenati lavoravano il rame, erano stagnai, poi la bicicletta ha cambiato la vita a qualcuno di loro, e uno in particolare, con la dedizione, la pazienza e la cocciutaggine della propria stirpe, con quell’arnese ha costruito questa bella carriera. 

Aleardo Fioccone

Bibliografia

Bili, Bruno, Il campione silenzioso, Bradipolibri, Torino 2002.

Tarello, Giovanni, Classiche da leggenda, Grafica Santhiatese Editrice, Santhià 1998.

ID., Il Piemonte ed il Giro d’Italia, Tipografia edizioni Saviolo, Vercelli 2001.

* Tratto dalla rivista Canavèis

Commenti

Blogger: Redazione

Redazione

Leggi anche

SETTIMO. Ricordando l’alluvione di 25 anni fa

Ogni ventisei mesi, secondo le statistiche, il Piemonte subisce un evento alluvionale che condiziona fortemente …

VALPERGA. Il Trio Lescano in Canavese

Gallenca, regione di Valperga – un lembo di terra tra il torrente omonimo e il …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *