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Torino, l’incubo di Halloween e la rivincita nel rap: “Avevo un coltello alla gola, ora racconto la mia notte”

Coltello alla gola, rasature forzate, video umilianti: la notte di Halloween che lo ha segnato — aggressori minorenni a processo, lui risponde con un rap crudo per trasformare la rabbia in difesa

Torino, l’incubo di Halloween e la rivincita nel rap

Torino, l’incubo di Halloween e la rivincita nel rap: “Avevo un coltello alla gola, ora racconto la mia notte”

La sua voce oggi corre su una base rap. Parole dure, crude, quasi gridate. “Sono stato picchiato alle tre di notte dentro un bagno”, canta. È l’inizio di un brano che si intitola La notte che non rideva, scritto da un ragazzo di quindici anni del Torinese per provare a liberarsi da un ricordo che non se ne va. Un ricordo fatto di sevizie, minacce e umiliazioni, vissuto la notte di Halloween e ora al centro di un processo davanti al tribunale per i minorenni.

La musica, per lui, è diventata una forma di difesa. Un modo per trasformare la rabbia in parole e cercare di dare un senso a quello che è accaduto. “Non sai cosa vuol dire essere bullizzati e stare dentro un inferno”, scrive nel testo della canzone. Una frase che racconta molto più di un episodio di violenza: racconta il peso di una notte che ha cambiato la vita di un adolescente.

Il ragazzo oggi vive in una comunità protetta, dove sta cercando di ricostruire una quotidianità dopo il trauma. Anche i suoi aggressori si trovano in comunità, come misura cautelare disposta dalla procura dei minori di Torino. Sono tre coetanei, tra i 14 e i 15 anni, che tra circa un mese dovranno comparire davanti al giudice. Hanno scelto il rito abbreviato e dovranno rispondere di accuse pesanti: violenza privata, sequestro di persona e violenza sessuale ai danni di persona incapace per infermità.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli aggressori conoscevano bene la fragilità della loro vittima. Il quindicenne soffre infatti di disturbo dell’apprendimento e deficit di attenzione, condizioni che lo rendono più vulnerabile e che, secondo l’accusa, sarebbero state sfruttate proprio da chi avrebbe dovuto essere suo amico.

Nel procedimento è coinvolta anche una ragazza di sedici anni, presente quella sera ma accusata soltanto di violenza privata. Per lei la procura ha previsto il percorso della messa alla prova, una misura alternativa al processo che prevede attività educative e sociali.

Il racconto dell’incubo emerge dalle indagini e dalle parole che il ragazzo ha scelto di trasformare in musica. La serata di Halloween sarebbe iniziata con una trappola. Una volta arrivato nell’appartamento torinese dove si trovavano i coetanei, il quindicenne sarebbe stato rinchiuso in bagno per due ore, minacciato e costretto a subire violenze.

Nel testo del rap il ragazzo rievoca quei momenti con immagini precise: “Non sai cosa vuol dire avere un coltello puntato alla gola, essere rasati a zero”. Secondo gli atti dell’inchiesta, durante la segregazione il giovane sarebbe stato minacciato con un cacciavite, filmato con il telefono e sottoposto ad abusi sessuali.

La violenza, però, non si sarebbe fermata lì. In seguito sarebbe arrivata anche la sedicenne, che avrebbe ripreso la scena con il cellulare mentre gli altri due ragazzi rasavano i capelli e le sopracciglia della vittima. Un gesto umiliante, accompagnato da schiaffi e da altri atti di sopraffazione.

Il racconto degli investigatori descrive una sequenza di violenze sempre più degradanti. Dopo la rasatura forzata, uno dei ragazzi avrebbe colpito la vittima con uno scappellotto, mentre un altro avrebbe spruzzato spray per ambienti sulla sua testa.

La notte non era ancora finita. Il gruppo si sarebbe spostato lungo la Dora, dove il quindicenne sarebbe stato costretto prima a bagnarsi sotto una fontanella, poi a immergersi nel fiume a torso nudo, nonostante il freddo della notte autunnale.

Solo la mattina successiva, dopo ore di violenze e umiliazioni, il ragazzo sarebbe riuscito a liberarsi. È arrivato alla stazione di Torino Porta Nuova, da dove ha chiamato la madre raccontandole tutto. Da quella telefonata è partita la denuncia che ha avviato le indagini.

Per gli inquirenti si tratta di un caso che unisce bullismo, violenza e sfruttamento della fragilità di una vittima minorenne. Un episodio che ha scosso profondamente anche chi si occupa di tutela dei minori, perché dimostra quanto la violenza tra adolescenti possa assumere forme estreme.

Nel frattempo il ragazzo ha trovato nella musica una forma di resistenza. Scrivere il brano rap è stato un modo per riprendere il controllo della propria storia. Nelle strofe torna più volte l’immagine di quella notte, ma anche il tentativo di superarla.

La notte che non rideva” non è soltanto il titolo della canzone. È la sintesi di una ferita ancora aperta. Ma è anche il segno di una reazione. Raccontare ciò che è accaduto, trasformarlo in parole e condividerlo con altri ragazzi può diventare un modo per non restare prigioniero di quel ricordo.

Tra poche settimane la vicenda tornerà al centro dell’attenzione con l’avvio del processo. Sarà il tribunale per i minorenni a stabilire responsabilità e conseguenze giudiziarie per gli aggressori.

Intanto la voce di quel quindicenne continua a raccontare la sua storia in musica. Non per dimenticare, ma per provare a trasformare la rabbia in qualcosa che possa essere ascoltato. E forse, un giorno, anche compreso.

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