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Cronaca
26 Aprile 2026 - 10:26
Case abusive nel campo nomadi, cinque denunciati a Settimo Torinese
Qualcuno se le ricorda ancora le ruspe contro l’abusivismo nel campo rom di via Moglia? E qualcuno si è mai chiesto dove siano finiti quei rom?
Perché le ruspe, quelle sì, hanno avuto il loro quarto d’ora di celebrità. Evocate, annunciate, sbandierate dalla sindaca Elena Piastra come il simbolo di una legalità finalmente ristabilita, buone per i titoli, per i post, per rassicurare chi ama l’idea che i problemi sociali si risolvano a colpi di benna. I rom, invece, una volta spariti dal campo, erano evaporati anche dal racconto pubblico. Come se, demolite le baracche, fossero state demolite pure le persone.
C’è una novità. Qualche giorno fa, il 31 marzo per la precisione, i Carabinieri di Settimo, durante un servizio straordinario di controllo del territorio, eseguito con l’ausilio delle unità del Nucleo Carabinieri Cinofili di Volpiano e in collaborazione con personale della Polizia Locale e dell'ufficio tecnico comunale han scoperto che in via Moglia ci sono due container riadattati in vere e proprie abitazioni con tanto di bagno, docce e cucine.
Cinque persone, tra i 25 e i 55 anni, sono state denunciate per “Lottizzazione abusiva e costruzione abusiva” (artt. 30 e 44 co.1 D.P.R. 380/2001). I due stabili sono stati sequestrati e messi a disposizione della Procura della Repubblica di Ivrea.
Tant'è! Il finale è ancora tutto da scrivere.
Solo qualche tempo fa l’Amministrazione comunale di Settimo Torinese era finita su tutti i giornali per un provvedimento datato 1° dicembre 2025 che non parlava di ruspe, né di legalità, né tantomeno di integrazione, ma di una cosa molto più concreta e meno ideologica: soldi. Ventiquattromila euro. 24.376 euro, per sostenere i costi di un albergo a Volpiano: l’Hotel Martin.
Sei mesi di soggiorno pagato. Sei mesi di vita sospesa. Sei mesi senza sapere sarebbe successo dopo. Tradotto: una toppa amministrativa, cucita in fretta per rimediare a una scelta politica fatta senza pensare alle conseguenze.

E allora la storia delle ruspe, oggi, assume un altro significato. Non erano uno strumento. Erano una narrazione. Servivano a dire: “Abbiamo fatto qualcosa”. Peccato che quel “qualcosa” non fosse un progetto, ma un problema rinviato. Rinviato a colpi di fatture. Rinviato finché nessuno fa troppe domande. E, infatti, oggi, dopo l’albergo siamo di nuovo qui a scrivere di due container,
Il paradosso diventa quasi offensivo se si guarda al contesto politico. Perché nello stesso periodo delle ruspe la sindaca Elena Piastra raccontava una Settimo Torinese modello, inclusiva, accogliente, finalista del premio “Capitali europee dell’inclusione” insieme a Parigi, Utrecht, Bilbao e Cracovia, per le politiche sulla disabilità, sull’accoglienza, sulla parità di genere, sul contrasto alle discriminazioni, in particolare verso la comunità LGBTQI+. Insomma, una città esempio. Una città che emoziona.
Peccato che tutto questo esista solo sulla carta. O meglio: solo su Facebook. O, ancora meglio, solo nella testa della sindaca.
Per la cronaca, tutto comincia circa un anno fa, quando arriva una comunicazione dal titolo glaciale: “Avvio del procedimento finalizzato all’emissione di una ordinanza di demolizione”. Una frase fredda, impersonale. Dentro, però, non ci sono immobili astratti, ma nomi e cognomi: Fehima, Silvia e Alex Hadzovi, Antonio Mirabile, Biagio, Emanuela e Salvatore Fiaschè, Matteo Manzo, Sabrina Polidoro, Francesca Acconcia, Fernanda De Agostini, Anna Teresa Guarino, Domenico Maietta, Caterina, Gaspare, Nunzio, Santoro e Franca Gandolfo, persino il Demanio dello Stato.

Il provvedimento, peraltro non esecutivo, indica due fabbricati a uso abitativo, un deposito, tre moduli prefabbricati e cinque caravan. Fin qui la forma. Ma la sostanza era un’altra.
“Le due case le abbiamo buttate giù noi – ci avevano poi raccontato i diretti interessati – erano di legno, non in muratura. Lo abbiamo fatto per rispettare la legge italiana. Nessuno ci ha aiutato. La sindaca non l’abbiamo vista. I carabinieri sì, ma solo per controllare. Una di quelle case era di mia madre, malata di cuore”.
Quando ci siamo recati sul posto avevamo trovato una donna di 71 anni, i capelli raccolti, la voce spezzata. Piangeva. Aveva pianto quella mattina davanti agli assistenti sociali. Piangeva per le case buttate giù. Piangeva per la sua vita.
La domanda era semplice: dove andremo adesso?
La risposta che era stata data loro? In albergo per un mese.... Che poi sono diventati, due, tre, quattro... Una toppa, non una soluzione.
“E poi? Poi che cosa facciamo? Sotto un ponte? Se ci danno una casa ce ne andiamo subito. Ma se non ce la danno, restiamo qui. Fino alla morte”, ci avevano detto.
In via Moglia non c’erano i “sinti piemontesi” che molti immaginano ma famiglie originarie del Montenegro, arrivate in Italia quarant’anni fa, prima nel campo di corso Novara a Torino, poi a Settimo, dove il capostipite decide di comprare un terreno.
“Lo abbiamo pagato 37 mila euro nel 2007 – raccontavano Silvia e Fehima – non siamo entrati abusivamente, è nostro. Mio padre aveva la partita IVA, lavorava. Non abbiamo mai occupato case, non abbiamo mai chiesto nulla. Raccogliamo ferro per rivenderlo. Quelle due casette erano lì da vent’anni. E qui intorno? Guardate: ville, piscine… tutto abusivo. La sindaca ha detto che verrà demolito tutto. Vedremo”.
In via Moglia vivevano Fehima con il figlio, Silvia con nove bambini, un fratello con due figli e una madre anziana. Una comunità piccola, che resisteva.
“Chiedi un lavoro e non te lo danno. Chiedi una casa e non te la danno. E poi dicono che i rom rubano”, ci aveva spiegato Fehima con l’anziana donna di sottofondo che continuava a parlare del marito che non c'era più: “Lavorava. Non era un ladro”.
A luglio c'erano ancora delle roulotte. In una di questa, piccola e stretta, ci dormivano ancora tre persone tra cui la donna di 71 anni. Un lavandino minuscolo.
“Si deve lavare qui. Guardate. Vi sembra normale? Non era meglio lasciarci quelle due baracchine?”.
Intorno, il silenzio della campagna. Un silenzio che sapeva di abbandono.
C’è chi li chiama rom, chi nomadi, chi zingari. Ma la verità è che molti di loro sono, o meglio erano, semplicemente degli emigranti. Uomini e donne in fuga, non da guerre o persecuzioni religiose, ma dalla fame. Inseguivano un sogno, come tanti altri italiani prima di loro. Alcuni fuggivano dalla miseria del socialismo jugoslavo che ormai cadeva a pezzi. Altri cercavano solo un’occasione: un lavoro, una scuola, un futuro migliore per i figli.
Arrivarono negli anni Settanta e Ottanta, con valigie leggere e speranze pesanti. Mentre in Italia impazzava la febbre del mattone e i sindaci si fotografavano orgogliosi davanti ai plastici dei nuovi piani regolatori, loro varcavano il confine confidando in quella leggenda che si chiamava Italia dei miracoli. Ma trovarono un Paese che pianificava barriere più che ponti, che costruiva recinti invece di percorsi.
Fu così che nacque una delle più grandi ipocrisie urbanistiche della nostra storia recente: i cosiddetti “campi nomadi attrezzati”. Le amministrazioni locali li presentarono come un gesto di tutela culturale. Un’attenzione alle “tradizioni”. Tradotto: “Costruiamo ghetti, ma con il nobile intento di rispettare le usanze”. Peccato che vivere tra container arrugginiti, fango e topi non fosse affatto una tradizione. Semmai una condanna.
Eppure si andò avanti. Si battezzarono le baracche con nomi fantasiosi: “aree di sosta”, “aree attrezzate”, “villaggi solidali”. Tutti ossimori che puzzano di ipocrisia e cemento malmesso. Alcuni comuni arrivarono a prevedere nei piani regolatori intere zone dedicate all’“urbanistica etnica”, come se ghettizzare fosse un nobile gesto di pianificazione.
Alla prima ondata economica seguì quella più drammatica degli anni Novanta, quando i Balcani bruciavano sotto le bombe e le famiglie fuggivano dalle guerre. Anche in quel caso, l’Italia si raccontò generosa e accogliente. A patto, però, che quei rifugiati restassero in periferia. Lontano dagli occhi, lontano dai centri storici, lontano da ogni possibilità di integrazione.
Si cresce così, tra recinzioni, pregiudizi e vigilanza armata. Con uno Stato che, a seconda del governo, passava dal buonismo paternalista alla ruspa da comizio. Ma il vero capolavoro, ancora una volta, fu linguistico: si parlava di “campi nomadi”, ma il nomadismo era forzato. Non era libertà di movimento, ma costrizione a rimanere nel recinto. Il massimo della beffa: ghettizzati a vita nel nome della mobilità.
Intanto la politica ha fatto il resto. Campagne elettorali a colpi di “sgomberi” e “emergenze sicurezza”. Perché un campo nomadi fa sempre più scena in prima serata di un vero progetto di edilizia popolare. Fa più rumore una baracca incendiata che un’integrazione riuscita. E costa meno.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Bambini arrivati negli anni Ottanta oggi sono adulti, spesso nati in Italia, italiani di fatto ma non di diritto. Hanno visto passare decenni di governi, prefetti, assessori e commissioni. Tutti bravissimi a fare finta di fare, ma incapaci di immaginare qualcosa che non fosse un recinto. In compenso, l'Italia ha saputo creare quartieri fantasma, focolai di microcriminalità e un abisso sociale e culturale che nessuno ha mai voluto colmare davvero.
E guai a parlare di integrazione. Perché l’integrazione costa. In termini di soldi, di tempo, e soprattutto di consenso elettorale. Meglio dire “tolleranza zero”, “emergenza rom”, “sgomberi immediati”. Meglio un nemico da agitare nei talk show che una soluzione da progettare con le comunità.
Quarant’anni dopo, la lezione è ancora scritta lì, nel fango e nella ruggine: l’Italia non ha saputo accogliere, non ha voluto capire. Ha preferito la scorciatoia del recinto al sentiero dell’inclusione. Ha scelto il pregiudizio al posto della politica.
E allora sì, a quel paese il Pd, la Lega, i Fratelli d’Italia. Tutti, indistintamente. Perché nessuno, davvero nessuno, può dire di avere le mani pulite.
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