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25 Aprile 2026 - 17:11
Elena Piastra, sindaca di Settimo Torinese
SETTIMO TORINESE – Nove ricorsi vinti in un colpo solo, l’ennesima bocciatura in aula per un sistema che continua a fare acqua da tutte le parti. Ma mentre il Giudice di Pace di Ivrea annulla verbali, sulla Statale 11 – in entrambe le direzioni, verso Torino e verso Chivasso – gli autovelox continuano a macinare multe. E soprattutto soldi.
L’ultima tornata di sentenze, resa nota da Globoconsumatori, è solo la punta dell’iceberg. Sul tavolo ci sono circa 250 verbali contestati nell’ultima ondata, ma il dato che pesa davvero è un altro: parliamo di uno degli autovelox più “redditizi” del Piemonte, capace di generare incassi da capogiro. Centinaia di migliaia di euro. Altro che deterrenza, un bancomat piazzato sull’asfalto.
Il dispositivo è installato in un tratto trafficato dove il limite è fissato a 90 chilometri orari. Una posizione strategica, perfetta per intercettare flussi continui di veicoli. E infatti i numeri parlano chiaro: una valanga di verbali che si traduce in un flusso costante di denaro. Denaro che, va ricordato, viene diviso tra il Comune di Settimo Torinese e la Città Metropolitana.
Il problema, però, è che mentre le casse si riempiono, le aule di tribunale raccontano un’altra storia. Secondo le più recenti pronunce della Corte di Cassazione, i dispositivi utilizzati devono essere omologati dal Ministero. Non basta che siano “approvati” o “tarati”. Serve l’omologazione. E qui sta il nodo che sta facendo crollare una multa dopo l’altra.
“Non si può tarare l’illegalità”, attacca il presidente nazionale di Globoconsumatori, Mario Gatto.
“Se l’apparecchio non è omologato, è fuori norma. E tutte le sanzioni elevate con quel dispositivo sono nulle”. Un concetto semplice, ribadito da ordinanze della Cassazione, che però sembra non scalfire la linea del Comune amministrato dalla sindaca Elena Piastra.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché si continua? Perché andare avanti a emettere verbali e a difenderli in giudizio quando il rischio di perderli è ormai altissimo? La risposta, per molti automobilisti, è sotto gli occhi di tutti: finché qualcuno paga senza fare ricorso, il sistema regge. E incassa.
Nel frattempo, chi decide di opporsi deve sborsare di tasca propria. Il contributo unificato per rivolgersi al Giudice di Pace parte da 43 euro e può superare i 1.000 euro. Tradotto: per dimostrare che la multa è illegittima, il cittadino deve anticipare soldi. Una distorsione che ha il sapore di una tassa occulta sul diritto di difesa.
E non è tutto. Gatto racconta il precedente di Ventimiglia.
"Lì un Comune è stato condannato anche per lite temeraria: ha insistito in giudizio pur sapendo di avere torto...".
Il messaggio è chiarissimo: se l’autovelox non è in regola, i verbali vanno annullati in autotutela, senza costringere i cittadini a fare causa. Fare il contrario significa abusare del processo e rischiare di pagare il conto, salato...
A Settimo, però, la macchina non si ferma. Gli autovelox restano attivi, i verbali continuano a partire e il flusso di denaro non si interrompe. E chi oggi incassa potrebbe domani essere chiamato a restituire tutto, con interessi e spese legali.
Il bivio è ormai evidente: fermarsi e rivedere un sistema che sta crollando pezzo dopo pezzo, oppure tirare dritto, continuando a fare cassa su multe sempre più fragili. Nel frattempo, sulla Statale 11, la sensazione degli automobilisti è una sola: più che uno strumento per la sicurezza, quell’autovelox è una macchina per fare soldi. E finché il meccanismo regge, nessuno sembra avere fretta di spegnerla.
C’è qualcosa di profondamente educativo negli autovelox di Settimo Torinese. Non tanto per la sicurezza stradale – che resta un nobile pretesto – quanto per la pedagogia civica che ne deriva. Ti insegnano, con pazienza e costanza, che lo Stato può sbagliare. E che, quando sbaglia, tocca a te dimostrarlo. A pagamento.
Funziona così: tu passi sulla Statale 11, magari a 96 all’ora dove il limite è 90, e vieni fotografato. Multato. Colpevole. Poi scopri – con calma, leggendo, parlando, ricorrendo – che forse quell’occhio elettronico non era nemmeno legittimato a guardarti. Non omologato, dicono le sentenze. Ma tarato, risponde qualcuno. Come se la differenza fosse una sfumatura. Invece è la sostanza.
La cosa notevole non è l’errore. Gli errori capitano. È l’ostinazione. Questa serena, quasi olimpica capacità di continuare come se niente fosse. Le multe partono, i ricorsi arrivano, i giudici annullano. E il sistema resta lì, immobile, come certe statue nelle piazze: tutti sanno che sono fuori posto, ma nessuno le sposta.
Nel frattempo, i conti tornano. Tornano eccome. Decine di migliaia di euro, un flusso costante che rende difficile perfino indignarsi con la necessaria purezza. Perché a un certo punto il dubbio si insinua: e se non fosse solo sicurezza? Se fosse anche – o soprattutto – una questione di bilancio?
E qui emerge un dettaglio interessante, quasi elegante nella sua semplicità: quella strada non è dei settimesi. La Statale 11 è una via di passaggio. I settimesi che la percorrono sono una percentuale minima. Non è la strada sotto casa. E quindi non presenta controindicazioni politiche. Non sposta voti. Non crea problemi in cabina elettorale.
In compenso, porta soldi.
È una forma di ingegneria amministrativa piuttosto raffinata: incassare da chi non vota. Una pesca selettiva, verrebbe da dire. Si getta la rete su chi attraversa, non su chi abita. Il consenso resta al riparo, le entrate crescono. Una combinazione difficilmente migliorabile.
Il cittadino, a questo punto, diventa una figura interessante. Non più soltanto soggetto alle regole, ma anche finanziatore involontario della loro verifica. Paga la multa, oppure paga il ricorso. In entrambi i casi, paga. Se ha ragione, forse riavrà indietro qualcosa. Se non ha tempo, voglia o soldi, contribuirà alla causa comune. Una forma di partecipazione, diciamo.
Il diritto, così, cambia natura. Non è più qualcosa che ti protegge automaticamente, ma qualcosa che puoi conquistare, se sei disposto a investirci. Un diritto a domanda, con contributo unificato incluso.
Poi arrivano le sentenze, perfino quelle che parlano di “lite temeraria”. Parole importanti, che suggeriscono un limite. Una linea oltre la quale non si dovrebbe andare. Ma le linee, si sa, possono essere interpretate. O ignorate con una certa disinvoltura.
Così si continua. Si aspetta un decreto, una soluzione, un tempo migliore. Nel frattempo, si incassa. Con discrezione, senza dirlo troppo forte. Perché nessun Comune direbbe mai apertamente di fare cassa. Si parla di sicurezza, di prevenzione, di responsabilità. Tutto vero. Tutto giusto.
E tuttavia resta quella sensazione sottile, quasi impercettibile, che qualcosa non torni. Che il rapporto tra cittadino e istituzione, in questo tratto di Statale 11, si sia leggermente inclinato.
Il cittadino corre un po’ troppo, e paga. Il Comune forse sbaglia un po’ troppo, e incassa. Poi, eventualmente, restituisce. Forse.
È una forma di equilibrio. Solo che, curiosamente, il conto lo paga sempre chi passa. Non chi decide.
Per capire la portata degli Autovelox per il Comune di Settimo Torinese basta tornare a un documento ufficiale, incontrovertibile: la relazione ministeriale sui proventi delle sanzioni del 2024, che il Comune è obbligato a trasmettere ogni anno. Nel 2024 Settimo ha incassato complessivamente 1.091.810,43 euro tra multe generiche e sanzioni per eccesso di velocità, con circa 543 mila euro derivanti dalle violazioni “ordinarie” e 547 mila euro dagli autovelox.
È scritto senza margini di interpretazione, pagina dopo pagina, con tanto di destinazioni di spesa ripartite per categorie e interventi realmente effettuati, dal rifacimento della segnaletica all’acquisto dell’ufficio mobile della Polizia Locale, dalla manutenzione dei mezzi ai contributi assistenziali, fino al noleggio delle attrezzature di controllo e agli investimenti sulla videosorveglianza.



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