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Cronaca

Spacciatori in monopattino e consegne express. Ivrea scopre il lato oscuro del delivery

Tra via Palma e il resto del centro, il viavai sospetto racconta una nuova generazione di spacciatori: veloci, organizzati e perfettamente integrati nel traffico urbano

Spacciatori in monopattino e consegne express. Ivrea scopre il lato oscuro del delivery

Spacciatori in monopattino e consegne express. Ivrea scopre il lato oscuro del delivery

C’era una volta lo spacciatore con fare sospetto, appoggiato al muro, sguardo basso e giubbotto troppo pesante per la stagione. Dimenticatelo. A Ivrea il mestiere si è fatto agile, sostenibile e – perché no – anche un po’ “smart”.

Oggi il pusher è giovane, del nord Africa, quasi sempre di seconda generazione, dinamico, spesso parte di piccoli gruppi che cambiano volto e provenienza, probabilmente con più autonomia di batteria che di scrupoli. Sfreccia su monopattini elettrici, silenzioso come un pensiero sbagliato, rapido come una notifica sul telefono. Insomma a sfrecciare, in lungo e in largo, ormai, non ci sono più solo Glovo e i rider del delivery ufficiale. Accanto alle consegne di sushi e poke, c’è anche un’altra rete, meno visibile ma altrettanto efficiente. Altro che app di consegne: qui il servizio a domicilio è garantito, puntuale e… in piccole dosi.

puscher

Tra le vie più trafficate c’è via Palma. I residenti osservano. Notano. Si scambiano sguardi dalle finestre come in una serie TV a basso budget ma ad alta tensione. Un via vai continuo, movimenti sincronizzati, fermate brevi. Non è un flash mob, né una nuova forma di turismo. È qualcosa di più… organizzato.

E tra i sussurri di pianerottolo e le chiacchiere al bar, prende forma anche un sospetto: che dietro quel movimento continuo ci sia un punto fisso, una base operativa. Un alloggio, discreto quanto basta, che qualcuno indica come possibile centrale di smistamento. Nulla di confermato, naturalmente, ma abbastanza da alimentare domande e inquietudini.

E poi ci sono gli orari. Non esiste più il “turno serale”: qui si lavora a ciclo continuo, con picchi che sembrano seguire logiche tutte loro. Mattina presto, tardo pomeriggio, sera inoltrata. Sempre qualcuno che arriva, qualcuno che aspetta, qualcuno che riparte. Il tutto con una naturalezza disarmante, quasi fosse routine di quartiere.

La logistica, del resto, è raffinata. La merce non si tiene addosso: troppo rischioso. Meglio disseminarla qua e là, nascosta in anfratti urbani degni di una caccia al tesoro. Una fioriera, un cespuglio, un angolo, un bidone dell'immondizia, un muro che nessuno guarda mai davvero. La città come deposito diffuso.

Se poi qualcuno si avvicina un po’ troppo – magari una pattuglia dei carabinieri, della municipale o della questura, o un curioso con troppo tempo libero – ecco il colpo di teatro: lancio rapido, via leggera, e il monopattino riparte come nulla fosse. In pochi secondi, scena pulita. Sipario.

Minimalismo criminale: poco addosso, poco rischio, tanta velocità.

E intanto cambiano anche le modalità di contatto. Niente più cenni con la testa o parole sussurrate: oggi basta uno smartphone, un messaggio, un punto sulla mappa. La città si digitalizza, anche nei suoi angoli più opachi. E il confine tra quotidiano e sommerso diventa sempre più sottile, quasi impercettibile.

Ivrea protagonista di una trasformazione silenziosa. Non più solo movicentro, ex stazione, ma tutta la città. Una microeconomia parallela che ha imparato a stare al passo coi tempi. Anzi, a correre. E mentre corre, si adatta, si nasconde, si reinventa.

I residenti, intanto, fanno quello che possono: osservano, segnalano, raccontano ai giornali. Qualcuno si indigna, qualcuno ironizza, qualcuno si rassegna. Perché il fenomeno, più che esplodere, sembra insinuarsi, occupare spazi senza fare troppo rumore.

E mentre Ivrea si interroga, tra stupore e sospetto, una cosa è certa: il futuro, anche quello meno edificante, arriva sempre prima… soprattutto se ha le ruote piccole e la batteria carica. E valli a prendere se ci riesci...

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