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Cronaca
20 Aprile 2026 - 09:24
Maxi frode fiscale da 200 milioni: smantellata rete di crediti inesistenti
Un sistema sofisticato, costruito per generare e far circolare crediti fiscali inesistenti per centinaia di milioni di euro. È questo il quadro emerso dall’indagine della Guardia di Finanza di Varese, coordinata dalla Procura di Busto Arsizio, che ha portato alla scoperta di una maxi frode da circa 200 milioni di euro e alla notifica degli avvisi di conclusione delle indagini preliminari nei confronti di undici imprenditori.
L’operazione, frutto di un’attività investigativa complessa e articolata, ha permesso di ricostruire un meccanismo illecito fondato sull’utilizzo di società fittizie, create con il solo scopo di produrre crediti d’imposta da utilizzare o rivendere nel sistema fiscale. Un circuito parallelo che, secondo gli inquirenti, avrebbe coinvolto soggetti distribuiti su più territori: dalla Campania alla Lombardia, passando per Lazio, Basilicata e altre aree del Paese.
Gli undici indagati, residenti principalmente tra Napoli, Caserta, Milano, Potenza e Roma, sono accusati di aver acquistato e detenuto crediti fiscali fraudolenti, pronti per essere utilizzati in compensazione di imposte e contributi. Un sistema che, se non intercettato, avrebbe prodotto un danno enorme per le casse dello Stato.
La svolta investigativa risale al luglio 2025, quando i finanzieri della Compagnia di Gallarate, insieme alla Sezione di Polizia Giudiziaria, avevano eseguito un sequestro preventivo da circa 200 milioni di euro nei confronti di 19 società coinvolte nel meccanismo. Un intervento tempestivo che ha di fatto reso inutilizzabili i crediti fittizi prima che potessero essere immessi nel circuito economico.
Parallelamente, le indagini hanno portato alla chiusura di ben 45 società “cartiere”, ovvero entità prive di reale attività economica, utilizzate esclusivamente per creare e cedere crediti inesistenti. Queste società erano distribuite su tutto il territorio nazionale, dalle province di Modena e Savona fino a quelle di Napoli, Torino, Brescia, Treviso e Roma, a dimostrazione della capillarità del sistema fraudolento.
Il meccanismo era tanto semplice quanto efficace: le società, pur essendo di fatto inattive, presentavano dichiarazioni fiscali con cui richiedevano crediti d’imposta milionari. In alcuni casi, le cifre risultano particolarmente eclatanti. Gli investigatori citano, ad esempio, una società che in un solo anno aveva avanzato la richiesta di un credito per quasi 100 milioni di euro, senza alcuna base economica reale.
Un dato che rende evidente la portata del fenomeno e la sua potenziale pericolosità per il sistema fiscale. I crediti d’imposta, infatti, rappresentano uno strumento legittimo e fondamentale per sostenere imprese e investimenti, ma proprio per questo risultano particolarmente esposti al rischio di utilizzi fraudolenti.
L’azione della Guardia di Finanza non si è limitata alla repressione del reato, ma ha prodotto anche risultati concreti sul piano del recupero delle risorse. A seguito dei sequestri e delle contestazioni, otto delle società coinvolte hanno deciso di rinunciare spontaneamente ai crediti d’imposta dichiarati, presentando dichiarazioni integrative. Una scelta che ha consentito allo Stato di recuperare circa 36 milioni di euro in tempi rapidi.
Un risultato significativo, che evidenzia l’efficacia dell’intervento investigativo non solo nel bloccare la frode, ma anche nel ripristinare risorse pubbliche destinate al sistema economico.

Il caso si inserisce in un contesto più ampio di contrasto alle frodi fiscali, che negli ultimi anni hanno assunto forme sempre più complesse e strutturate. L’utilizzo di società fittizie e la circolazione di crediti inesistenti rappresentano una delle principali minacce per l’equilibrio del sistema tributario, in quanto consentono di aggirare i controlli e generare profitti illeciti su larga scala.
Proprio per questo, l’attività della Guardia di Finanza si concentra sempre più su una strategia integrata, che unisce prevenzione e repressione. Da un lato, l’individuazione tempestiva dei circuiti fraudolenti; dall’altro, il rafforzamento dei controlli e degli strumenti di compliance per evitare che simili fenomeni possano ripetersi.
L’inchiesta della Procura di Busto Arsizio rappresenta un esempio emblematico di questo approccio. Il blocco preventivo dei crediti ha impedito che il danno si concretizzasse, mentre le indagini hanno consentito di ricostruire l’intera filiera della frode, dalle società cartiere agli utilizzatori finali.
Resta ora la fase giudiziaria, con gli indagati che potranno far valere le proprie difese nel corso del procedimento. Come previsto dalla normativa, vige infatti la presunzione di non colpevolezza fino a eventuale sentenza definitiva.
Nel frattempo, l’operazione segna un punto fermo nella lotta alla criminalità economica. Un segnale chiaro, in un contesto in cui la tutela dell’Erario e la trasparenza del sistema fiscale rappresentano elementi fondamentali per la tenuta economica del Paese.
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