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15 Aprile 2026 - 19:12
Omicidi, estorsioni e armi da guerra: colpo alla ’ndrangheta, 36 indagati. Ecco chi sono. Blitz anche a Chivasso, Rondissone e Ivrea
All’alba del 15 aprile i carabinieri bussano a porte sparse in mezza Italia. Vibo Valentia è il centro, ma l’operazione si allarga fino a Torino, attraversa Catanzaro, Cosenza, arriva a Sassari, Teramo, Terni e Viterbo. Quindici misure cautelari, cinque già detenuti, trentasei indagati complessivi. Sul tavolo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro non c’è un’indagine qualsiasi: è la ricostruzione di una guerra di ’ndrangheta che per anni ha segnato le Preserre vibonesi e che ha lasciato dietro di sé morti, tentati omicidi, estorsioni e un nome che non si è mai spento, quello di Filippo Ceravolo.
Il provvedimento, firmato dal gip del tribunale di Catanzaro su richiesta della DDA, contesta reati pesanti: associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, estorsione aggravata dal metodo mafioso, detenzione e porto illegale di armi anche da guerra. Non è un elenco formale. È la fotografia di un sistema che, secondo gli inquirenti, ha funzionato per anni con regole, gerarchie e una capacità operativa che arriva fino all’uso di un Kalashnikov.
L’operazione viene eseguita dal Comando provinciale dei carabinieri di Vibo Valentia, con il supporto dello Squadrone eliportato Cacciatori “Calabria” e dell’8° Nucleo elicotteri. Non è un dettaglio: indica la complessità dell’intervento, la necessità di muoversi su più territori e in contesti ad alta densità criminale.
Il punto, però, è un altro. Questa indagine non si limita a colpire una rete. Prova a mettere ordine in una stagione di sangue. A collegare episodi che per anni sono rimasti sospesi tra intuizioni investigative e mancanza di prove definitive. A dare, almeno sul piano della gravità indiziaria, nomi e ruoli.

Al centro ci sono due gruppi contrapposti: da una parte i Loielo, dall’altra gli Emanuele. Una guerra per il controllo del territorio che affonda le radici nei primi anni Duemila, quando – dopo l’uccisione dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Loielo – l’egemonia nelle Preserre passa stabilmente alla cosca rivale. Da lì, secondo la ricostruzione della DDA, parte un tentativo di riconquista. Non una trattativa. Una guerra.
«Il secondo step investigativo sull’area delle Preserre vibonesi è particolarmente importante perché ha come oggetto una serie di vicende omicidiarie, alcune delle quali tragicamente conosciute a livello nazionale», spiega il procuratore Salvatore Curcio. «Una guerra di ’ndrangheta per il controllo del territorio tra le ’ndrine Emanuele e Loielo».
Dentro questa guerra ci sono episodi precisi. L’omicidio di Antonino Zupo, affiliato agli Emanuele, il 22 settembre 2012. Il tentato omicidio di Domenico Tassone, il 25 ottobre dello stesso anno. E soprattutto quell’agguato che cambia tutto.
Filippo Ceravolo ha 19 anni. Non è un affiliato, non è un bersaglio. È in macchina con Tassone, che è invece l’obiettivo dei killer. Accetta un passaggio. È una scelta banale, quotidiana. Diventa una condanna. Quando partono i colpi, qualcosa va storto. Tassone riesce a gettarsi fuori dall’abitacolo. Filippo no. Muore lì, colpito per errore.

Filippo Ceravolo aveva 19 anni
«Per un errore nell’uso dei mezzi di esecuzione è stato attinto il povero Filippo Ceravolo, reo semplicemente di avere preso un passaggio», ricostruisce Curcio.
Quattordici anni dopo, quella scena torna dentro un fascicolo giudiziario con nuovi elementi. Tra i destinatari delle misure cautelari ci sono Nicola Ciconte, Bruno Lazzaro e Giovanni Alessandro Nesci, indicati come due basisti e uno dei killer coinvolti nell’agguato. Non è la parola definitiva – siamo nella fase delle indagini preliminari – ma è un passaggio che segna una svolta.
E lo capisce subito chi quella storia non l’ha mai lasciata andare. Il padre di Filippo, Martino Ceravolo, riceve la notizia mentre è in viaggio.
«Sono contentissimo, è una giornata bellissima. Finalmente mi è arrivata la comunicazione dei carabinieri: hanno arrestato gli assassini di mio figlio», dice in un video pubblicato da www.ilvibonese.it. «Dopo quattordici anni di lotte, quella montagna che non si riusciva a scavalcare… è stata una scalata durissima. Finalmente oggi ci sono nomi e cognomi».
Parole che non cancellano il dolore, ma lo spostano. «Mio figlio non torna. Ma loro devono pagare con il fine pena mai».
L’indagine, definita dagli investigatori “minuziosa e particolarizzata”, si è costruita nel tempo. Intercettazioni, riscontri, dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Un lavoro che prova a ricomporre un mosaico: chi segnalava il passaggio dell’auto bersaglio con colpi di clacson, chi organizzava l’agguato, chi premeva il grilletto.
Il quadro che emerge non si ferma agli omicidi. Ci sono le estorsioni. Un imprenditore costretto a versare 20mila euro più somme mensili. Una ditta impegnata in lavori pubblici finita nel mirino. È il metodo mafioso nella sua forma più concreta: controllo del territorio, pressione economica, capacità di incidere sull’economia legale.
E poi le armi. Pistole, fucili, un Kalashnikov. Non un arsenale improvvisato, ma una disponibilità stabile. Un segnale di forza e di intimidazione.
L’elenco degli indagati è lungo e attraversa generazioni, ruoli, contesti familiari. Ci sono nomi già noti e altri meno esposti.
Tra loro:Alessandria Francesco (nato il 20.01.1970, in carcere), Bartone Elio (nato il 21.03.1992), Callea Salvatore (nato il 02.07.1967, deceduto nel 2024), Cappellano Bruno (nato il 12.02.1989), Ciconte Enza (nata il 07.11.1994, in carcere), Ciconte Nicola (nato il 07.01.1989, in carcere), Criniti Antonio (nato il 16.01.1990), Criniti Domenico (nato il 05.04.1988), Criniti Nicola (nato il 21.11.1986, in carcere), De Masi Pasquale (nato il 31.05.1984), Emmanuele Salvatore (nato il 31.08.1994, in carcere), Farina Salvatore (nato il 30.09.2002, in carcere), Lazzaro Bruno (nato il 18.08.1988, in carcere), Loielo Alex (nato il 02.05.1993), Loielo Cristian (nato il 24.09.1990), Loielo Giovanni (nato il 18.07.1954), Loielo Ivan (nato il 16.10.1991), Loielo Rinaldo (nato il 23.05.1995, in carcere), Loielo Rinaldo (nato il 02.12.1991, in carcere), Loielo Valerio (nato il 10.02.1994, in carcere), Magro Andrea (nato il 12.05.1981), Mancuso Pantaleone, detto Scarpuni (nato il 27.08.1961), Mozzillo Mario (nato il 05.09.1994), Muller Gaetano (nato il 24.08.1999), Nesci Angelo (nato il 22.12.1962), Nesci Francesco (nato il 24.09.2001), Nesci Giovanni (nato il 15.02.1997, in carcere), Nesci Giovanni Alessandro (nato il 20.09.1990, in carcere), Nesci Giovanni Nicola (nato il 27.04.2001), Nesci Luciano (nato il 09.12.1976), Nesci Massimo (nato il 27.11.1974), Pagano Filippo (nato il 13.08.1991, in carcere), Raimondo Marianna (nata il 11.08.1972, in carcere), Sabatino Bruno (nato il 09.11.1994), Uras Mauro Graziano (nato il 08.01.1971), Zannino Domenico (nato il 21.11.1989).

Non tutti sono destinatari delle misure cautelari. Non tutti hanno lo stesso ruolo. Ma insieme compongono la rete che l’indagine prova a delineare.
«È stato come comporre un puzzle», spiegano gli inquirenti. Un’immagine che rende l’idea: pezzi sparsi, incastri difficili, anni di lavoro.
L’operazione si inserisce in un percorso investigativo più ampio. Pochi giorni prima, l’8 aprile, era scattata un’altra operazione, denominata Jerakarni, che aveva già colpito ambienti legati a questa area criminale. Tra gli arrestati anche Domenico Tassone, il bersaglio dell’agguato in cui morì Ceravolo.
Il quadro che emerge è quello di una presenza radicata e capace di espandersi. Le province coinvolte lo dimostrano. Non è solo una storia calabrese. È una rete che si muove, che si organizza, che trova appoggi anche lontano dal territorio d’origine.
Lo sottolinea anche il fatto che tra i territori toccati dall’operazione ci sia Torino e il Piemonte, in particolare Chivasso, Ivrea, Rondissone. Un elemento che non passa inosservato nemmeno a livello istituzionale.
Il Comune di Chivasso interviene con una nota ufficiale.
«La lotta alla criminalità organizzata richiede coraggio, competenza e coordinamento: oggi lo Stato ha dato un segnale forte e chiaro», dice il sindaco Claudio Castello. «Chivasso è e sarà sempre una città schierata dalla parte della legalità».
Parole che si inseriscono in un contesto preciso. La presenza della ’ndrangheta al Nord non è più una scoperta. È una realtà consolidata, che queste operazioni continuano a riportare alla luce.
Nel corso della conferenza stampa, il procuratore Curcio allarga lo sguardo. Non solo Ceravolo. Non solo Zupo. Ma tutte le vittime innocenti.
«Oggi il cielo è plumbeo ma è una gran bella giornata. Possiamo dire di avere contribuito a restituire dignità al dolore di due genitori», dice, riferendosi alla famiglia Ceravolo. E poi il pensiero va ad altri nomi, ad altre storie, come quella di Francesca Anastasio e Giovanni Gabriele, genitori del piccolo Dodò, ucciso a Crotone nel 2009.
Il lavoro della DDA, viene sottolineato, non è finito. Questo è solo un segmento. Un pezzo di un’indagine più ampia che continua a muoversi su un territorio considerato ad alta pericolosità criminale.
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