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Cronaca
15 Aprile 2026 - 17:12
Scritte No Vax sui muri, la procura di Torino chiede 5 condanne
Il fenomeno delle scritte No Vax sui muri di Torino finisce davanti al giudice. E per cinque imputati, la procura ha già avanzato richieste di condanna che riportano al centro una stagione segnata da tensioni, proteste e radicalizzazione durante gli anni della pandemia.
Secondo l’accusa, dietro le scritte comparse tra il 2021 e il 2024 su scuole, ospedali, università, sedi sindacali, banche e redazioni, non ci sarebbe stata una semplice azione spontanea, ma una vera e propria organizzazione strutturata. È questo il punto chiave del processo in corso a Torino, celebrato con rito abbreviato.
I pubblici ministeri hanno chiesto cinque condanne: una a due anni di reclusione, tre a un anno e quattro mesi e una a un anno e due mesi. L’ipotesi di reato è pesante: associazione per delinquere finalizzata all’imbrattamento. Una qualificazione che trasforma quella che potrebbe apparire come una serie di episodi isolati in un’attività coordinata e continuativa.
Nelle carte dell’inchiesta emerge infatti il presunto funzionamento interno del gruppo, identificato con la sigla Vi-Vi, acronimo di “vivi”. Gli inquirenti parlano di una struttura gerarchica, con ruoli ben definiti: leader, admin incaricati del reclutamento, tutor per la formazione delle nuove leve e i cosiddetti “guerrieri”, responsabili materiali delle scritte. A questo si aggiungerebbe un numero ampio di simpatizzanti impegnati nella propaganda online.

Il centro operativo, secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe stato su Telegram, utilizzato come piattaforma per coordinare le azioni a livello nazionale attraverso chat e canali dedicati. Non solo Torino, dunque, ma una rete più ampia, ramificata in diverse città italiane.
L’indagine, condotta dalla procura torinese, riguarda complessivamente una dozzina di persone. Non tutti hanno scelto il rito abbreviato: alcuni affronteranno il processo con rito ordinario. Tra le figure individuate dagli inquirenti, ci sarebbero anche un presunto capo, un 56enne residente a Ivrea, e una reclutatrice, una donna di 62 anni di Castiglione Torinese.
Nel procedimento si è costituito parte civile anche il Comune di Torino, che ha quantificato i danni in circa 25 mila euro, legati agli interventi di pulizia e ripristino degli edifici imbrattati.
Sul fronte opposto, la difesa contesta l’impostazione dell’accusa. Secondo uno dei legali, parlare di associazione per delinquere sarebbe una lettura “troppo aggressiva”, che non terrebbe conto del contesto storico in cui i fatti si sono sviluppati, cioè quello della pandemia e delle forti tensioni sociali legate alle misure sanitarie.
Il processo ora dovrà stabilire se quelle azioni fossero davvero il frutto di una regia organizzata oppure il risultato di una protesta diffusa, ma non strutturata. Una distinzione che, dal punto di vista giuridico, può fare una differenza decisiva.
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