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Cronaca
14 Aprile 2026 - 21:58
Docente allontanata dalla figlia disabile: Ravinale attacca la Regione (foto di repertorio)
Una docente di sostegno allontanata dalla classe della propria figlia con disabilità grave. Una decisione motivata da un presunto conflitto di interessi. E una sentenza che ribalta tutto, parlando apertamente di discriminazione.
Succede a Collegno, in provincia di Torino, dove il caso è arrivato in tribunale ed è diventato ora un tema politico regionale.
La vicenda riguarda una insegnante in servizio in una scuola primaria della città, madre adottiva di una bambina con disabilità complessa, la cui comunicazione avviene esclusivamente attraverso il tatto e che necessita di assistenza altamente specializzata.
Inizialmente, la presenza della madre come insegnante di sostegno era stata considerata una soluzione per garantire continuità didattica e inclusione. Successivamente, però, la scuola ha deciso di trasferire la docente in un’altra classe, sostenendo l’esistenza di un possibile conflitto di interessi.
Una scelta contestata dalla famiglia e poi impugnata in sede giudiziaria.
Il tribunale del lavoro ha stabilito che il trasferimento era illegittimo, riconoscendone il carattere discriminatorio nei confronti della bambina. A questo si è aggiunta una seconda decisione del tribunale civile, che ha ordinato il ripristino delle ore di istruzione domiciliare, riportandole da quattro a undici.
Due pronunce che hanno dato ragione alla docente e alla figlia, imponendo il ritorno alla situazione precedente.
Ma la sentenza non ha chiuso il caso. Al contrario, ha acceso lo scontro politico.
A intervenire è la consigliera regionale Alice Ravinale (AVS), che punta il dito contro la Regione Piemonte: secondo la sua ricostruzione, la vicenda evidenzia una carenza strutturale nei servizi per gli studenti con disabilità.
Al centro della critica c’è la figura degli assistenti alla comunicazione, operatori fondamentali per supportare gli alunni con disabilità sensoriali o complesse nel percorso scolastico. Il loro compito è facilitare l’apprendimento, la relazione con la classe e l’interazione con insegnanti e famiglia.
Si tratta di un servizio previsto dalla legge già dal 1992, ma che in Piemonte – secondo quanto denunciato – risulta ancora insufficiente e distribuito in modo non uniforme.
Il problema, quindi, non riguarda solo il singolo caso di Collegno, ma un sistema più ampio. La presenza di questi operatori varia da scuola a scuola e da territorio a territorio, con conseguenze dirette sulla qualità dell’inclusione.
La polemica si concentra anche sulle risorse. Oltre 8 milioni di euro destinati a questo ambito sarebbero stati oggetto di richieste di chiarimento già nei mesi scorsi, senza risposte ufficiali.
Nel frattempo, il tema è entrato anche nel Piano socio-sanitario regionale, dove è stato riconosciuto il ruolo degli assistenti alla comunicazione. Ma per l’opposizione non è sufficiente.
A complicare ulteriormente il quadro è l’introduzione dei Livelli essenziali di prestazione (LEP) nella legge finanziaria 2026, che ridefiniscono l’assistenza agli studenti con disabilità ma rischiano di trasferire nuovi costi alle Regioni.
Alcune amministrazioni, come Puglia ed Emilia-Romagna, hanno già impugnato le norme davanti alla Corte Costituzionale.
Ora la richiesta è chiara: capire se anche il Piemonte intenda intervenire e, soprattutto, come voglia rafforzare concretamente la presenza degli assistenti nelle scuole.
Il caso di Collegno diventa così un simbolo: non solo una vicenda giudiziaria, ma il segnale di un sistema che fatica ancora a garantire un diritto fondamentale come quello all’istruzione per tutti.

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