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Cronaca
13 Aprile 2026 - 19:31
Cecchino (foto di repertorio)
Resta in silenzio davanti ai magistrati, ma affida la sua difesa a una memoria scritta. È la strategia scelta dal secondo indagato nell’inchiesta sui cosiddetti “cecchini del weekend” a Sarajevo, accusati di aver partecipato a vere e proprie spedizioni di morte durante la guerra nei Balcani tra il 1992 e il 1995.
L’uomo, un 64enne residente in provincia di Alessandria, ex dipendente comunale e degli uffici giudiziari a Genova, non ha risposto alle domande del pm Alessandro Gobbis, titolare dell’indagine condotta dal Ros dei carabinieri e coordinata dal procuratore Marcello Viola. È accusato di omicidio volontario continuato e aggravato dai motivi abietti, per presunti viaggi a pagamento con l’obiettivo di uccidere civili nella Sarajevo assediata.
Nonostante il silenzio in interrogatorio, l’indagato ha depositato due fogli in cui ridimensiona quanto dichiarato in passato ai media, sostenendo che si trattasse di «solo millanterie». «Quei racconti mi colpirono molto», scrive, spiegando di aver appreso le informazioni da amici e conoscenti che avrebbero preso parte a viaggi verso la Bosnia.

Un soldato risponde al fuoco dei cecchini durante l 'assedio a Sarajevo in una foto senza data
Secondo quanto riportato nella memoria, si trattava di trasferte organizzate su piccoli aerei charter, guidati da persone che si qualificavano «come mercenari». Gli italiani coinvolti, a suo dire, venivano assoldati da gruppi militari e paramilitari serbi e pagavano il viaggio, ma non per «andare a sparare». Tuttavia, ammette che nelle guerre «venivano colpiti anche i cittadini», parlando di vittime collaterali.
La difesa, rappresentata dall’avvocata Licia Sardo, è netta: «Ha semplicemente millantato e fatto propri racconti che aveva appreso da gente che effettivamente è andata là. Lui non ha fatto nemmeno il servizio militare».
Il 64enne aveva già ammesso in alcune interviste di essere stato in Bosnia come volontario con un gruppo paramilitare serbo, ma aveva sempre negato di aver partecipato ai cosiddetti “safari” dell’orrore. Nella memoria ribadisce di non essere mai partito come combattente: «Mai avrei potuto permettermi di pagare per andare a giocare alla guerra».
Nel documento, l’uomo racconta anche il contesto personale dell’epoca, dichiarando di essere stato ideologicamente vicino «all’Msi» e affascinato «dalla Folgore e dai corpi speciali», ma insiste nel negare ogni coinvolgimento diretto nei combattimenti.
L’inchiesta, però, resta aperta e complessa. Al momento sono quattro le persone iscritte nel registro degli indagati. Un primo indagato, ex camionista friulano con simpatie di estrema destra, ha negato di essere mai stato a Sarajevo, nonostante le testimonianze che lo indicherebbero come presente in quelle operazioni. Altri due, uno residente in Brianza e un altro in Toscana, saranno convocati prossimamente per gli interrogatori.
Gli inquirenti stanno raccogliendo testimonianze e lavorando in coordinamento con uffici giudiziari internazionali per ricostruire un quadro che, a distanza di oltre trent’anni, continua a sollevare interrogativi inquietanti su presunti italiani coinvolti nella guerra dei Balcani.
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