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Cronaca
02 Aprile 2026 - 17:10
L'imprenditore albanese, Fatmir Ara venne ucciso a colpi di fucile in un boschetto di San Carlo Canavese
Due verdetti, una conferma e una svolta: ergastolo per Davide Osella Ghena, condanna a sei anni, due mesi e venti giorni per Andrea Fagnoni. La Corte d’Assise d’Appello di Torino chiude — almeno per ora — uno dei capitoli più complessi della cronaca nera degli ultimi anni nel Canavese, cristallizzando una verità giudiziaria che in primo grado era apparsa netta solo a metà.
Per i giudici non ci sono dubbi: a uccidere Fatmir Ara è stato Osella Ghena, autore di quei cinque colpi di lupara esplosi in meno di dieci secondi il 2 settembre 2022 nelle campagne di San Carlo Canavese. Una esecuzione. Fredda, rapida, definitiva. Confermata in toto anche in Appello. Ma accanto a quella certezza, la sentenza introduce un elemento nuovo: anche chi era con lui quella sera ha una responsabilità penale.
Andrea Fagnoni, che in primo grado era stato assolto per vizio totale di mente, oggi viene riconosciuto imputabile, sia pure con capacità ridotta. Non più spettatore inconsapevole, ma complice con responsabilità attenuata. Una decisione che segna il punto di caduta di un processo costruito proprio sulle sfumature: capire chi ha fatto cosa, ma soprattutto chi poteva scegliere e chi no.
La scena resta quella, immutabile, impressa negli atti e nella memoria: un boschetto di roveri, una strada sterrata, un’esecuzione brutale consumata in una manciata di secondi. Cinque colpi, uno ogni due secondi. Nessuna possibilità di fuga. Fatmir Ara — “Miri” per chi lo conosceva — non era un nome qualunque. Era un padre, un imprenditore, un uomo che lavorava. E che, come ricordato più volte durante il processo, non meritava di morire così. Su questo punto, la giustizia non ha mai vacillato: a sparare è stato Davide Osella Ghena. Lo hanno stabilito i giudici di primo grado a Ivrea. Lo hanno ribadito quelli d’Appello a Torino. Eppure, attorno a quella verità, tutto il resto ha continuato a muoversi.
Osella Ghena ha confessato. Poi ha ritrattato. Poi ha cambiato versione ancora. Fino ad arrivare a negare il suo coinvolgimento. Un comportamento che per l’accusa non lascia spazio a dubbi: bugie, tentativi di depistaggio, strategie difensive. Il movente resta quello già tracciato in primo grado: questioni economiche. Pressioni, debiti, aspettative. Una vita che si stava incrinando e la scelta più estrema per evitare il crollo. Uccidere per “salvare la faccia”. Una spiegazione che non giustifica, ma che prova a dare una logica a ciò che logico non è.
Se l’ergastolo per Osella Ghena era atteso, la vera partita si giocava su Andrea Fagnoni. Era lui l’enigma. L’unico ad aver raccontato tutto. L’unico ad aver confessato. Eppure assolto in primo grado perché ritenuto totalmente incapace di intendere e di volere. Una decisione che aveva lasciato perplessi, anche tra le parti civili. Poi è arrivata la nuova perizia, firmata dallo psichiatra Roberto Keller. Ed è stata quella a spostare l’asse del processo. Fagnoni capiva. Sapeva cosa stava succedendo. Comprendeva il disvalore dell’omicidio. Ma non era davvero libero di scegliere. Disturbo dello spettro autistico, fragilità relazionali, dipendenza affettiva da Osella Ghena, paura. Una combinazione che — secondo i periti — ha gravemente compromesso la sua capacità di autodeterminarsi, senza però annullarla del tutto. Una zona grigia. Ed è proprio in quella zona che si inserisce la sentenza d’Appello: non più non imputabile, ma responsabile con capacità ridotta. Da qui la condanna. Una pena inferiore, certo. Ma pur sempre una condanna.
Tra i primi a commentare la sentenza, l’avvocato di parte civile Celere Spaziante: «Piena soddisfazione per la conferma dell’ergastolo. Reputo corretta la sanzione penale a carico del complice, con la dovuta differenza ponderale di pena». Parole che restituiscono il senso di un processo che, almeno su un punto, sembra aver trovato un equilibrio: distinguere le responsabilità senza annullarle. Resta invece aperto un altro capitolo, quello relativo alla posizione di Barbara Osella Ghena, sorella dell’imputato principale, assolta. «Aspetto con curiosità di leggere le motivazioni dell’assoluzione», aggiunge Spaziante. Segno che la partita, sul piano delle motivazioni, non è ancora chiusa.

L'avvocato Celere Spaziante
C’è poi un tema tecnico, ma tutt’altro che secondario: quello della “doppia conforme”. Quando una condanna viene confermata sia in primo grado sia in Appello, il sistema consente — in presenza di determinati presupposti — l’esecuzione della pena anche prima della Cassazione. In altre parole: si può finire in carcere prima che la sentenza diventi definitiva. E il caso di Osella Ghena si inserisce esattamente in questo scenario. La Procura generale aveva chiesto un aggravamento della misura cautelare, proprio alla luce della doppia conforme. Ma la Corte presieduta dalla giudice Cristina Domaneschi ha rigettato l’istanza con un’ordinanza specifica. I giudici hanno valorizzato il comportamento dell’imputato: braccialetto elettronico, nessuna violazione delle prescrizioni, permanenza in comunità senza criticità, assenza di rischio di fuga. Non solo. È stato evidenziato anche come Osella Ghena non sia aggregabile al circuito carcerario ordinario, elemento che ha contribuito a escludere l’urgenza di un aggravamento immediato della misura.
Una decisione che ha avuto riflessi immediati anche in aula, dove non sono mancati momenti di forte tensione. Alla lettura dell’ordinanza di rigetto, la vedova di Fatmir Ara, Marinela Ara rappresentata dall'avvocato Giuseppe Pipitone - ha dato in escandescenze, arrivando a lanciare palline da biliardino contro gli imputati. Una scena che restituisce, più di ogni parola, il peso umano di questa vicenda. In aula erano presenti Davide Osella Ghena, la sorella Barbara — assolta anche in Appello con formula dubitativa — e la madre degli imputati. Assente invece Andrea Fagnoni.

L'avvocato Giuseppe Pipitone, rappresentante di parte civile della vedova di Fatmir Ara
Anche alla scorsa udienza la vedova aveva inveito contro gli imputati chiedendo verità e scagliandogli contro delle bottigliette d'acqua. Nel corso di quell'udienza Osella Ghena aveva rilasciato dichiarazioni spontanee. L'ennesima versione dei fatti data in aula dall'imputato che ha ribadito con forza la sua completa innocenza, confermando unicamente la sua presenza sulla scena del delitto senza saper dare, però, informazioni precise su chi abbia premuto il grilletto contro Fatmir Ara. Osella Ghena ha parlato genericamente di "albanesi". Poi si era detto dispiaciuto per la morte di Miri che reputava un amico e vicino alla famiglia per il dolore provocato dalla sua atroce morte.
Quella uscita dall’aula della Corte d’Assise d’Appello è una verità più solida rispetto a quella di primo grado, perché tiene insieme due elementi: la responsabilità piena dell’esecutore materiale e la responsabilità, seppur attenuata, di chi era al suo fianco. Ma non è ancora definitiva. Resta la Cassazione. Restano le motivazioni. Restano le possibili crepe che solo la lettura integrale della sentenza potrà confermare o smentire.
C’è però una cosa che nessuna sentenza può cambiare. Fatmir Ara non tornerà. E allora, forse, il senso ultimo di questo processo sta tutto lì: dare un nome e una responsabilità a ciò che è accaduto, restituire dignità a una vittima che per troppo tempo è stata solo “un caso”. Non era un bandito. Non era un farabutto. Era un uomo. E oggi, almeno sul piano giudiziario, qualcuno ha detto chi lo ha ucciso. E chi, in quella morte, ha avuto un ruolo.
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