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Cronaca
31 Marzo 2026 - 21:32
«Gli chiedevo dei soldi, sì. Ma poi glieli restituivo». È una frase semplice, quasi neutra. Ma in aula, davanti alla Corte d’assise di Torino, pesa come un macigno. Perché a pronunciarla è Madalina A., detta Magda, la donna attorno alla quale — secondo l’accusa e lo stesso imputato — ruota l’origine della notte in cui Torino si è trasformata in un inferno. Oggi, nel processo a Giuseppe Zippo, 41 anni, ex vigilante della Sicuritalia, è stato il giorno della sua testimonianza. Zippo è imputato per omicidio con dolo eventuale e crollo di costruzione: nella notte del 30 giugno, appiccò un incendio nella palazzina di via Nizza 389, provocando la morte di Jacopo Peretti e il ferimento di altre sette persone.
Magda ricostruisce il rapporto con l’imputato senza esitazioni, ma con una distanza che colpisce: «Lui sapeva che ero fidanzata con un altro uomo, Salvatore. Frequentavo entrambi». Una relazione ambigua, non esclusiva, non stabile. «Lo vedevo una volta alla settimana. Lui voleva che lo lasciassi, che andassi a vivere con lui. Ma io dicevo sempre di no». È qui che si apre il primo squilibrio: da una parte un uomo che — secondo altri testimoni — si sentiva soggiogato e umiliato, dall’altra una donna che descrive un rapporto senza vincoli.

L'esplosione
Poi c’è il nodo del denaro, centrale nel processo. «Mi prestava dei soldi, 100, 200, anche 400 euro alla volta. Mi servivano per coprire il fido in banca. Lui faceva bonifici, io restituivo in contanti». Un flusso continuo, che però in aula non trova una versione univoca. La sua testimonianza, infatti, non coincide con quella resa nella scorsa udienza da un amico dell’imputato, che aveva parlato di richieste insistenti e pressanti, tali da alimentare il disagio emotivo di Zippo. Due racconti che non combaciano e che aprono una crepa decisiva: chi sfruttava chi?
Quando la tragedia si consuma, Magda è lontana. «Era il mio ultimo giorno di vacanza all’isola d’Elba. Dovevo prendere il traghetto per rientrare». È lì che apprende dello scoppio. «Gli ho scritto. Mi ha risposto con un’emoticon, una figura con le braccia aperte». Un dettaglio minimo, ma oggi carico di ambiguità.
Sul fondo resta la ricostruzione tecnica di quella notte, già emersa nelle udienze precedenti: due ore di blackout nei contatti con la centrale operativa della Sicuritalia, tra le 2:10 e le 4:08, con la pattuglia ferma fuori zona e il Gps spento deliberatamente. In quel lasso di tempo, Zippo — come ha ammesso — si sarebbe spostato con la propria auto fino a via Nizza, dove appiccò l’incendio. Un gesto che nelle sue parole doveva essere uno “sgarbo”, ma che ha avuto conseguenze devastanti.

A dare la misura di quella notte resta anche il racconto di un collega: «Mi sembrava di essere in un film dell’orrore». Zippo inizialmente parlò di una caduta, ma le ustioni su tutto il corpo e le notizie dell’esplosione portarono rapidamente a collegare i fatti. «Era un ragazzo d’oro, ma stava male. Si sentiva umiliato».
La testimonianza di oggi non chiude il cerchio, lo complica. Da una parte una donna che ridimensiona il rapporto e normalizza i prestiti, dall’altra un quadro che parla di fragilità emotiva, dipendenza affettiva e senso di umiliazione. In mezzo, un gesto che ha superato ogni limite: una vittima, sette feriti, un palazzo devastato. E una domanda che resta sospesa, ancora più netta dopo l’udienza di oggi: quanto può pesare una relazione prima di trasformarsi in tragedia?
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Jacopo Peretti, vicino di casa di Madalina, è morto nell'esplosione della palazzina
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