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Cronaca

Cecchini a Sarajevo, spunta un piemontese: “Io c’ero”. Il racconto shock in tribunale

Un sessantenne ammette: “Ho combattuto con i paramilitari”

Cecchini a Sarajevo, spunta un piemontese: “Io c’ero”. Il racconto shock in tribunale

Cecchini a Sarajevo, spunta un piemontese: “Io c’ero”. Il racconto shock in tribunale (immagine di repertorio)

C’è una frase che basta da sola a riaprire una pagina che molti pensavano ormai chiusa: «Io ci sono stato, ho combattuto lì». È da qui che prende forma una vicenda destinata a far discutere, dopo che un cacciatore piemontese di circa sessant’anni è finito al centro dell’attenzione nell’ambito dell’inchiesta milanese sui cosiddetti “safari umani” durante la guerra in Bosnia negli anni Novanta.

Il suo nome è emerso tra gli accertamenti avviati dalla Procura di Milano su una delle ipotesi più inquietanti legate al conflitto nei Balcani: quella di civili stranieri che, lontani dal fronte ufficiale, avrebbero raggiunto Sarajevo per partecipare a una sorta di caccia all’uomo, sparando su persone comuni durante l’assedio. Un’accusa pesantissima, che richiama direttamente il fenomeno dei cecchini che per anni hanno terrorizzato la popolazione della città.

L’uomo, intervistato dal Tg3 Piemonte, non si sottrae. Anzi, conferma una parte della storia: «Mi sono intruppato in una formazione paramilitare serba», racconta, spiegando di essere partito dall’Italia attraverso contatti che, a suo dire, facevano capo anche a persone di Milano. Parla di voli organizzati, di piccoli aeroporti lungo la costa adriatica, di arrivi in Macedonia o Montenegro prima del passaggio nelle zone di guerra. Un racconto che restituisce l’immagine di una mobilità opaca, parallela ai canali ufficiali, in cui si muovevano anche altri europei. «C’erano inglesi, francesi, tedeschi», aggiunge, lasciando intendere che quella presenza non fosse isolata.

Su un punto, però, insiste con decisione: nega di aver partecipato ai “safari umani”. Rivendica invece una partecipazione diretta al conflitto, come combattente all’interno di una formazione armata. Una distinzione che, sul piano giudiziario, sarà decisiva e che ora gli inquirenti dovranno verificare con attenzione, cercando riscontri a distanza di oltre trent’anni.

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Sarajevo negli anni '90

Il momento più duro dell’intervista arriva quando gli viene chiesto se abbia mai sparato a qualcuno. La risposta è secca: «Certo». Poi, quasi a correggere il tono, affiora il peso della memoria: «Vado a rinvangare e certe notti ho gli incubi». Parole che non chiudono il cerchio, ma lo complicano. Perché accanto alla dimensione penale emerge quella umana, fatta di ricordi che non si cancellano.

Per capire il contesto in cui si inserisce questa vicenda bisogna tornare all’assedio di Sarajevo, uno degli episodi più drammatici della guerra nei Balcani. Tra il 1992 e il 1996 la città visse sotto il fuoco costante di artiglieria e cecchini, in una quotidianità segnata dalla paura. Attraversare una strada, affacciarsi a una finestra, uscire per fare la spesa poteva significare esporsi a un colpo mortale. I cecchini sparavano deliberatamente contro civili, trasformando interi quartieri in zone di tiro. È in questo scenario che si collocano oggi le ipotesi investigative sui “safari umani”, una delle zone più oscure e meno chiarite di quel conflitto.

Il fatto che un piemontese sia finito dentro questa inchiesta riporta la vicenda anche più vicino, mostrando come una guerra apparentemente lontana abbia avuto connessioni dirette con l’Italia. Negli anni sono emersi altri casi di cittadini italiani coinvolti, a vario titolo, nei Balcani, ma ogni nuova testimonianza riapre interrogativi su reti, motivazioni e responsabilità.

L’indagine della Procura di Milano dovrà ora fare chiarezza su più livelli: capire il ruolo effettivo dell’uomo, verificare l’esistenza di canali organizzati per il reclutamento o il trasferimento, accertare se vi siano stati comportamenti riconducibili a crimini contro civili. Un lavoro complesso, reso ancora più difficile dal tempo trascorso e dalla natura frammentaria delle prove disponibili.

Resta intanto una vicenda che va oltre il singolo caso. Perché quelle parole — «ho combattuto», «ho gli incubi» — riportano al presente una guerra che non è solo storia, ma memoria ancora aperta. E che, a distanza di decenni, continua a chiedere risposte.

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