Una telecamera di smartphone puntata su un insegnante, le minacce in strada sotto gli occhi della figlia, la corsa virale sui social. Da quel video, girato davanti alla scuola elementare delle suore Immacolatine in via Vestignè 7 a Torino, nasce un processo che oggi, 25 marzo, si chiude in primo grado con tre condanne. Sul banco degli imputati c’era il tiktoker noto come Don Alì, all’anagrafe Alì Said, e due suoi amici: per la giudice è stalking.
Il caso, che nei mesi scorsi aveva fatto molto discutere anche per la sua diffusione sui social, si inserisce in un contesto più ampio in cui la violenza viene spesso spettacolarizzata e trasformata in contenuto, con un confine sempre più sottile tra provocazione, intrattenimento e reato. In questo episodio, però, secondo il tribunale, quel confine è stato chiaramente superato.
Il verdetto è netto: due anni di carcere per Alì Said, mentre i due complici sono stati condannati rispettivamente a dieci mesi e un anno, con pena sospesa. Tutti e tre dovranno inoltre versare una provvisionale di 5mila euro al maestro aggredito, che si è costituito parte civile, mentre eventuali ulteriori risarcimenti saranno valutati in sede civile. Anche l’istituto delle suore Immacolatine ha avanzato richiesta di risarcimento.
Alla lettura della sentenza, la tensione è salita. Don Alì, già detenuto nel carcere di Aosta per precedenti condanne che superano complessivamente i cinque anni, ha reagito con proteste verbali in aula, venendo immediatamente richiamato dalla giudice. Un episodio che restituisce anche il profilo di un imputato non nuovo a vicende giudiziarie, al di là della notorietà acquisita online.
Secondo la ricostruzione della squadra mobile di Torino, coordinata dal pubblico ministero Roberto Furlan, i fatti risalgono allo scorso ottobre. Il tiktoker e i suoi due amici avrebbero atteso il maestro fuori dalla scuola, per poi avvicinarlo, minacciarlo e riprendere tutto con uno smartphone. Il video, pubblicato sui social, si è diffuso rapidamente, amplificando l’episodio ben oltre il contesto locale.

È proprio questo elemento — la diffusione pubblica e virale della scena — ad aver avuto un peso rilevante nell’impianto accusatorio. Non si è trattato solo di un episodio isolato, ma di una sequenza di comportamenti ritenuti persecutori: pedinamento, intimidazione e esposizione pubblica della vittima.
La difesa aveva cercato di ridimensionare i fatti, chiedendo una riqualificazione del reato in semplici minacce. Una linea che non ha convinto il tribunale, che ha invece riconosciuto la sussistenza dello stalking, ritenendo che l’azione abbia inciso in modo significativo sulla serenità e sulla sicurezza del docente.
Durante l’interrogatorio, lo stesso Alì Said aveva in parte ammesso i fatti, cercando però di collocarli nel contesto del proprio personaggio social. «È il mio personaggio, è quasi tutto finto, voglio fare ridere», aveva dichiarato. Una giustificazione che non ha trovato spazio nella valutazione giudiziaria: la costruzione di un personaggio non esclude la responsabilità per le azioni compiute, soprattutto quando producono conseguenze concrete su altre persone.
Resta sullo sfondo anche il tema del presunto mandante. Gli imputati hanno sostenuto che l’azione sarebbe stata sollecitata dal compagno della madre di un alunno, come una sorta di “avvertimento” per un rimprovero avvenuto in classe. Una versione che, però, non ha trovato riscontri nelle indagini e che non ha inciso sull’esito del processo.
Il caso si inserisce in un fenomeno più ampio che riguarda il rapporto tra social network e responsabilità penale. Negli ultimi anni, infatti, si sono moltiplicati episodi in cui contenuti pensati per ottenere visibilità — spesso attraverso provocazioni o comportamenti estremi — hanno avuto conseguenze giudiziarie. Il punto centrale, in queste vicende, resta sempre lo stesso: la visibilità non attenua la gravità dei fatti, anzi può amplificarne gli effetti.
Nel caso torinese, la presenza della figlia del maestro durante l’aggressione e la diffusione del video hanno contribuito a rafforzare la valutazione della gravità dell’episodio. Non solo una minaccia, ma un’azione costruita e resa pubblica, con un impatto diretto sulla dignità e sulla sicurezza della vittima.
La sentenza è di primo grado e potrà essere impugnata. Ma il messaggio che emerge è chiaro: la trasformazione della violenza in contenuto non la rende meno violenza. E il “personaggio”, davanti a un giudice, non basta a cancellare le responsabilità.