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Cronaca

Il lato oscuro del Barolo: milioni di euro di lavoro nero tra le vigne delle Langhe

Un dossier denuncia un sistema sommerso che potrebbe valere fino a 40 milioni in due anni. Braccianti stranieri sottopagati raccolgono l’uva dei vini più prestigiosi d’Italia

Il lato oscuro del Barolo

Il lato oscuro del Barolo: milioni di euro di lavoro nero tra le vigne delle Langhe

Le colline delle Langhe sono una cartolina perfetta: filari ordinati, cantine storiche, vini celebrati in tutto il mondo. Ma dietro la bellezza di questo paesaggio patrimonio dell’Unesco si nasconde un’altra realtà, molto meno luminosa. Una realtà fatta di lavoro nero, braccianti stranieri sottopagati e un sistema che potrebbe muovere decine di milioni di euro lontano da contratti e tutele.

Secondo una recente analisi giornalistica, il fenomeno dello sfruttamento del lavoro nei vigneti delle Langhe potrebbe aver generato tra 26 e quasi 40 milioni di euro di lavoro irregolare in appena due anni. Una cifra che mette in discussione l’immagine di uno dei territori simbolo dell’enologia italiana, dove nascono bottiglie di Barolo e Barbaresco vendute anche a oltre 200 euro.

Il dossier, intitolato Grappoli amari, prova a quantificare un fenomeno che per anni è rimasto in gran parte invisibile. Il lavoro prende come base i dati pubblici del Centro per l’impiego di Alba, incrociati con una stima delle ore necessarie per le principali attività agricole nei vigneti.

Il risultato è impressionante. Le operazioni di potatura, legatura, gestione dei filari e vendemmia richiederebbero ogni anno milioni di ore di lavoro manuale. Nel 2023 il fabbisogno sarebbe stato di circa 4,8 milioni di ore, mentre nel 2024 avrebbe superato i 5,5 milioni.

Quando questi numeri vengono confrontati con le ore dichiarate nei contratti regolari di aziende e cooperative agricole, emerge una differenza significativa. Ed è proprio dentro questo scarto che si nasconderebbe una parte consistente del lavoro sommerso.

Il sistema, secondo l’inchiesta, si reggerebbe in gran parte sulla presenza di manodopera straniera, spesso stagionale. Si tratta di lavoratori provenienti da diversi Paesi, impiegati nelle attività più faticose e pagati molto meno di quanto previsto dai contratti collettivi.

In alcuni casi il reclutamento avverrebbe attraverso intermediari informali, una pratica che ricorda il caporalato già emerso in altri comparti agricoli italiani. Non si tratta però delle grandi distese del Sud Italia dove il fenomeno è stato più volte denunciato, ma di una delle zone più ricche e prestigiose dell’agricoltura nazionale.

Per anni parlare apertamente di sfruttamento nelle Langhe è stato quasi impossibile. Il tema è rimasto ai margini del dibattito pubblico fino a quando due indagini penali hanno iniziato a portare alla luce alcune dinamiche del settore.

Il punto centrale riguarda il modello di sviluppo del territorio. Negli ultimi decenni la produzione di vini di alta gamma ha conosciuto una crescita straordinaria, con un aumento costante della superficie vitata e del valore commerciale delle bottiglie.

Questo successo ha però generato anche un forte bisogno di manodopera, soprattutto nei periodi di lavoro più intensi. E non sempre le aziende riescono a coprire questa richiesta attraverso contratti regolari e cooperative strutturate.

Non tutti, nel settore, condividono le conclusioni del dossier. Alcuni rappresentanti del mondo vitivinicolo sottolineano che le stime si basano su calcoli teorici e che la meccanizzazione agricola riduce in parte il fabbisogno di manodopera.

Altri operatori del settore, invece, ritengono che il problema esista e che sia diventato ormai strutturale. Il rischio, secondo questa visione, è che la crescita continua delle superfici vitate renda sempre più difficile trovare lavoratori regolari disponibili per tutte le attività richieste.

Il tema non riguarda soltanto il rispetto delle norme sul lavoro, ma anche l’immagine internazionale di un territorio che vive di reputazione. Le Langhe sono uno dei simboli del Made in Italy agroalimentare, con vini esportati in tutto il mondo e una filiera che coinvolge turismo, ristorazione e commercio.

Per questo il dibattito si sta spostando anche sul piano delle possibili soluzioni. Tra le proposte c’è quella di rafforzare le cooperative agricole e costruire un sistema di gestione della manodopera più trasparente, capace di garantire contratti regolari e condizioni di lavoro adeguate.

C’è anche chi propone misure più drastiche, come sanzioni severe per le aziende che non rispettano le regole, fino alla possibilità di mettere in discussione l’uso delle denominazioni più prestigiose per chi viola le norme sul lavoro.

La questione, insomma, è ormai uscita dal silenzio che l’aveva circondata per anni. E il paradosso resta evidente: tra le colline dove nasce uno dei vini più celebrati al mondo, potrebbe nascondersi una filiera del lavoro molto meno nobile di quanto raccontano le etichette delle bottiglie.

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