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Cronaca

Rissa mortale a Torino, nessun arresto per gli undici indagati

La Cassazione conferma il no alle misure cautelari: per i giudici la morte di Mamoud Diane, 19 anni, non è imputabile a tutti i partecipanti. Resta l’accusa di rissa semplice, mentre l’autore materiale dell’omicidio non è ancora stato identificato

Rissa mortale a Torino, nessun arresto per gli undici indagati

Rissa mortale in via Monte Rosa a Torino: per gli undici solo una multa fino a 2.000 euro (foto: Mamoud Diane)

Niente arresto per gli undici giovani di origini maliane, senegalesi e guineane sospettati di avere preso parte, il 2 maggio 2025 a Torino, a una rissa in strada dove perse la vita un ivoriano di 19 anni, Mamoud Diane, trafitto da numerose coltellate. La Cassazione ha confermato il “no” alle richieste di misura cautelare presentate dalla Procura di Torino sulla scorta delle indagini della Squadra Mobile, mettendo un punto fermo sul fronte cautelare ma lasciando ancora aperto quello dell’accertamento delle responsabilità per l’omicidio.

La notte della tragedia è quella tra il 2 e il 3 maggio. Sono circa le 23.30 quando, nel quartiere Barriera di Milano, all’angolo tra via Monte Rosa e corso Novara, esplode una violenta zuffa in strada. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, a fronteggiarsi sono due gruppi distinti di giovani. I testimoni parlano di una scena caotica, con almeno una ventina di ragazzi coinvolti tra spintoni, pugni, urla e inseguimenti. In pochi minuti la tensione sale, qualcuno estrae dei coltelli e la rissa degenera.

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Nel mezzo dello scontro c’è Mamoud Diane, 19 anni, originario della Costa d’Avorio, residente con la famiglia a Torre Mondovì, in provincia di Cuneo. Secondo gli accertamenti medico-legali, il giovane viene colpito più volte. Una delle coltellate – quella fatale – lo raggiunge alla schiena, trapassandogli il torace fino a perforare il cuore. Una ferita devastante. Nonostante questo, Diane tenta di allontanarsi, si trascina per diversi metri nel disperato tentativo di mettersi in salvo o chiedere aiuto. Poi crolla a terra. Quando arrivano i soccorsi, per lui non c’è più nulla da fare: muore sull’asfalto, in una delle strade simbolo di un quartiere che da tempo convive con episodi di violenza giovanile e tensioni legate a microcriminalità e spaccio.

Le indagini scattano immediatamente. La Squadra Mobile acquisisce testimonianze, analizza le immagini delle telecamere di sorveglianza della zona, ricostruisce spostamenti e contatti attraverso i telefoni cellulari. In breve tempo vengono identificati undici giovani ritenuti partecipanti alla rissa. La Procura ipotizza per loro il reato di “rissa aggravata da omicidio”, una qualificazione pesante che presuppone che l’evento mortale sia conseguenza della condotta collettiva e che consente l’applicazione di misure cautelari personali.

Secondo l’impostazione accusatoria iniziale, la morte di Mamoud Diane sarebbe maturata nel contesto dello scontro tra i due gruppi e quindi imputabile a tutti coloro che vi hanno preso parte. Ma già il Tribunale del riesame respinge la richiesta di custodia cautelare. Ora la Cassazione conferma quella decisione.

La Suprema Corte ha ritenuto corretta la ricostruzione del Riesame: dopo lo scoppio della rissa tra i due gruppi iniziali, sarebbero intervenuti ulteriori soggetti non identificati. E sarebbe stato proprio uno di questi – allo stato ignoto – a infliggere il colpo mortale. In questo quadro, la morte del diciannovenne non può essere “imputata a tutti i partecipanti alla rissa in quanto non sono stati raccolti elementi sufficienti che consentano di inserire l’evento sopravvenuto in un giudizio di prevedibilità”. In sostanza, per i giudici non vi sono, allo stato degli atti, prove che consentano di affermare che chi partecipava alla zuffa potesse prevedere come esito concreto e accettato quello di un omicidio.

Il risultato è che gli undici giovani restano indagati per “rissa semplice”, reato che non prevede la custodia cautelare in carcere e che è punito nel massimo con una multa fino a duemila euro. Nessun arresto, dunque, e nessuna misura restrittiva personale.

La difesa ha sempre sostenuto la debolezza del quadro indiziario. L’avvocato Enzo Pellegrin, uno dei legali, ha depositato una memoria in Cassazione sottolineando che gli indizi a carico del proprio assistito “non sono idonei neppure a sostenere l’accusa di partecipazione alla rissa”. Una linea difensiva che, almeno sul piano cautelare, ha trovato accoglimento.

Resta però il nodo centrale: chi ha ucciso Mamoud Diane? L’autore materiale del fendente mortale non è stato ancora individuato con certezza. Le indagini proseguono nel tentativo di isolare le responsabilità individuali all’interno di una dinamica confusa, caratterizzata dalla presenza di numerosi soggetti e dall’intervento, secondo i giudici, di persone rimaste senza nome.

Intanto la tragedia ha lasciato un segno profondo non solo a Torino, ma anche a Torre Mondovì, dove il giovane viveva con la famiglia e dove si sono svolti i funerali. Amici e conoscenti lo descrivono come un ragazzo che stava cercando di costruirsi un futuro in Italia, impegnato a imparare la lingua e a inserirsi nel tessuto sociale locale. Una storia interrotta bruscamente, in una manciata di minuti di violenza.

La decisione della Cassazione non chiude il procedimento penale. Segna però un passaggio cruciale: delimita le responsabilità ipotizzabili allo stato delle prove e impone agli inquirenti di concentrare gli sforzi sull’individuazione di chi ha materialmente sferrato la coltellata che ha trafitto il cuore di Mamoud Diane. Fino a quel momento, l’omicidio resta senza un colpevole identificato, mentre undici giovani rispondono – per ora – soltanto di una rissa che, quella notte di maggio, si è trasformata in tragedia.

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