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Cronaca
20 Febbraio 2026 - 14:08
Rito abbreviato per Don Alì a Torino, il "Re dei maranza". No alla perizia psichiatrica
La telecamera di uno smartphone accesa in mezzo alla strada, un inseguimento verbale, le minacce davanti a una bambina, poi il video che corre sui social e rimbalza di chat in chat. Da Barriera di Milano al resto del Paese in poche ore. Ora quella scena esce dal circuito dei like e approda in aula: il caso dell’agguato al maestro diventa processo con rito abbreviato. E il tribunale traccia un confine netto: niente perizia psichiatrica per Don Alì.
La decisione è della giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino, che oggi ha disposto il giudizio con rito abbreviato per il 25enne – volto noto su TikTok come il “Re dei maranza” – e per i suoi due coindagati. Una scelta che, in caso di condanna, comporta la riduzione di un terzo della pena, ma che cristallizza il processo sugli atti già raccolti dall’accusa.
Respinta la richiesta della difesa – l’avvocata Federica Galante – di sottoporre l’imputato a perizia psichiatrica. Per il magistrato non è necessario alcun accertamento tecnico sulle condizioni mentali del giovane per valutare le condotte contestate.
L’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore Roberto Furlan, ruota attorno a quanto accaduto a ottobre nel quartiere Barriera di Milano. Secondo l’accusa, Alì Said Alì, questo il nome all’anagrafe, insieme a due amici avrebbe minacciato in strada un maestro della scuola delle suore Immacolatine di via Vestignè, alla presenza della figlia dell’insegnante. La scena è stata ripresa con i cellulari e pubblicata online, diventando rapidamente virale.

Don Alì
Durante l’interrogatorio di garanzia davanti ai poliziotti, il 25enne ha ammesso l’episodio, dichiarando che molte cose sarebbero state inventate sul suo conto ma riconoscendo la propria partecipazione ai fatti. Nessuna richiesta di scuse alle vittime.
La difesa ha tentato di incardinare la strategia sul tema del “personaggio”. L’alter ego digitale, costruito per intrattenere e provocare sui social, sarebbe – secondo questa linea – distante dalla realtà. Video provocatori, atteggiamenti spavaldi, frasi sopra le righe davanti a centinaia di migliaia di follower. Ma per il tribunale il personaggio non attenua automaticamente la responsabilità penale per ciò che accade fuori dallo schermo.
Non è la prima volta che il nome di Don Alì finisce nelle cronache. Prima dell’arresto aveva anche aggredito una troupe televisiva che cercava di intervistarlo. E oggi si trova già in carcere per scontare una pena superiore ai cinque anni di reclusione legata a condanne definitive precedenti ai fatti di ottobre: resistenza a pubblico ufficiale, rapina, furto aggravato e sostituzione di persona.
L’imputazione principale nel nuovo procedimento è stalking, ma la vicenda si inserisce in un quadro giudiziario già segnato. Il rito abbreviato consentirà una definizione più rapida del processo, ma non ne riduce la portata sostanziale.
Sul fronte civile, il 25enne rischia di dover risarcire il maestro e la figlia per i danni subiti. È stata invece respinta la richiesta di costituzione di parte civile delle suore che gestiscono l’istituto, le quali avevano avanzato una domanda di risarcimento pari a un milione di euro.
Il caso solleva un tema che va oltre il singolo episodio: il rapporto tra identità digitale e responsabilità reale. La spettacolarizzazione della violenza, trasformata in contenuto virale, non sospende le regole della convivenza civile. Il rito abbreviato scelto dal tribunale non è un lasciapassare, ma una corsia processuale che punta alla rapidità senza rinunciare all’accertamento dei fatti.
Nel quartiere dove tutto è iniziato, resta l’eco di quelle immagini. In aula, ora, si passa dalle visualizzazioni alle prove.
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