AGGIORNAMENTI
Cerca
Attualità
25 Marzo 2026 - 14:26
Tutto sembra cominciare con un video girato a Kiev, davanti a Maidan, il luogo che per alcuni incarna la libertà ucraina e per altri segna l’inizio di una lunga rimozione. Il leader di Azione Carlo Calenda lo rilancia il 23 marzo scorso su X e scrive di aver ricevuto una denuncia dal professor Angelo d’Orsi “per questo video”, dove attacca anche Jeffrey Sachs, l’economista statunitense e professore alla Columbia University, definendolo “quel cretino”.

Ma è proprio qui che la storia si incrina. Perché, a sentire d’Orsi, quel video non è l’origine dello scontro: è soltanto l’ultimo fotogramma di una battaglia molto più aspra, cominciata mesi prima tra insulti, accuse di essere “a soldo di Putin”, manifesti denigratori e parole che ora finiranno davanti a un mediatore. Il caso, allora, non riguarda soltanto un politico e uno storico, ma come in Italia si raccontano Maidan, il Donbass, la guerra e, soprattutto, il modo in cui si tenta di colpire chi prova a incrinare una narrazione già confezionata.
Oggi mi è arrivata una denuncia di D’Orsi per questo video. Credo sia una buona ragione per ripostarlo, confermandone parola per parola il contenuto. https://t.co/VhyOi4nkU4
— Carlo Calenda (@CarloCalenda) March 23, 2026
A cambiare la prospettiva è innanzitutto la cronologia dei fatti. Perché, come spiega lo storico torinese nel corso della nostra intervista, la querela non nasce da quel filmato registrato a Kiev, ma da un conflitto precedente, fatto di mesi di attacchi pubblici, insulti e delegittimazione personale. “Io non l’ho neanche visto questo video. In ogni caso, la mia denuncia, la mia querela è antecedente”, chiarisce d’Orsi, respingendo l’idea che la sua iniziativa giudiziaria sia una reazione impulsiva a un contenuto social. Nella sua ricostruzione, al contrario, sarebbe stato Calenda a reagire pubblicamente alla notifica ricevuta, trasformando un contenzioso già aperto in un nuovo episodio della guerra di narrazioni che da anni accompagna il dossier ucraino.

Angelo d’Orsi, storico, saggista e accademico torinese.
La ragione della querela viene spiegata dallo stesso d’Orsi nel corso del nostro dialogo, in cui racconta che la decisione è maturata dopo mesi di attacchi ripetuti. “Ormai sono sei mesi che mi sta insultando, perché crede di poter dire qualunque cosa, ma ci siamo stancati”. Non si tratta, dunque, di una reazione d’impulso. Il professore sottolinea di aver seguito la situazione con il proprio legale, di aver valutato con attenzione il comportamento di Calenda e di aver scelto infine la via giudiziaria: “Abbiamo seguito attentamente con un avvocato la sua performance e abbiamo deciso di querelarlo”. Il passaggio successivo è già fissato: “All’inizio di aprile ci sarà un’istanza di mediazione che è obbligatoria per risolvere senza andare a processo”. In quella sede, spiega d’Orsi, saranno avanzate due richieste molto precise: “Chiediamo un risarcimento monetario e una ritrattazione delle sue insolenze”.
Ma andiamo direttamente al cuore dell’accusa. D’Orsi non parla di un semplice diverbio acceso, ma di una campagna di aggressione verbale che a suo avviso ha travalicato ogni confine. Ricorda manifesti contro di lui, immagini alterate, etichette infamanti, definizioni come “indegno”, “schifosissimo”, “fascista”, “sostenitore di fascisti”. Lo dice in modo diretto: “Poiché lui ha fatto dei manifesti contro di me non solo taroccando la mia immagine per rendermi più cattivo, più feroce a livello visivo, ma con la scritta ‘indegno’ e con commenti tipo ‘Permettiamo uno così di insegnare all’università?’”. Poi si sofferma ancora più duramente sul termine fascista facendo rilevare che “tale appellativo è già stato più volte sanzionato da varie istanze di giudizio in Italia come attributo offensivo”. D’Orsi sottolinea che tutti quei titoli “sono citati nell’istanza di querela”. Soprattutto, richiama una delle accuse che considera più gravi: “Una delle accuse che mi fa Calenda è che io sono a soldo di Putin”. Nella lettura del professore, qui non si è più sul terreno della critica politica ma su quello dell’attribuzione diffamatoria, perché insinuare che uno storico o un intellettuale sia pagato da una potenza straniera significa colpirne in profondità l’onorabilità professionale e personale. Per questo d’Orsi insiste sul fatto che la querela non sia una risposta emotiva, bensì un atto di tutela e colloca l’istanza di mediazione di aprile come un momento cruciale: un primo confronto formale, obbligatorio, nel quale capire se ci sarà una ritrattazione oppure se la vicenda proseguirà per vie più dure.

Alessandro Di Battista, attivista politico, ex deputato del Movimento 5 Stelle e reporter.
Non è secondario, nel suo racconto, il precedente che chiama in causa l’attivista politico e reporter Alessandro Di Battista. D’Orsi lo cita come esempio concreto di uno schema già visto. Ricorda che anche lui, dopo essere stato attaccato da Calenda, lo querelò e che la vicenda si concluse con una pubblica ritrattazione. “Di Battista l’ha querelato e alla fine Calenda ha ceduto e ha accettato di presentare delle pubbliche scuse, ha fatto pubblica ammenda”, racconta il professore, aggiungendo che poi Di Battista rinunciò al risarcimento economico. Il senso di questo riferimento è chiaro: mostrare che non si tratterebbe di un episodio isolato, ma di una modalità ricorrente di aggressione politica e mediatica. D’Orsi lo dice esplicitamente quando spiega il significato della sua scelta: “Non mi interessa prendere soldi, mi interessa colpirne qualcuno per educarne alcune centinaia”. È una frase forte, ma nel contesto dell’intervista assume il senso di una risposta esemplare a un clima tossico, non il gusto della punizione fine a sé stessa. Lo ribadisce anche dopo, quasi a chiarire la propria intenzione, spiegando di aver ricevuto, a suo dire, “circa 1500 messaggi di ingiurie, di minacce”. E aggiunge: “Sto facendo questa operazione con i peggiori haters; in pratica stiamo selezionando una serie di personaggi che si sono permessi di insultarmi e che lo fanno tuttora. Adesso stanno già arrivando le prime risposte di persone che dicono: ‘Mi dispiace, cosa devo scrivere per ritrattare?”.
Questa dimensione personale e giudiziaria, però, non esaurisce il quadro. Anzi, è proprio da qui che si apre il secondo livello della vicenda, quello storico-politico, in cui il caso singolo si trasforma in uno specchio di un conflitto più profondo: chi ha il diritto di raccontare Maidan e in che modo? Quali verità sono considerate legittime e quali, invece, vengono subito espulse come propaganda filorussa? È su questo terreno che d’Orsi sa bene quale sia la narrazione di fondo: Euromaidan come sollevazione spontanea di giovani filoeuropei, come scatto morale di una società che si ribella a un potere corrotto per abbracciare il destino europeo del Paese, ed è proprio contro questa semplificazione che il professore alza il muro. Alla domanda se Maidan sia stata davvero, come sostiene Calenda, una rivolta spontanea di giovani filoeuropei, risponde senza esitazioni: “È una sciocchezza”.
La sua contestazione, va detto, non consiste nel negare in blocco che una parte della società ucraina guardasse all’Europa con aspirazione e speranza. D’Orsi riconosce che questa componente esisteva. “Certamente, c’era anche una parte della popolazione che guardava all’Europa come a una specie di sogno di civiltà e di progresso”, afferma, ma insiste sul fatto che quella parte, da sola, non avrebbe mai rovesciato un governo. Nella sua lettura, la svolta non fu il frutto di una spontaneità pura, bensì l’esito di un intervento esterno pesante, strutturato, decisivo. “Quella rivolta non è stata affatto spontanea”, dice con fermezza. E subito dopo spinge il ragionamento fino al suo punto più radicale: “Questa parte di popolazione non avrebbe mai fatto nessun colpo di Stato se non ci fosse stato l’intervento esterno accertato”. Da qui discende l’uso di un termine che nel dibattito pubblico resta incendiario ma che d’Orsi rivendica senza esitazioni: “È stato un golpe organizzato dall’esterno per rovesciare un governo legittimo”.
A tale proposito, d’Orsi richiama Victoria Nuland, Angela Merkel e François Hollande, sostenendo che basterebbe leggere le loro parole per capire “ciò che sanno tutti quelli informati”. Al di là del giudizio che si può dare su questa interpretazione, il punto che lo storico solleva resta politicamente centrale: Euromaidan, nella sua lettura, non può essere ridotta a una fiaba civile di ragazzi coraggiosi contro il male. È anche per questa ragione che il professore insiste molto sulla violenza legata a quella piazza. Nella sua voce ritorna l’idea che il racconto pubblico sia stato progressivamente ripulito, reso moralmente nitido, svuotato di tutto ciò che ne incrina la purezza simbolica. “Ripeto, è stato un fatto molto violento quello di Euromaidan”, dice a un certo punto. In un passaggio molto personale, cita anche sua figlia, fotoreporter, che si trovava a Kiev in quei giorni e seguì direttamente gli eventi, richiamando quella presenza per sottolineare quanto concreta, tangibile e drammatica fosse la violenza di quelle ore. Il senso del suo discorso è limpido: presentare il caso Maidan come un moto lineare di giovani idealisti che volevano l’Europa significa espellere dal racconto il sangue, gli apparati, le fratture, le forze radicali, la lotta per il potere, preparando il terreno per la rimozione di tutto ciò che viene dopo.
Ed è qui che il discorso si sposta sul Donbass e lo fa con una forza particolare. Per d’Orsi, infatti, il vero scandalo del racconto europeo e italiano non è soltanto la narrazione addomesticata di Maidan, ma la cancellazione sistematica di ciò che dal 2014 al 2022 è accaduto nelle regioni russofone dell’est. “Dal 2014 al 2022 nel Donbass sono morti quasi 16.000 civili, morti che loro trascurano”. Pur richiedendo il dato numerico una verifica puntuale, il punto politico che pone è un altro: nella memoria mainstream, dice, questa parte della guerra quasi non esiste: non ha volto, non ha centralità, non produce la stessa indignazione. “Tutto ciò che è successo in Donbass viene cancellato”, afferma. E quando in televisione prova a ricordarlo, racconta di essersi sentito persino rispondere: “Vabbè, ma questa è una storia vecchia…”.
Durante il nostro dialogo, d’Orsi non sta solo difendendo una tesi sui fatti di Maidan o contestando Calenda: sta rivendicando il diritto della storia a non essere ridotta a slogan di schieramento. Sta dicendo che il Donbass non è un’appendice fastidiosa del racconto ucraino, ma una parte decisiva senza la quale la genealogia del conflitto resta mutilata. E, da questo punto di vista, la memoria giornalistica italiana gli offre sponde non irrilevanti. Nel 2014, la stampa italiana parlò eccome di bombardamenti, vittime civili, stragi, scuole colpite, asili distrutti, accuse contro Kiev nelle aree russofone. ANSA, RaiNews, la Repubblica, La Stampa pubblicarono titoli e lanci in cui comparivano Donetsk, Makiyivka, Lugansk, i morti civili, le denunce dei filorussi, le smentite di Kiev, la difficoltà di ottenere conferme indipendenti. Quei pezzi non dimostravano automaticamente ogni singolo fatto, ma registravano una realtà inaggirabile: nel Donbass vi era una guerra che travolgeva anche i civili russofoni.
D’Orsi vuole che questa verità torni al centro. Per questo, quando gli si chiede se sia corretto dire che le sofferenze dei russofoni siano state ignorate o minimizzate, la sua risposta è inequivocabile: “Ma certo… tutto ciò che è successo in Donbass viene cancellato”. E non si limita al piano generale. Richiama episodi concreti, come la strage di Odessa del maggio 2014, definendola uno dei primi momenti più gravi e insieme più rimossi. Ricorda di averne parlato in televisione e di essersi scontrato con chi tendeva a relativizzare: “Quando, rammento, durante un programma televisivo ebbi a ricordare la strage di Odessa… litigai”. A quel punto, racconta, “c’era Cecilia Sala, la quale ribatté dicendo: ‘Beh, ma sì, le violenze ci sono da tutte le parti’, no?”. Il professore contesta radicalmente quella formula e ne spiega la ragione: “Il problema è che lì c’è stato un assalto alla Casa dei sindacati che è stata data a fuoco con una sessantina di morti”. Per lui, sciogliere la specificità di quell’evento dentro la formula generica per cui le violenze sarebbero ovunque significa neutralizzare la storia, appiattire responsabilità e contesti, trasformare una tragedia concreta in una formula anestetica che serve soltanto a non vedere.
La nostra conversazione, però, non si ferma all’Ucraina. A un certo punto si allarga e mostra il clima in cui, secondo d’Orsi, questo scontro si colloca oggi in Italia, aiutando a capire quanto la sua reazione a Calenda non sia soltanto giuridica ma anche simbolica. Il professore racconta una lunga serie di contestazioni subite negli ultimi mesi: conferenze ostacolate, sale presidiate, gruppi organizzati che si spostano da una città all’altra, tentativi di mettere a tacere incontri pubblici, aggressioni verbali e in qualche caso anche fisiche. Cita Napoli, Milano, Perugia, Marzabotto, Recanati, la Camera del Lavoro, il Polo del ’900 di Torino. Cita anche un episodio che lo ha evidentemente colpito molto: quello di uno studente di Recanati, un ragazzo liceale di diciotto anni, finito sotto una pressione enorme per aver organizzato, durante la settimana di autogestione, un collegamento con i corrispondenti di guerra Andrea Lucidi e Vincenzo Lorusso dal Donbass. “Con i quali non hanno parlato dell’Ucraina, hanno semplicemente chiesto come si diventa corrispondenti di guerra, quali sono le situazioni difficili in cui vi siete trovati, qual è il bello e il brutto di questo mestiere”, racconta d’Orsi a proposito di quell’incontro. Eppure, ricostruisce, da lì sarebbe partita una campagna di esposizione pubblica e di denuncia che avrebbe coinvolto perfino un’interrogazione parlamentare e un’ispezione ministeriale.

Andrea Lucidi, reporter italiano dal Donbass.
Su questo punto lo storico torinese ricostruisce una catena precisa: “È scattato subito da Picierno, su segnalazione di un giornalista ucraino”, e allarga poi il quadro ai Radicali italiani, che a Milano avrebbero diffuso “un documento con una mappa d’Italia con l’indicazione delle città più colpite dalla peste putiniana”. Non solo. Secondo il professore, quella campagna avrebbe avuto “la collaborazione dell’ambasciata ucraina” e nel caso del ragazzo di Recanati si sarebbe spinta fino a esporlo pubblicamente: “Gli hanno messo nome, cognome, foto e indirizzo”. D’Orsi aggiunge che, dopo il clamore, “il ministro Valditara ha mandato un’ispezione” e che, alla fine, “lo stesso ispettore ha detto che non è successo niente di strano”, nonostante nel frattempo fosse partita anche un’interrogazione parlamentare.

Lo storico inserisce in questo clima anche il caso torinese. Parla del sindaco di Torino come di “uno di quelli che si è fatto fotografare a novembre, quando hanno bloccato il mio primo incontro al Polo del ’900”, aggiungendo che il primo cittadino posò “con i radicali, un rappresentante dell’Ucraina con la bandiera”, cioè con coloro che, nella sua lettura, erano stati “tra i primi a denunciare la cosiddetta peste putiniana”. È un passaggio che, nel racconto di d’Orsi, vuol mostrare come attorno a queste campagne non agiscano soltanto piccoli gruppi di contestatori, ma si sia creato un clima politico e simbolico più vasto, dentro il quale il dissenso viene marchiato pubblicamente.
Per il professore, questi episodi non sono marginali, ma mostrano come il tema ucraino sia diventato in Italia una linea di confine identitaria, in cui il dissenso viene spesso trattato come una colpa da marchiare. In questa cornice colloca il comportamento di Calenda come parte di una più vasta escalation. Lo dice in termini molto netti: “Loro stanno proprio buttando benzina sull’incendio e Calenda è uno degli incendiari. Calenda e Pina Picierno ormai sono i più incendiari”.Dice che alcuni dei gruppi che lo contestano sembrano muoversi con una organizzazione e con risorse che vanno oltre la spontaneità. Quando parla delle proprie conferenze, non lo fa con il tono del martire, ma con quello di chi percepisce di dover difendere ogni volta la possibilità stessa di parlare. “Io dovunque vado devo sempre chiedere il servizio d’ordine e devo sempre far intervenire la Digos”, spiega. “Ormai mi danno la guardia del corpo…”.

Pina Picierno, eurodeputata del Partito Democratico e vicepresidente del Parlamento europeo.
In questo quadro, il giudizio su Calenda si fa inevitabilmente politico. Alla domanda sul perché scelga una narrazione tanto netta e semplificata, d’Orsi risponde che a suo avviso c’è anche una strategia di visibilità. Non lo descrive solo come un avversario ideologico, ma come un attore che usa la polarizzazione per ritagliarsi spazio, per costruire una presenza quotidiana nel dibattito, per collocarsi in una nicchia di radicalità atlantista che produce consenso e riconoscibilità. In questo senso, il caso individuale diventa esemplare: non si tratta soltanto di una rissa fra personalità pubbliche, ma del modo in cui il discorso italiano sull’Ucraina tende a premiare chi semplifica e a punire chi prova a rimettere in scena la complessità.
Ed è qui, forse, che il confronto tra Calenda e d’Orsi si trasforma in qualcosa di più significativo. Da una parte c’è una narrazione che insiste su Maidan come momento fondativo della libertà ucraina, come rivolta democratica di una società che sceglie l’Europa e si oppone al dominio russo. Dall’altra c’è ne un’altra che vede in Euromaidan un golpe favorito, spinto e orientato dall’esterno, reso possibile anche dalla violenza di gruppi radicali, seguito da anni di guerra civile e di sofferenza dei russofoni che l’Europa avrebbe scelto di non guardare. D’Orsi si muove pienamente dentro questa seconda cornice, ma il punto che rende la sua voce impossibile da liquidare con uno slogan è che richiama continuamente il dovere di guardare anche ciò che non torna utile alla narrazione dominante. Non chiede di dimenticare Maidan ma di non usare quelle vicende per cancellare il Donbass. Non nega che una parte degli ucraini guardasse all’Europa: chiede di non trasformare quel fatto in una fiaba assolutoria che rimuove tutto il resto.
Il caso Calenda-d’Orsi, dunque, non nasce da un video postato su X, ma da un conflitto precedente. Ad aprile è previsto un confronto in sede di mediazione,, con richiesta di risarcimento e ritrattazione che d’Orsi colloca dentro un’azione più ampia di risposta agli haters e alla violenza verbale. Resta, naturalmente, la questione storica. E qui la forza del professore sta nel rifiutare la cancellazione delle domande scomode. Quanto hanno pesato gli attori esterni? Quanto furono decisive le forze radicali presenti in piazza? Perché i morti del Donbass non hanno avuto, in Europa, lo stesso statuto morale di altri morti? Perché parlare delle sofferenze dei russofoni continua a essere percepito, da molti, come una forma di eresia politica? Perché chi tenta di rimettere in fila la cronologia 2014-2022 viene spesso accusato di “guardare al passato” come se la storia fosse solo un ingombro e non la chiave per capire il presente?
In fondo, è proprio qui che si misura la sostanza del nostro dialogo. D’Orsi non accetta che il tempo trascorso diventi una scusa per rimuovere ciò che è accaduto. “La storia è storia”, dice. E questa frase, nel pieno della tempesta ucraina, pesa più di molte dichiarazioni diplomatiche. Perché restituisce al dibattito una verità elementare e insieme difficilissima da praticare: non esiste conflitto che si capisca davvero se si accetta di vedere soltanto le vittime che confermano il proprio schieramento. E non esiste libertà di ricerca o di parola se chi prova a rompere una narrazione consolidata viene immediatamente trasformato in bersaglio morale.
Alla fin fine, questo scontro mette a nudo qualcosa di molto più grande: il modo in cui la guerra in Ucraina ha frantumato il dibattito italiano in due universi quasi impermeabili, dove ogni parola è sospetta, ogni memoria è contesa, ogni omissione è già una forma di propaganda. In uno di questi universi, Maidan è la luce e il Donbass resta sullo sfondo. Nell’altro, il Donbass è la ferita rimossa e Maidan il nome di un inganno. D’Orsi, con la sua querela e con le sue parole, prova a costringere il discorso pubblico a non dimenticare ciò che giudica essenziale e lo fa non come una figura piegata dalla polemica, ma come uno storico che rifiuta di lasciare la storia nelle mani di chi la riduce a un post, a un insulto o a una verità tagliata a metà.
Edicola digitale
LA VOCE DEL CANAVESE
Reg. Tribunale di Torino n. 57 del 22/05/2007. Direttore responsabile: Liborio La Mattina. Proprietà LA VOCE SOCIETA’ COOPERATIVA. P.IVA 09594480015. Redazione: via Torino, 47 – 10034 – Chivasso (To). Tel. 0115367550 Cell. 3474431187
La società percepisce i contributi di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70 e della Legge Regione Piemonte n. 18 del 25/06/2008. Indicazione resa ai sensi della lettera f) del comma 2 dell’articolo 5 del medesimo decreto legislativo
Testi e foto qui pubblicati sono proprietà de LA VOCE DEL CANAVESE tutti i diritti sono riservati. L’utilizzo dei testi e delle foto on line è, senza autorizzazione scritta, vietato (legge 633/1941).
LA VOCE DEL CANAVESE ha aderito tramite la File (Federazione Italiana Liberi Editori) allo IAP – Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, accettando il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.