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Bellum e bello.

Bellum e bello.
Bellum e bello. Con la guerra in Europa mi sono domandato perché usiamo il termine guerra e non un derivato del latino bellum? E come mai assomiglia così tanto all’aggettivo “bello”? Guerra una parola dura che non ha un’ascendenza latina, nasce dalla voce germanica werra, cioè “mischia”. In latino guerra si si diceva bellum, un termine dalla lunga e profonda storia, e che è rimasto celebre. Il che è naturale, vista la centralità della guerra nella millenaria esperienza romana. Ma con la caduta dell’impero romano e la nascita della lingua volgare in Italia si assiste a un cambio di marea. Bellum cede il passo a werra. Werra significava “mischia” nel senso di scontro armato come confusione, mischiamento. Ancora nel tedesco dei nostri giorni wirr è il confuso. Werra, insomma, è una zuffa, non è uno schieramento ordinato di legioni. Con la caduta dell’impero romano la guerra stessa cambiava, cambiavano le forze armate, cambiavano la loro struttura e le loro pratiche, cambiavano le tradizioni. La guerra che davvero segna una devastazione irrimediabile per la penisola, che la spopola e che la getta in tempi certo più scuri col soprammercato di carestie e pestilenze, è la tra bizantini e goti, combattuta nel ventennio 535-553 d.C. Allora gli stranieri che vogliono liberare l’Italia sono i Romani sì, ma d’Oriente, e il ricordo delle ordinate legioni si è ormai perso il ricordo. I Goti, meglio Ostrogoti, sono al loro posto ormai da quasi un secolo. Durante il loro dominio la classe dirigente non è più romana e dopo di loro arrivano i Longobardi. In Italia si continua a parlare popolarmente un latino che è sempre meno classico, sempre più volgare e la conservazione culturale si arrocca nei monasteri in attesa di tempi migliori. La lingua volgare si evolve e diverse parole romane classiche vengono abbandonate dalla lingua corrente, che ha sempre di più prestiti da lingue germaniche, che in maniera più o meno stabile fanno il loro ingresso in Italia. Gotico, fràncone, e soprattutto longobardo danno ampi contributi al lessico nell’amministrazione, del lavoro, di quello che oggi chiameremmo life style, e forse soprattutto della violenza. La parola guerra, che non è più una rissa: è già la nostra guerra. Pare che tra i primi ad usarlo nel volgare è Brunetto Latini, della generazione precedente a Dante, in riferimento alla contrapposizione fra Guelfi e Ghibellini. Da allora la parola guerra diventa l’ostilità aperta, il contrasto aspro fra gruppi. La tradizione del termine bellum, quindi, si è interrotta. E se alcuni suoi derivati sono stati recuperati in italiano, il bellum no. I dotti del Medioevo, hanno adattato fin da subito un gran numero di parole latine al volgare italiano, che invece pativa un lessico scarso, limitato all’esperienza più strettamente popolare. Ad esempio hanno recuperato il bellicus, che è diventato il nostro “bellico”. Una parola che ci parla invariabilmente della guerra nella sua veste più istituzionale, più solenne e concreta. Oggi possiamo parlare della guerra ai carboidrati e al fumo passivo, lo sforzo bellico, l’apparato bellico descrive solo lo sforzo, l’apparato militare che serve alla guerra vera. Un po’ più moderato può risultare il fratello “bellicoso”, prestito dal latino bellicosus. Bellicoso in prima battuta indica chi è “incline alla guerra”, ma può significa un più generico “combattivo”, “battagliero”, atteggiamenti la cui complessità scaturisce pur sempre da un’immagine di scontro in armi, ma che si possono declinare nel piglio bellicoso con cui certe persone si apprestano a fare le pulizie di primavera, o nell’atteggiamento bellicoso del condòmino che nutre acredine con altro condomino. Come mai una parola di tanta alta storia come bellum ha incontrato una fine così totale? Com’è che non è stata recuperata e adattata da nessuna persona dotta del Medioevo, nemmeno quando i barbari con la loro werra non erano che un antico ricordo, e non si vedeva l’ora di recuperare i fasti della classicità? Forse abbiamo bisogno di un altro personaggio, per raccontare questa storia, un personaggio dagli umili natali, che proprio nel momento del declino del bellum vide crescere la sua fortuna: il bellus. Certe parole simili nella forma confliggono, si contendono il campo linguistico. Durante l’esperienza latina, bellus, nel senso di bello, o più propriamente carino, non era una parola in vista, di prim’ordine. Invece, quando una classe dotta è stata nelle condizioni di recuperare la tradizione spezzata del bellum, il suo naturale adattamento in bello sarebbe stato assurdo, perché ormai il “bello” era un’altra cosa, un’altra cosa fondamentale e ingombrante. Difficilmente “bello” avrebbe potuto ospitare altri significati radicalmente diversi dal bello che conosciamo ancora oggi. Ma c’è un cortocircuito etimologico che, da qui, possiamo apprezzare particolarmente. Il bellicoso bellum deriva dall’antico duellum. Il duellum è proprio la guerra, e facendo attenzione possiamo intuire dentro un diminutivo: pare in effetti sia, attraverso forme ricostruite come duenelo/duenolo, un diminutivo nientemeno che di bonus. La guerra è il buonino? Il piuttosto buono? C’è forse da leggerci dentro una parola che racconta la guerra in quanto gesto di valore, atto di coraggio, questa è l’interpretazione di etimologi che si rifanno al primo etimologo della nostra storia, Isidoro di Siviglia. Questi raccontava la genesi del bellum come un paradosso ironico e contrario di bellus: insomma per lui bellum si diceva bellum perché sommamente non bellus. Eppure “bellus” era per gli antichi Romani una parola da lessico familiare, con dei tratti perfino infantili , un “carino”, un “grazioso”, al massimo un “amabile” e un “florido” che non poteva competere con pulcher o del formosus. Questa parola è rimasta con il crollo dell’Impero, a differenza di pulcher e formosus che non hanno avuto delle derivazioni nelle lingue romanze, a differenza di formoso in portoghese ed hermoso in spagnolo. In italiano è stato il bellus a ricavarsi un ruolo determinante nel nascente volgare. Molte parole latine delle più domestiche e povere, nel periodo del crollo delle istituzioni e della cultura, hanno superato omologhi blasonati, il grandis agricolo soppianta il magnus, l’umile casa si allarga dove c’era la signorile domus, e il bellus si afferma come termine di respiro generale, generalissimo. Anzi: a sentire chi ha studiato il problema è plausibile che proprio il recesso di bellum gli abbia lasciato lo spazio per crescere. Come notava Isidoro, sono parole di diversità così acuta e di somiglianza così netta che ci potrebbe essere dietro qualcosa. Ed ecco l’esito ultimo del cortocircuito cui Ti accennavo. Anche bellus è un diminutivo di bonus, anch’esso attraverso la forma intermedia ricostruita come duenelo/duenolo, anch’esso derivato dalla forma originaria di bonus, cioè duenus. Per noi “bello” è diventata la parola che racchiude in sé tutto ciò che è gradevole a qualsiasi livello estetico, e oggi lo usiamo spesso: “Com’era il film?” “Bello”. “Bello questo quadro” “ Bella questa poesia”, sicuramente rispetto agli antichi latini ha perso molto la sua mescolanza col buono, meno necessaria. Convenuute con me che una parmigiana di melanzane può essere anche bella, ma deve essere soprattutto buona. Ecco: il bello, con questa sua etimologia nascosta, visibile solo a chi ha avuto una certa iniziazione, continua a raccontarci quell’antica commistione. Una commistione che di solito circoscriviamo nel paragrafo di libro scolastico di chi ha studiato a scuola il greco che spiega la bizzarra e lontana concezione del kalòs kai agathòs, che strani questi Greci! Oggi Invece, nonostante il nostro pensiero, continua ad avere una certa rappresentazione, nella lingua, continuano ad esserci, in italiano ma anche nel resto dell’area romanza, degli accenni in cui platonicamente il buono e il bello si intrecciano, pensiamo al bonito e al bono. Forse Isidoro, seguendo ragionamenti errati, aveva ragione: bellum e bellus, la guerra e il bello, sono davvero parole sorelle, rami della stessa pianta, come non avremmo mai pensato fossero, magari nella convinzione di una somiglianza casuale, come accade cento altre volte. O come forse non ci siamo nemmeno mai domandati: dopotutto per il bellum, in italiano, non c’è più stato gran posto, e così nei nostri pensieri. Soprattutto, in questo percorso che racconta di come i nostri nonni e le nostre nonne di tanti secoli fa hanno cambiato il modo di dire certe cose, è strabiliante osservare come certe parole di nobile origine vengono espulse dalla lingua, e subentrano parenti, fino ad allora modesti, dalla personalità totalmente diversa nonostante l’infanzia comune, e stranieri senza tradizione che si strutturano a sostituire chi è caduto in disgrazia. Forse non è un percorso che ci spiega molto di significativo sull’antropologia della guerra, ma ci racconta qualcosa di importante del nostro attuale pensiero. Favria, 22.10.2022 Giorgio Cortese Buona giornata. Nella vita quotidiana i legami più profondi non sono fatti di corde e nodi ma da affetti che nessuno scioglie. Felice sabato. Vivi con quelli che possono renderti migliore e che tu puoi rendere migliori. C’è un vantaggio reciproco, viva la vita se doni la vita. Ti aspettiamo oggi a FAVRIA VENERDI’ 4 NOVEMBRE 2022, cortile interno del Comune dalle ore 8 alle ore 11,20. Abbiamo bisogno anche di Te. Dona il sangue, dona la vita! Attenzione, per evitare assembramenti è necessario sempre prenotare la vostra donazione. Portare sempre dietro documento identità. a Grazie per la vostra collaborazione. Cell. 3331714827- grazie se fate passa parole e divulgate il messaggio
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