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Nipote.

Nipote.

studio portrait of grandfather and grandson, most likely made in 1920

Nipote. Un caro amico mi ha posto questo quesito, chiedendomi come mai la nostra lingua abbia un unico termine: “nipote,” per indicare tanto il figlio o la figlia del fratello o della sorella quanto il figlio o la figlia del figlio o della figlia o anche relativo ai nonni. Mi chiedeva lumi, in quanto la mancata distinzione può creare equivoci parlando con sconosciuti e costringere a successive precisazioni. In italiano nell’àmbito dei cosiddetti singenionimi, cioè dei nomi di parentela, l’italiano, mentre distingue i nonni dagli zii, non dispone, almeno nell’uso comune, di due termini diversi per indicare i rispettivi nipoti. Bisogna dire che la parola nipote, dal latino nepote, è ambigenere, che può essere dell’uno o dell’altro genere e, solo l’articolo consente la distinzione tra maschi e femmine. Questi due tratti costituiscono indubbiamente delle particolarità dell’italiano rispetto ad altre lingue, romanze e non romanze, che hanno una ricchezza terminologica molto maggiore: così, per esempio, il francese distingue neveu, maschile, e nièce, femminile, nipoti di zii, da petit-fils e petite-fille, nipoti di nonni, e così l’inglese nephew e niece da grandson e granddaughter; analogamente, in spagnolo si hanno, rispettivamente, sobrino, sobrina e nieto, nieta; anche in tedesco Neffe e Nichte sono diversi da Enkel e Enkelin. In italiano nipote viene usato sia al maschile sia al femminile, anche se in antichi testi, dialettali si trova il termini femminile nepotan alcune delle quali si hanno però distinzioni di genere: per esempio con i femminili nepota, nipota o col maschile nevodo. Probabilmente, il fatto che l’italiano non distingua tra due gradi di parentela che pure sono certamente diversi si lega all’organizzazione familiare tra Tardo Antico e Alto Medioevo, che equiparava i diritti e i doveri di nonni e zii nei confronti dei figli dei fratelli o dei figli e viceversa. Ricordiamo infatti che nel latino classico il maschile nepos e il femminile neptis indicavano solo i figli del figlio o della figlia e la loro estensione al posto di filius, filia fratris o sororis risale all’epoca imperiale. Pensando alla parola nipote mi viene in mente la parola la parola abiatico, anzi nipote abiatico, alla televisione, in una scenetta con il comico torinese Erminio Macario. Da allora non l’ho più dimenticata perché mi è parsa subito una parola utile, ma confesso di non avere mai avuto occasione di adoperarla se non adesso, perché se pure l’avessi usata, non è affatto sicuro che i miei interlocutori ne avrebbero colto il significato. Mi spiego meglio in italiano non è più in uso il lemma abiatico nell’indicare il nipote, figlio del figlio o della figlia, ma oggi solo più usata per indicare come l’esempio del comico, l’eredità abiatica. Il termine abiatico deriva dal latino aviaticus, a sua volta derivato di avus, avo, nonno, che ne documenta la diffusione, con varianti e derivati, in area lombarda, con irradiazioni in Piemonte e in Svizzera, che mostra mostra come i termini dialettali biadech, aviadech e simili siano diffusi nella Svizzera italiana e in Lombardia. Pensate che nel Novecento il lemma abiatico è talvolta comparso in testi letterari di autori settentrionali: un esempio si ha nel celebre romanzo Piccolo mondo antico di Antonio Fogazzaro, del 1895: “Don Franco Maironi, l’abiatico della vecchia marchesa Orsola”. Una curiosità a Roma l’ambiguità del termine nipote è ancora maggiore, perché vengono tradizionalmente indicati come nipoti anche i figli dei cugini di primo o persino di secondo grado, che da quelli vengono chiamati zii) come avviene anche in altre aree del Sud, laddove invece qui al Nord per il complesso di questi rapporti di (non stretta) parentela si usa il termine cugino. Insomma teniamoci nipote, perché se se per secoli l’uso nazionale non ha sentito l’esigenza di distinguere tra nipoti e nipoti, è poco probabile che la avverta oggi, quando l’abbondanza di figli unici e quindi la scarsità di zii da un lato e la crescita delle distanze generazionali dall’altro sembrano ridurre le possibilità di equivoci. Favria, 14.03.2022 Giorgio Cortese Buona giornata. Ogni giorno per ogni cosa che vale la pena di avere nella vita, vale la pena di lavorare sodo per ottenerla. Felice lunedì
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