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Ambaradan!

Ambaradan! Una mattina un cliente per esprime il suo stato d’animo ha usato la colorita espressione del titolo: “ambaradan “. Ho cercato nel vocabolario il significato “grande confusione, baraonda”, o anche oggetto complicato, impresa particolarmente complessa. Posso dire allora, con tono scherzoso: “che ambaradan in questa stanza, o non riesco a capire come funziona questo ambaradan, o manda avanti da solo tutto l’ambaradan della ditta.” La parola deriva probabilmente dal nome dell’Amba Aradam, un massiccio montuoso dell’Etiopia presso il quale, nel 1936, si svolse una sanguinosa battaglia fra le truppe italiane, che vinsero, e quelle abissine. È facile immaginare che la parola si sia diffusa non solo per l’impressione suscitata dai resoconti della battaglia, ma anche per l’effetto sonoro e insolito del nome. Un’altra parola legata al ricordo di una battaglia è caporetto, rimasta a lungo nei discorsi col significato di grave sconfitta, fallimento totale. In questo caso l’uso della parola nacque dal nome della città slovena di Caporetto, Kobarid, nella quale, nel 1917, l’esercito italiano subì una grave sconfitta da parte delle truppe austriache, e fu costretto a una drammatica ritirata. Da allora il nome del luogo entrò nel vocabolario italiano in frasi come fare caporetto, cioè scappare, fuggire a gambe levate, e il poeta Gabriele D’Annunzio, nel 1919 coniò l’aggettivo caporettaio, col significato di disfattista. Favria, 20.10.2020 Giorgio Cortese Ogni giorno nella vita, ogni fallimento è semplicemente un’opportunità per ricominciare in modo più intelligente.
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