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Cronaca
27 Aprile 2026 - 14:07
Centro anziani di Ciriè, urla e lacrime: “Ti caccio fuori” a una donna invalida
Il clima al Centro anziani “Carmela Vizzuso” di Ciriè? Era un po’ che non ne parlavamo. Non perché fosse tornata la pace, sia chiaro. Più semplicemente perché, a forza di raccontarle, certe storie rischiano quasi di sembrare normali. E invece no: normali non lo sono per niente.
L’ultimo episodio, "spifferatici" da chi il centro lo vive ogni giorno, ha dell’incredibile. Protagonista, suo malgrado, una donna invalida, costretta a muoversi con le stampelle. Genny, così la chiamano tutti. Una che non sta a guardare, una che non si limita a “passare il tempo”: si rimbocca le maniche, si dà da fare, partecipa, costruisce. Una figura attiva, riconosciuta, tanto da essere stata eletta – raccontano – a pieni voti. Non proprio una presenza marginale, insomma.
Eppure è successo che in tanti l’hanno vista piangere. Poco prima, le urla: “Ti caccio fuori di qua”. Parole pesanti, pronunciate da un certo Filippo, vai a capire per cosa. Non uno sfogo qualunque, ma qualcosa che somiglia molto a un punto di non ritorno in una vicenda già segnata da mesi – anzi anni – di conflitti. E qui non si tratta più solo di discussioni o divergenze sulla gestione. Qui si è superato il limite. E "quella scena - raccontano - ha lasciato tutti senza parole..".
Con una domanda tanto semplice quanto brutale: com’è possibile arrivare a questo punto in un luogo che dovrebbe garantire inclusione e rispetto?
Le testimonianze parlano chiaro. Comportamenti sopra le righe, atteggiamenti arroganti, un clima in cui quelli che aprono e chiudono “non sono educati” e “litigano con tutti”. Un’escalation che non nasce oggi e che riporta alla memoria le solite dinamiche: fazioni contrapposte, accuse incrociate, direttivi incapaci di trovare una linea comune, un senso di comunità evaporato da tempo. Non episodi isolati, ma un copione che si ripete, giorno dopo giorno.
“Stanno facendo delle schifezze”. La frase gira, rimbalza, si insinua tra i tavoli. Non è più solo malcontento: è esasperazione. È il segno di un ambiente dove qualcuno ha perso il senso del limite, dove i toni si alzano con una facilità disarmante e dove il rispetto – soprattutto verso chi è più fragile – finisce sotto i piedi senza troppi problemi.
E mentre dentro si continua a discutere in tanto si chiedono chi comandi davvero.
“I muri sono del Comune e non loro”, sottolinea qualcuno. E non è una frase banale. È un richiamo diretto alla natura pubblica di quello spazio, che dovrebbe essere di tutti e non il terreno di conquista di pochi. Perché il punto è proprio questo. C’è chi si comporta come se quel luogo fosse casa propria, dimenticando che esistono regole, ruoli e soprattutto un limite che non dovrebbe mai essere superato.
Nel mirino finiscono ancora una volta la sindaca Loredana Devietti e l’assessora Barbara Re, già chiamate in passato a mediare una situazione che, a conti fatti, non è mai stata davvero risolta. Incontri, tentativi di ricucitura, promesse di riportare serenità: tutto sembra essersi arenato contro una realtà fatta di tensioni quotidiane e di una gestione percepita da molti come sbilanciata. Qualcosa – evidentemente – non sta funzionando.
Il problema, ormai, non è più solo organizzativo o amministrativo. È umano, relazionale, profondo. E quando si rompe quel livello, rimettere insieme i pezzi diventa infinitamente più complicato.

Barbara Re, Ciriè
Così, mentre sulla carta il centro continua a esistere, nella pratica rischia questo luogo nato nel 1999 come presidio di socialità, accoglienza e condivisione per gli over 50 appare sempre più lontano dalla sua missione originaria. Al posto dei pomeriggi sereni, dei balli e delle risate, restano discussioni accese, sospetti, urla e una frattura che nessuno, finora, è riuscito davvero a ricomporre. Un centro aperto formalmente, ma sempre più chiuso nella sostanza.
Quanto ancora può reggere una situazione del genere? Se si arriva a far piangere una persona fragile, se si urla “ti caccio fuori” in un luogo pubblico, se qualcuno si arroga il diritto di decidere chi può stare e chi no, allora il problema non è più rimandabile. Non è più una questione interna.
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