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Quando i folletti abitavano nelle case delle Valli di Lanzo

Un viaggio tra racconti popolari, credenze antiche e antropologia dell’immaginario in un mondo montano dove il confine tra reale e invisibile si fa sottile. Un testo di Ariela Robetto per il periodico Canvèis edito da Baima e Ronchetti

Quando i folletti abitavano nelle case delle Valli di Lanzo

Vonzo, borgata di Chialamberto in val Grande, sotto la neve. Qui, nelle antiche leggende, i folletti di notte smuovevano le lose dai tetti per disturbare il sonno degli abitanti

Quando le Valli di Lanzo erano densamente popolate e gli alpeggi si abbarbicavano sino alle rocce per una manciata d’erba in più, accanto alle donne e agli uomini in carne ed ossa, viveva un altro popolo.

Esseri che non oso definire «immaginari» perché sono tali solamente per noi, increduli e scettici frequentatori d’un mondo tecnologico che ha perduto ogni contatto con l’universo «altro», creato dalla fantasia, ma strettamente legato alla realtà, un mondo parallelo che molto spesso consente di scoprire i significati più profondi della materialità in cui siamo costretti a vivere.

* * *

I montanari, che in tanti anni mi hanno raccontato storie in bilico fra il vero e il favoloso, erano – e sono − fermamente convinti dell’esistenza di queste creature e convivono con esse in un mondo, quello della montagna, ben differente dal nostro, dove solitudine, silenzio, scenari abbacinanti di neve e oscurità durevoli lunghi giorni invernali, un persistente crepuscolo, sono frequentati da personaggi che solamente alcuni hanno il privilegio di poter percepire.

Ho sempre pensato che tra tutte queste creature tanto vicine al sogno, i folletti fossero le più simpatiche, le più divertenti, quelle che avrei voluto incontrare qualche volta presso alpeggi ormai inghiottiti dal bosco o lungo pascoli fioriti a primavera.

Storie di folletti

Gli spirit-foulàt, così chiamati dai patoisants, sono esseri servizievoli, ma anche alquanto dispettosi ed è questa caratteristica ad emergere più chiaramente dai racconti.

«Mio padre – raccontava Andrea − era nato nel 1900. Quando inalpava all’Alpe del Seone, nella Val Grande di Lanzo, produceva la fontina e scendeva tutti i giorni all’alpeggio della Vassola per deporre i formaggi nel freité. Doveva salare le forme e poi attendere un’ora affinché il sale penetrasse al loro interno. In quel periodo di tempo, gli lanciavano sempre pietre, lui correva tutto intorno, velocissimo, per scoprire chi potesse essere, ma non vide mai nessuno. Era sicuramente lou foulàt».

Rita della Mottera mi narrò, invece, la storia di Caterina che, dovendo andare sposa ad un giovane di Balmavenera, caricò sulle spalle la «guardaroba» (che per tradizione doveva essere procurata dalla sposa) ed iniziò faticosamente a salire lungo la mulattiera per portarla nella sua nuova casa.

Sentiva sassate giungere sull’armadio, ma, per quanto aguzzasse la vista, non riusciva a vedere alcuna persona.

Capì che era lou foulàt a farle i dispetti. Questi rimase per un’intera stagione nella casa di Caterina, combinando guai di ogni tipo: dava in continuazione fieno alla mucca Sarvia, facendola diventare troppo grassa, la lisciava e l’accarezzava; prendeva le pajassëtte dalle culle dei bambini e le sistemava contro la porta, in modo che gli abitanti non potessero più entrare in casa; quando, la sera, si riunivano an paské, per la veglia, si nascondeva nella cassapanca e tirava i calzoni e le gonne ai presenti.

Cercarono di liberarsi di lui in tutti i modi: appesero quadri di Sant’Antonio e della Madonna, ma li ruppe, misero uno specchio, ma lo mandò in frantumi.

Infine gli diedero da contare le gran-e ëd mij, i piccolissimi semi del miglio: iniziò a numerarle, poi, spazientito, sparpagliò tutto e scomparve.

Anche a Balme, nella Valle di Ala, il folletto si divertiva a gettare pietre a Gèp dii Touni, mentre questi andava con la sua vacca al Pian della Mussa, tanto che egli dovette «mettersi a correre per schiviarle»; un altro folletto era solito gettare neve sul viso, ma quando il malcapitato gli disse: «Brutta bestia, sei qui?», scappò lontano e non si fece più vedere.

I folletti sanno essere servizievoli, quando vogliono: accudiscono gli animali, li strigliano, ripuliscono le stalle.

Raccontava ancora Andrea: «Mia nonna conosceva una donna di Chialamberto che possedeva una sola vacca, ma questa era una batiòira, cioè capeggiava la mandria e valeva più delle altre. Durante la stagione estiva ella aveva consegnato la bestia al malgaro che inalpava a Missirola. Un giorno le apparve il foulàt che le disse: “Michin, ël boué a l’à daij a la vaca Mourin e la vaca a l’é pì nen batiòira!”, il bovaro ha picchiato la vacca Mourin e non è più batiòira. Il folletto, che l’aiutava e la proteggeva, aveva voluto avvertirla!».

Guai però a dubitare della loro esistenza o a contraddirli: allora divengono vendicativi. A Balme un folletto che accudiva il mulo di Pérou, quando questi dubitò essere proprio lo strano essere a fornirgli tutti quei servizi, procurò fratture alle zampe dell’animale e mise a soqquadro la casa, facendo volare in aria mobili e utensili; diventò difficile liberarsi della molesta presenza: fu infine allontanato con l’esposizione di un quadro di San Michele.

Nella zona di Marsaglia, nella Valle del Tesso, un folletto prese di mira un pastore: di notte faceva uscire le mucche dalla stalla e le pascolava, infine le mungeva e ne beveva il latte. Allora il malgaro imbrattò di letame le catene con cui erano legate alla greppia e il folletto, offeso, non tornò più.

A Vonzo, frazione di Chialamberto, i folletti di notte smuovevano le lose dei tetti per impedire il sonno degli abitanti ed imbrattavano le maniglie delle porte e anche i muri con la pece.

Un’altra prerogativa di questi spiriti era l’apprezzamento per le belle donne. A Balme uno di essi pettinava ogni notte i bellissimi capelli di una ragazza, cosicché erano sempre lucidi e morbidi.

Nella frazione Mason di Ala di Stura, alla fine del Settecento, viveva la famiglia Monino composta dai genitori e da tre figliole di cui una era particolarmente bella ed aggraziata. Durante le sere d’inverno, mentre le ragazze filavano, si vedeva spesso comparire uno spirito folletto che si avvicinava alla più bella ricoprendola di moine e di gentilezze, mentre derideva e faceva sgarberie alle altre due. Non riuscivano a liberarsi dell’importuno corteggiatore, ma, finalmente, ricevettero il consiglio di porre accanto a sé un recipiente colmo di semi di miglio. Una sera, il folletto, inavvertitamente, rovesciò il contenitore: lo videro inginocchiarsi e raccogliere, uno ad uno, i piccolissimi grani sparsi a terra. Dopo questo episodio, non comparve più nella casa, ma non si allontanò mai dai dintorni e in molti lo scorsero seduto per ore sul davanzale del pilone della Pracera, lungo la strada che porta alla Mason. Era fatto come un uomo, ma aveva gambe molto sottili, quasi filiformi.

A volte essi non si accontentavano delle bellezze umane, ma, come accadeva presso l’Alp Croset, in Val Grande, i servans(così vengono anche chiamati in queste zone) danzavano notti intere insieme alle masche.

Alpeggio a Vassola. Qui gli spirit foulàt si prendevano gioco dei margari facendo loro dispetti e lanciando pietre.

Alpeggio a Vassola. Qui gli spirit foulàt si prendevano gioco dei margari facendo loro dispetti e lanciando pietre.

Folletti in fuga in un disegno di Gustav Olms (1930). Gli spiriti, creature dimoranti in un mondo fantastico parallelo al nostro, compaiono in molte storie della tradizione montanara.

Folletti in fuga in un disegno di Gustav Olms (1930). Gli spiriti, creature dimoranti in un mondo fantastico parallelo al nostro, compaiono in molte storie della tradizione montanara.

Geni mentre ripuliscono la stalla, disegno di Olaus Magnus (umanista e geografo svedese) risalente al 1555. Se far dispetti è una caratteristica degli spiriti folletti, in altre occasioni si dimostrano laboriosi e servizievoli, soprattutto nella cura degli animali.

Geni mentre ripuliscono la stalla, disegno di Olaus Magnus (umanista e geografo svedese) risalente al 1555. Se far dispetti è una caratteristica degli spiriti folletti, in altre occasioni si dimostrano laboriosi e servizievoli, soprattutto nella cura degli animali.

Spiritelli domestici

Quale può essere l’origine di tali credenze? È necessario sfogliare una massa enorme di testi per incontrare qualche magra informazione; non è nemmeno così semplice identificarli con certezza, considerata la confusione che si è generata con il trascorrere dei secoli, fra i folletti, i nani o, ancora, gli elfi.

Sicuramente un primo indizio è fornito dal termine con cui vengono indicati nella Valli di Lanzo: spirit foulàt. Essi sono spiriti, fantasmi, collegati direttamente alla morte, un po’ folli, pazzerelli, considerato il loro carattere collerico e vendicativo.

È evidente che sono spiriti domestici, in quanto amano vivere presso le abitazioni degli umani e sono forse da far risalire al culto rivolto dagli antichi Romani agli antenati mediante offerte di cibo accanto al focolare; possono identificarsi con i Lari, i Mani, i Penati, gli spiriti protettori degli avi defunti che, secondo la tradizione, vegliavano sul buon andamento della famiglia e della casa.

Molto dibattuto da parte degli studiosi occupatisi della piccola mitologia europea, è se, alla fine dell’epoca pagana, le divinità minori di questi geni domestici abbiano detronizzato gli dèi pubblici cui sino a quel momento era stata rivolta la devozione dei popoli.

I bisogni materiali degli uomini e il loro desiderio di protezione avevano fatto nascere entità, prima chiamate dèi; in seguito, quando la mitologia non corrispose più allo sviluppo sociale e religioso di un’etnia, si conservò solamente la funzione di queste creature soprannaturali. Le divinità lasciarono, dunque, il pantheon per risiedere presso gli uomini, presso le loro stesse abitazioni. Risulta difficile stabilire in quale misura il culto degli antenati abbia giocato un ruolo importante, ma molti indizi risultano a favore di un’interazione fra le due sfere: quella delle divinità e quella dei morti.

Con il trascorrere del tempo, e l’affermazione sempre più marcata della religione cristiana, queste figure assunsero alcuni aspetti negativi, ma l’attaccamento alla casa, la dedizione alla cura degli animali nonché al servizio dei proprietari, rimasero radicati come appartenenti a esseri benevoli, amichevoli quali potevano essere gli antenati, affettuosi custodi dei loro discendenti.

Antropologia dell’immaginario

Cerchiamo ora di tracciare un identikit per riconoscere il folletto, senza confonderlo con il nano o con lo gnomo.

Innanzitutto egli vive nelle case degli uomini di cui, si può dire, è proprietario della «nuda proprietà», mentre i residenti non sono che «usufruttuari» del luogo; egli occupa gli spazi che desidera e, se non vengono lasciati a sua disposizione, produce rumori, smuove le lose del tetto per impedire il sonno, lancia pietre, cerca di impedire l’accesso agli abitanti, rimuove e capovolge gli utensili, il vasellame, i tavoli…

Egli è l’effettivo proprietario, come un vero capostipite: cacciarlo dall’abitazione è tutt’altro che facile.

È però anche molto servizievole, soprattutto nella cura degli animali: li striglia, li accarezza, distribuisce loro il fieno, ripulisce la stalla.

Una seconda caratteristica che contraddistingue il genio domestico è il suo gusto per la farsa, lo scherzo, a volte anche pesante.

Una terza peculiarità è la propensione per il sesso femminile che importuna in modi insistenti, petulanti; a volte, però, è gentile e discreto nei suoi confronti.

È molto goloso di latte e non sopporta di vedere i minuscoli grani di miglio sparsi a terra: li raccoglie sempre tutti, ma poi abbandona la casa perché si spazientisce nella lunga e noiosa operazione.

È incredibile constatare come tutti i paesi europei abbiano in comune i tratti del carattere del folletto. Le divergenze sono minime: se, per alcune nazioni, è possibile spiegare le somiglianze a motivo della vicinanza geografica, è impossibile trovare una spiegazione per regioni molto lontane fra loro; la credenza nasce dunque sicuramente dalle strutture antropologiche dell’immaginario.

La paura, che trae origine fondamentalmente dallo sconosciuto o dallo scarsamente conosciuto, ha certamente giocato un ruolo fondamentale nell’elaborazione di queste credenze e si è cercato di arginarla mediante la presenza di esseri soprannaturali che vegliano su tutti noi.

Per concludere non rimane che una triste costatazione. Come tante altre creature della fantasia, che un tempo aiutavano la vita e spiegavano le sue numerose incongruenze, i folletti oggi sono scomparsi e con essi l’anima delle case se n’è andata per non ritornare più.

Le abitazioni sono cadute nell’anonimato, i termosifoni hanno sostituito il focolare, persino il sentimento della famiglia ad esso collegato si è eclissato.

Gli antenati sono divenuti erranti senza fuoco e senza luogo, l’uomo non è più attaccato ad una dimora che si trasmetteva di generazione in generazione, con un ricco corredo di affetti e di ricordi.

Perdendo tutto questo, abbiamo smarrito una parte di noi stessi, uno dei nostri punti d’ancoraggio tra i più solidi; ormai siamo un giorno qui, un giorno là, alla mercé del posto di lavoro, di un affitto più congruo, di servizi più comodi. Non portiamo più con noi le braci del focolare e i folletti sono fuggiti lontano dagli uomini.

 

Bibliografia

Inaudi G., Guglielmetti G., Santacroce C., Viéstess d’an bòt, 2001.

Lecouteaux C., La maison et ses génies, 2000.

Mondino G., Quella valle così vicina, così lontana, in «Panorami», n. 65, 2007.

Porporato G., Storia popolare di Ala di Stura, 1962.

Informatori: Andrea Gagliardi, Margherita Garbolino, Edoardo Robetto.

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