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Aeroporto Caselle, scoppia la protesta: code e malori dopo lo stato di agitazione

I sindacati denunciano un sistema di appalti che scarica costi e pressioni sugli addetti

Aeroporto Caselle, scoppia la protesta: code e malori dopo lo stato di agitazione

Aeroporto Caselle, scoppia la protesta: code e malori dopo lo stato di agitazione

All'aeroporto Torino Caselle la protesta dei lavoratori della sicurezza è entrata nella realtà operativa dello scalo. Code ai filtri, disagi per i passeggeri e due operatori finiti al pronto soccorso: succede tutto nel giro di 48 ore dall’apertura dello stato di agitazione. Non è un incidente. È la conseguenza diretta di un sistema che i sindacati denunciano da anni.

Lunedì 20 aprile l’assemblea dei lavoratori vota compatta: 100% favorevoli allo stato di agitazione. Una scelta che arriva dopo settimane di tensione e che fotografa un clima definito senza giri di parole: «rabbia, esasperazione e dignità calpestata». Non una spaccatura, ma una linea comune. E un messaggio preciso al gestore SAGAT.

Nel mirino c’è il modello organizzativo costruito sugli appalti. Un sistema che, secondo USB e Ali Vigilanza, dura da oltre vent’anni e che ha un effetto costante: spostare responsabilità e costi su chi lavora.

«I lavoratori non sono numeri né strumenti per garantire i profitti di SAGAT», si legge nel comunicato. Il punto, però, è più profondo: chi decide davvero ritmi, turni e organizzazione - denunciano - non coincide con chi formalmente assume.

È qui che emerge la contraddizione strutturale. Da una parte le società appaltatrici, dall’altra il gestore che «definisce i filtri di sicurezza, determina le modifiche operative e controlla infrastrutture e mezzi». In mezzo, i lavoratori. «Da vent’anni assistiamo allo stesso schema», scrivono i sindacati, chiedendo un intervento degli organi di vigilanza per verificare un assetto che — sostengono — «presenta caratteristiche assimilabili alla somministrazione strutturale di manodopera».

L'aeroporto di Torino Caselle

Ma la fotografia più concreta è quella dell’organizzazione quotidiana del lavoro. Il sistema viene descritto come una «fisarmonica organizzativa»: si allarga e si restringe nell’arco della giornata, adattandosi ai flussi di passeggeri ma scaricando l’instabilità su chi sta ai controlli. Turni che cambiano, orari comunicati all’ultimo momento, part-time utilizzato in modo massiccio, scrivono i sindacati. «Un sistema contrattuale deformato», che rende impossibile programmare la vita personale.

A questo si aggiungono condizioni materiali che i lavoratori definiscono non più accettabili: il costo del parcheggio quasi raddoppiato negli anni, la mancanza di spazi adeguati, addetti alla security «relegati in locali di fortuna» e l’assenza, ancora oggi, di spogliatoi dignitosi. Una distanza evidente tra la narrazione ufficiale e la quotidianità operativa.

Perché fuori, intanto, si celebrano i numeri. I passeggeri crescono, si superano i 5 milioni annui, l’aeroporto viene raccontato come un’eccellenza. Dentro, però, la lettura è opposta: «precarietà contrattuale, precarietà organizzativa» e una gestione dei turni che può cambiare «fino a poche ore dall’inizio del servizio». È su questo scarto che si costruisce la protesta.

«Il tempo della deresponsabilizzazione è finito: chiediamo che il Gestore risponda delle proprie scelte». Non una richiesta generica, ma una chiamata in causa esplicita di SAGAT. Da qui parte lo stato di agitazione, formalizzato nei confronti della società Verux, del gestore e della Commissione di garanzia.

Poi, nel giro di un giorno, succede quello che trasforma una vertenza in un problema pubblico.

Il 22 aprile i sindacati diffondono un secondo comunicato. Il titolo è già una presa di posizione: «la realtà smentisce la narrazione dell’efficienza». E i fatti citati vanno in quella direzione.

«Si registrano già disagi sia per i lavoratori sia per l’utenza». Le code ai filtri diventano visibili. Ma soprattutto emergono episodi che spostano il livello della discussione: «due operatori hanno accusato un malore a causa del sovraccarico di lavoro e dell’impossibilità di usufruire di pause adeguate». Intervento del pronto soccorso interno. Non un caso isolato, ma — secondo il sindacato — «la conseguenza diretta di un modello organizzativo».

Il nodo resta lo stesso: riduzione dei costi e aumento della pressione operativa. «Un risparmio economico ossessivo», viene definito, che si traduce in più carichi di lavoro e più stress. E che porta anche a pratiche contestate: «l’accelerazione forzata dei passaggi ai filtri attraverso la spinta delle vaschette». Una soluzione che, secondo i lavoratori, «appare in evidente contrasto con la normativa ENAC».

Qui il tema non è più solo sindacale. Diventa sicurezza. Perché il conflitto è tra velocità e accuratezza. Tra indicatori di performance e natura del servizio. «Strumenti come il through-put […] finiscono per trasformarsi in leve di pressione sui lavoratori», denunciano i sindacati, mentre i controlli richiederebbero esattamente il contrario: tempo, attenzione, margine operativo.

E allora le code cambiano significato. Non sono più solo un disagio per i passeggeri. Sono il sintomo di un sistema sotto tensione, secondo le organizzazioni sindacali. «Le code non si risolvono comprimendo i tempi di lavoro», scrivono i sindacati, ma con una riorganizzazione reale che oggi — accusano — non c’è.

Lo stato di agitazione resta aperto e segue il percorso previsto per i servizi essenziali.

«Attiveremo tutti i passaggi previsti dalla normativa», spiegano, fino alla conclusione già indicata: «in assenza di risposte concrete […] si andrà inevitabilmente verso lo sciopero». Inevitabilmente.

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