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Corso Vercelli, il marciapiede che non c’è più: tra polemiche e (poca) comprensione

Corso Vercelli, quel "marciapiede" che divide Ivrea: interpellanza su sicurezza, integrazione e convivenza dopo scontri e provvedimenti

Corso Vercelli, il marciapiede che non c’è più: tra polemiche e (poca) comprensione

Corso Vercelli, il marciapiede che non c’è più: tra polemiche e (poca) comprensione

C’è una domanda che, più di tutte, pesa come un macigno. È scritta nero su bianco, in apertura di un'interpellanza destinata a rimbalzare tra i banchi del Consiglio comunale: “Questo sarebbe un marciapiede?”.

Non è solo un titolo. È un’accusa. È il punto di caduta di una storia che a Ivrea va avanti da anni, tra promesse, interventi tampone e tensioni mai davvero sopite.

Il teatro è sempre lo stesso: corso Vercelli, civico 242. A riportarlo al centro del dibattito politico sono i consiglieri di Fratelli d’Italia Andrea Cantoni e Marzia Vinciguerra. Il 21 aprile hanno presentato un’interpellanza indirizzata al presidente del Consiglio comunale Luca Spitale e al sindaco Matteo Chiantore. Chiedono risposte, ma soprattutto chiedono azioni.

"Perché -  sostengono - il problema non solo non è stato risolto, ma si trascina identico a sé stesso, giorno dopo giorno..."

Le parole usate non lasciano molto spazio all’interpretazione. Si parla di occupazione abusiva del marciapiede, di merce esposta in modo eccessivo, di rifiuti abbandonati nei pressi della rotonda. Ma soprattutto si parla di sicurezza. Di un passaggio pedonale che, nei fatti, sarebbe diventato impraticabile. Di carrozzine costrette a scendere in strada. Di anziani e persone con difficoltà motorie che quel tratto non riescono più a percorrerlo. E allora la domanda torna, inevitabile: quello è ancora un marciapiede o è qualcos’altro?

Eppure, non è una storia nuova. Anzi. È una storia che La Voce ha raccontato passo dopo passo, quasi fosse un romanzo a puntate.

Nel 2023, quello stesso negozio era entrato nelle nostre pagine con tutt’altro tono. Era “Ama Frutta”, il piccolo grande mondo costruito da Mustafà Marej e Tito Shair, due giovani imprenditori arrivati dall’Egitto, con la voglia di lavorare e di farsi strada. Le cassette di frutta non erano un problema, ma un colpo d’occhio: un arcobaleno, un richiamo per clienti. Un negozio aperto h24, prezzi competitivi, sorrisi, disponibilità. Una di quelle storie che parlano di integrazione, fatica e futuro.

Poi qualcosa si è incrinato.

Nel 2024 il racconto cambia registro. Le cassette diventano ingombro, motivo di scontro. Le tensioni con i vicini crescono, giorno dopo giorno. Fino a esplodere. La lite con la titolare del Bar Stella, le urla, gli spintoni, poi la violenza. Un pugno, i capelli tirati, un naso rotto, venti giorni di prognosi. Le sirene, le forze dell’ordine, l’ambulanza. E una città che, improvvisamente, si accorge che quel punto vendita non è più solo un negozio, ma un problema.

Il Comune interviene. In fretta. Posiziona i new jersey, blocchi di cemento per mettere ordine, per separare, per evitare che la situazione degeneri ulteriormente. Si procede anche con una chiusura temporanea. È il tentativo di riportare equilibrio dove equilibrio non c’è più.

Ma il tempo passa. E quell’equilibrio, semplicemente, non arriva.

È questo che oggi Fratelli d’Italia mette nero su bianco. Perché, nonostante i provvedimenti, nonostante le sospensioni già comminate in passato, la situazione – sostengono i consiglieri – sarebbe rimasta la stessa. Anzi, per certi versi peggiorata. I new jersey, nati per risolvere il problema, sarebbero diventati parte del problema stesso: utilizzati come base per appoggiare altre cassette, contribuirebbero a restringere ulteriormente lo spazio disponibile. Un paradosso, se non fosse una realtà quotidiana.

E allora l’interpellanza diventa qualcosa di più di un atto politico. Diventa la fotografia di un’impasse. Di un’Amministrazione che, secondo i firmatari, ha dimostrato di poter intervenire ma non è riuscita a chiudere la partita. Di una situazione che si trascina da oltre un anno senza segnali concreti di miglioramento.

La richiesta è semplice solo in apparenza: quali misure intendete adottare? Ma dietro quella domanda c’è tutto il peso di una vicenda che ha già attraversato più stagioni, più fasi, più tentativi.

Perché in corso Vercelli non si discute solo di cassette di frutta. Si discute di regole. Di convivenza. Di limiti. Del confine, sempre delicato, tra il diritto di lavorare e quello – altrettanto sacrosanto – di muoversi in sicurezza.

Adesso la parola passa al Consiglio comunale. Sarà lì che il sindaco e la Giunta dovranno dare risposte. Sarà lì che si capirà se questa è solo l’ennesima puntata 

LE FOTO ALLEGATE ALL'INTERPELLANZA

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le foto

Comprensione...

C’è una parola che in questa storia rischia di perdersi, schiacciata tra ordinanze, interpellanze, polemiche e fotografie di marciapiedi occupati: comprensione.

Non è una parola facile. Non lo è mai, soprattutto quando le situazioni si incancreniscono, quando i toni si alzano, quando entrano in gioco la sicurezza, le regole, la rabbia. Eppure, se c’è un filo che lega tutto quello che è successo in questi anni in corso Vercelli, è proprio la difficoltà – da entrambe le parti – di mettersi nei panni dell’altro.

UNA VIDEOINTERVISTA DEL 2023

Perché da una parte c’è chi lavora. Lavora tanto. Lavora sempre. Lavora magari con un’idea semplice e antica: vendere frutta, tenere aperto, attirare clienti, fare numeri. Lavorare per costruirsi un futuro, per mandare avanti una famiglia, per restare in piedi in un Paese che non dà altre grandi possibilità di guadagnare. Chi ha raccontato quella storia all’inizio lo sa bene: dietro quelle cassette non c’erano solo pesche e meloni, ma fatica, sacrifici, sogni anche.

Dall’altra parte, però, c’è chi vive quello spazio. Chi passa di lì tutti i giorni. Chi ha un’attività accanto, chi deve scaricare la spesa, chi spinge un passeggino, chi si muove con difficoltà. E che a un certo punto si trova a fare i conti con qualcosa che cambia, che invade, che stringe, che complica la vita quotidiana. E allora la comprensione diventa più difficile, perché entra in gioco il diritto. Il diritto a lavorare, sì. Ma anche quello a muoversi, a non essere ostacolati, a non avere paura.

Il problema è che, quando le cose arrivano al punto in cui siamo oggi, la comprensione arriva sempre tardi. O non arriva affatto.

Nel mezzo, negli anni, si sono infilate troppe cose: i social, con i giudizi facili; le liti, che diventano scontri; la violenza, che segna un confine oltre il quale è difficile tornare indietro; gli interventi pubblici che cercano di mettere una toppa ma non risolvono davvero. E così si finisce per ridurre tutto a uno schema semplice, quasi banale: da una parte chi ha torto, dall’altra chi ha ragione.

Ma la realtà, quasi sempre, è più complicata.

Comprendere non significa giustificare. Non significa chiudere un occhio davanti alle regole che non vengono rispettate. Non significa accettare che un marciapiede diventi impraticabile o che una convivenza degeneri in violenza. Su questo non ci sono ambiguità: le regole esistono e vanno fatte rispettare. Sempre.

Comprendere, però, significa provare a guardare un centimetro più in là. Significa ricordarsi che dietro ogni attività commerciale c’è una storia, spesso fatta di partenze difficili, di integrazione, di tentativi. Significa evitare di trasformare tutto in una guerra ideologica, dove il commerciante diventa automaticamente il “colpevole” o, al contrario, la “vittima” da difendere a prescindere.

E forse, a ben vedere, è proprio questo che è mancato in questi anni: uno spazio vero di mediazione. Non solo interventi tecnici, non solo blocchi di cemento o sospensioni temporanee, ma un lavoro più profondo, più paziente, più umano. Qualcosa che tenesse insieme le esigenze di chi lavora e quelle di chi vive quel pezzo di città.

Perché alla fine il punto è tutto lì. Una città funziona quando riesce a tenere insieme le differenze, non quando le lascia esplodere.

Oggi la politica torna a discutere, a chiedere conto, a promettere soluzioni. Ed è giusto così. Ma forse, insieme alle risposte, servirebbe anche recuperare quella parola dimenticata. Comprensione. Non come scusa, ma come punto di partenza.

Perché senza quella, anche la soluzione migliore rischia di arrivare troppo tardi. O di non arrivare affatto

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