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Dal Vangelo al macello: quando in diocesi spariscono più capre che peccati

Il lato terreno della pastorale: capre, maialini e il fuggi fuggi nella diocesi di Ivrea dopo il caso Viano

Dal Vangelo al macello: quando in diocesi spariscono più capre che peccati

Dal Vangelo al macello: quando in diocesi spariscono più capre che peccati

C’è stato un momento, nella diocesi di Ivrea, in cui il Vangelo secondo Matteo ha rischiato di essere aggiornato con un allegato zootecnico. Non più soltanto pecore e pastori — che già era un’immagine impegnativa — ma capre in fuga, maialini in attesa escatologica e gatti di razza con più pedigree di certi canonici.

Il caso di Don Mario Viano, che la giustizia farà il suo mestiere a chiarire, ha avuto intanto un effetto collaterale degno di nota: ha restituito alla pastorale il senso autentico del movimento. Non spirituale, proprio fisico. Un fuggi fuggi. Ma non dei fedeli — quelli restano, abituati a ben altro — bensì degli animali. O meglio: degli animali dei parroci. Che è una variante teologica interessante.

pecore

Pare che un parroco, fino a ieri dedito ad allevare capre in una cascina lontana dalla canonica, abbia improvvisamente maturato la decisione di disfarsene. Le capre, si sa, sono creature ostinate, ma nulla possono contro l’ansia da verbale. Così, da simbolo biblico del giudizio universale (“separerà le pecore dalle capre”), sono diventate un problema logistico: dove metterle prima che qualcuno faccia domande. Manco a dirlo ha trovato dei vicini che nel nome del padre e del figlio non se lo sono fatto “chiedere” due volte.

E poi c’è il maialino. Figura quasi letteraria. Cresciuto con cura, forse con affetto, sicuramente con un progetto da un parroco di mezz’età. Perché il cristianesimo è anche attesa: del Regno dei Cieli, certo, ma in questo caso pure della stagionatura. Un’idea di trascendenza molto concreta: dal porcile all’eternità del salame. San Paolo non l’aveva previsto, ma probabilmente avrebbe apprezzato la metafora.

Il punto non è moralistico, è narrativo. Per anni abbiamo raccontato i preti come figure sospese, disincarnate, quasi immuni dalle piccole, terrene inclinazioni. E invece eccoli qui: uomini che allevano, nutrono, organizzano, talvolta progettano “cotechini”. Più contadini che teologi, più stalla che sacrestia. Il che, a ben vedere, li rende persino più coerenti con certe origini.

Solo che a un certo punto è arrivato lo sguardo esterno — quello che prende appunti, misura, cataloga — e l’idillio si è incrinato. Non perché gli animali fossero lì, ma perché improvvisamente diventavano una voce di capitolo. E allora via, tutti più leggeri: canoniche alleggerite, cascine svuotate, affetti redistribuiti.

Resta una scena che vale una piccola commedia italiana: parroci che fino a ieri accarezzavano capre con spirito francescano e oggi ne seguono le tracce con l’ansia di un revisore dei conti. Non più “seguimi”, ma “sparisci”.

Forse non è scandalo. Forse è solo la dimostrazione che anche nella diocesi di Ivrea, come ovunque, la linea tra il presepe e l’allevamento è più sottile di quanto si pensi. E che, alla fine, l’unico vero miracolo non è la moltiplicazione dei pani e dei pesci, ma la scomparsa improvvisa di capre e maialini…

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