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22 Aprile 2026 - 17:59
don Davide Pagliarani
Fiato alle trombe sabato 25 aprile, in un angolo del Canavese che poi così tanto all'angolo non è, si consumerà una scena che tranquilla non è affatto. Al Priorato della Fraternità Sacerdotale San Pio X di Montalenghe arriverà infatti don Davide Pagliarani, Superiore Generale della FSSPX. Un sorta di altro "Papa". Il programma è semplice: Santa Messa alle 10.30, conferenza alle 12.00 sui “problemi della Chiesa”.
Ma è proprio questa formula, apparentemente innocua, a rivelare tutto il peso ecclesiale e politico dell’evento.
Per capire di cosa stiamo parlando bisogna fare un passo indietro. La Fraternità San Pio X non è una semplice realtà “tradizionalista”, una delle tante sensibilità presenti nel cattolicesimo. È, piuttosto, il prodotto di una frattura mai davvero ricomposta. Fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, nasce come reazione diretta al Concilio Vaticano II, accusato di aver aperto la Chiesa a derive moderniste: libertà religiosa, dialogo ecumenico, riforma liturgica. Temi che per Roma rappresentano acquisizioni irreversibili, ma che per Lefebvre erano – e restano per i suoi eredi – il nocciolo del problema.
Lo strappo si consuma nel 1988, quando Lefebvre consacra quattro vescovi senza mandato pontificio. Un gesto che, dal punto di vista canonico, equivale a una rottura formale con la Chiesa di Roma. Scattano le scomuniche (poi revocate nel 2009 da Benedetto XVI), ma la questione sostanziale rimane: la Fraternità continua a operare in una posizione irregolare, senza uno status canonico riconosciuto. In altre parole, non è formalmente “fuori” dalla Chiesa, ma nemmeno pienamente “dentro”. Una terra di mezzo che dura da oltre trent’anni.
In questo contesto si inserisce la figura di Pagliarani. Eletto nel 2018, rappresenta una linea che potremmo definire di continuità rigorosa: nessuna rottura clamorosa, ma nemmeno aperture sostanziali verso Roma. Il dialogo c’è, ma resta fermo su un punto dirimente: per la Fraternità, il problema non è adattarsi alla Chiesa post-conciliare; è la Chiesa stessa che dovrebbe “ritornare” alla tradizione.
Ecco allora che la conferenza sui “problemi della Chiesa” assume un significato meno generico. Non si tratta di una riflessione spirituale, ma di una lettura ben precisa: crisi della fede, smarrimento dottrinale, cedimenti morali, responsabilità attribuite – più o meno esplicitamente – alle scelte conciliari e post-conciliari. Una diagnosi netta, che in molti ambienti ecclesiali viene considerata non solo discutibile, ma radicalmente incompatibile con il magistero recente.
Ed è qui che il piccolo priorato di Montalenghe smette di essere periferia e diventa, per un giorno, centro di una questione più ampia. Perché la Fraternità San Pio X non è un gruppo marginale: ha seminari, scuole, priorati, fedeli in tutto il mondo. E continua a intercettare quella parte di cattolici che vede nella modernità un problema più che una sfida.
A questo punto, però, la domanda non è più solo teologica. Diventa inevitabilmente locale. Che cosa ne pensa la Diocesi di Ivrea? E soprattutto: quale posizione assume il vescovo, monsignor Daniele Salera, davanti a un evento che si svolge sul suo territorio ma fuori dal perimetro ecclesiale ordinario?
La prassi, in questi casi, è spesso quella del basso profilo: nessuna presa di posizione pubblica, nessuna polemica, una vigilanza discreta. Del resto, negli ultimi anni, la Santa Sede ha adottato una linea oscillante tra apertura pastorale (ad esempio sulle confessioni e i matrimoni celebrati dalla Fraternità) e fermezza dottrinale. Tradotto sul territorio: evitare scontri frontali, ma senza legittimare.
Eppure la presenza del Superiore Generale non è un dettaglio. Non è la visita di un sacerdote qualsiasi, ma di chi guida una realtà che contesta, alla radice, alcune scelte fondamentali della Chiesa contemporanea.
A rendere ancora meno “neutra” la presenza del Superiore Generale a Montalenghe c’è poi un episodio recentissimo, che dimostra come il tema non sia affatto teorico, ma molto concreto — e, soprattutto, già esploso sul territorio.
Parliamo di quanto accaduto lo scorso 28 marzo al santuario della Madonna Addolorata di Cuceglio? Un pellegrinaggio quaresimale organizzato proprio dal Priorato di Montalenghe, un gruppo di fedeli della Fraternità San Pio X per una semplice sosta di preghiera. Nessuna celebrazione prevista, nessuna iniziativa “invasiva”. Solo una tappa conclusiva di un percorso spirituale.
All’arrivo, la scena fa rumore: porte chiuse.
Una decisione - si dice - di Don Luca Meinardi e del Vescovo. Risultato: fedeli fuori dalla chiesa, polemica immediata e un’ondata di reazioni che ha rapidamente superato i confini locali, finendo su siti e giornali di area ecclesiale e non solo.
Al di là delle versioni il dato resta. Una porta chiusa non è mai solo una porta chiusa. È un gesto.
Da una parte, la Fraternità ha letto l’episodio come l’ennesimo segnale di diffidenza, se non di chiusura, nei suoi confronti. Dall’altra, la diocesi si trova a gestire una situazione delicata: mantenere chiarezza sul piano ecclesiale senza trasformare ogni occasione in uno scontro pubblico.
Il punto, però, è che questi equilibri sottili funzionano finché restano invisibili. Quando diventano fatti — quando cioè qualcuno resta davvero fuori da una chiesa — il dibattito esce dalle sacrestie e arriva, inevitabilmente, sulla piazza.
Ed è proprio questo precedente a dare un peso diverso alla visita di Pagliarani. Perché non si tratta più soltanto della presenza di un leader religioso “altro”, ma dell’arrivo, nella Diocesi di Ivrea, della massima espressione di questa costola di cattolicesimo.
E allora, con un pizzico di ironia che forse nasconde più di una domanda seria ci si domanda: a Ivrea si farà finta di niente? Si archivierà l’appuntamento come una delle tante iniziative “altre” presenti sul territorio? Oppure, almeno tra le mura della curia, qualcuno si chiederà se non sia il caso di dire qualcosa – non tanto per polemica, quanto per chiarezza?
Insomma come possono convivere, nello stesso territorio, due idee così diverse di Chiesa?
E soprattutto, chi – e come – decide dove passa davvero il confine.
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