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Neonati senza nome: la lunga storia dell’infanzia abbandonata

Dalla “ruota degli esposti” alle moderne culle per la vita: tra Settecento e Ottocento il fenomeno cresce anche nel Torinese, specchio di povertà e trasformazioni sociali

Neonati senza nome: la lunga storia dell’infanzia abbandonata

1906, l'Istituto dell'infanzia abbandonata di Torino scrive al sindaco di Strambino

Nell’ultimo decennio sarebbero non più di quindici, forse meno. L’ultimo a Bergamo, lo scorso 19 aprile. Lo hanno trovato i volontari della Croce Rossa nella «culla per la vita», una sorta di moderna e tecnologica ruota degli esposti. Il piccolo, un maschietto poi chiamato Pietro, era in buone condizioni di salute. Accanto a lui, una commovente lettera di poche righe: «parole di amore e di rinuncia – hanno scritto i quotidiani – che parlano di un futuro che la madre, in questo momento, non può garantire».

L’episodio ci riporta a epoche lontane quando i parroci erano soliti registrare i trovatelli o esposti con la formula «infans expositus ex ignotis parentibus». Si tratta dei bambini abbandonati alla carità pubblica, generalmente a poche ore dalla nascita, davanti alla porta di una chiesa o in altri luoghi abbastanza frequentati. A causa delle sue molteplici implicazioni, il fenomeno meriterebbe un’ampia analisi storica e sociologica. Sulla base delle fonti documentarie è possibile esprimere alcune considerazioni circoscritte alla realtà locale e pertanto limitate sotto più aspetti.

Nel diciassettesimo secolo, per quanto concerne Settimo Torinese e i centri limitrofi da Volpiano a Brandizzo e Gassino, sembra che la pratica di sbarazzarsi dei neonati non voluti fosse poco diffusa. Scorrendo i registri secenteschi delle parrocchie è raro imbattersi in qualche trovatello. Uno è segnato nel 1654 a Settimo, uno nel 1652 («straniero nato di damnato coito», annotò il parroco con colorita espressione), un altro nel 1679. I figli illegittimi, ben inteso, non mancavano, però raramente venivano abbandonati. La casistica appare piuttosto ampia.

Stando al teologo Domenico Caccia (1906-1979), nell’archivio della parrocchia settimese di San Pietro si conserverebbe addirittura l’atto di battesimo del figlio naturale di un personaggio di casa Savoia e di una donna del luogo. Però il documento non è mai stato trovato: forse le voci sulla sua esistenza sono frutto di un equivoco generato dalla frettolosa lettura dei registri parrocchiali. D’altronde pare strano che in un atto ufficiale si faccia incautamente menzione di un principe sabaudo a proposito di un affaire così riservato. E neppure sono finora venuti alla luce gli atti di battesimo dei presunti figli illegittimi dei nobili Muti, feudatari di Settimo dal 1584 al 1659, i quali non ebbero mai residenza in paese.

A partire dal Settecento, soprattutto dopo la metà del secolo, il numero degli esposti annotati nei libri parrocchiali risulta in sensibile crescita, per lievitare ulteriormente nei primi decenni dell’Ottocento. Espressione di una tendenza che si ritiene diffusa un po’ dovunque, l’aumento dei trovatelli trova precisi riscontri in tutto il Piemonte, tant’è che lo stesso re Carlo Felice di Savoia, nel 1822, dovette ufficialmente prendere atto del «numero a dismisura cresciuto dei fanciulli esposti» negli Stati sabaudi.

In alcuni periodi, l’abbandono dei neonati sembra in stretto rapporto con le condizioni di generalizzata povertà che affliggevano le campagne. È ciò che si constata verso la fine del Settecento e nei primi decenni dell’Ottocento. In taluni anni, su un centinaio di bambini mediamente battezzati a Settimo, se ne contano almeno due esposti, come nel 1792, nel 1796, nel 1814, ecc. Un trovatello è registrato negli anni 1797, 1806, 1813, 1818, 1819, 1820 e così via. A Brandizzo due esposti sono annotati nel 1805, uno negli anni 1820, 1822, 1824, 1832, ecc. Assai più contenuta si profila l’entità del fenomeno tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.

Torino, la chiesa delle orfane (all'angolo fra le vie delle Orfane e S. Domenico)

Torino, la chiesa delle orfane (all'angolo fra le vie delle Orfane e S. Domenico)

La ruota degli esposti in una stampa d'epoca

: La ruota degli esposti in una stampa d'epoca

Solitamente i settimesi deponevano i neonati nei pressi della chiesa parrocchiale di San Pietro in Vincoli oppure davanti alle cappelle campestri. Pare che le preferenze andassero alla Madonna delle Grazie e al Santo Nome di Maria (la Madonnina), le due chiesette in prossimità della via per Chivasso, la strada più frequentata del territorio. A lungo, presso la Madonnina, risiedettero eremiti laici che avevano cura della cappella. I brandizzesi abbandonavano i bambini davanti alla parrocchia di San Giacomo e alla cappella di San Grato, lungo la strada di Settimo. Tutt’altro che infrequenti, inoltre, erano gli abbandoni nei pressi delle locande e delle osterie, come avvenne a Brandizzo nel luglio 1824 e a Settimo nel novembre 1813: «sur la grande route (…) sur une grosse pierre de charron à fer (una grossa pietra da carradore), vis-à-vis de l’auberge de la Rose Rouge». Ciò costituiva una garanzia per il pronto ritrovamento dei piccoli.

Alcuni trovatelli, oltre a essere avvolti in panni caldi, erano adagiati in ceste di vimini. Più raramente, quasi si trattasse di un estremo atto di affetto, non disgiunto dalla speranza di riuscire, un giorno, a rintracciare il figlio, la madre lasciava qualche indicazione sul nome da assegnare al neonato. Così avvenne per quella bambina di circa otto giorni che fu rinvenuta in un canestro, nel 1710, davanti alla porta della Madonnina di Settimo. Un biglietto avvertiva: «Il suo nome è Francesca».

Quale sorte attendeva i trovatelli? Innanzi tutto si cercava una donna che provvedesse all’allattamento. In Settimo non mancavano le balie: ben ventuno baliatici, torinesi nella stragrande maggioranza, risultano censiti nel 1858. Intanto i piccoli ricevevano il battesimo. Fra la gente del posto si trovavano sempre due persone, talvolta benestanti, disposte ad assumere il ruolo di padrino e madrina. In mancanza di altri supplivano il sagrestano e la moglie. Come è stato osservato per l’Eporediese, i padrini svolgevano per lo più una funzione formale, priva di effettivi obblighi nei confronti dei figliocci. Solo in qualche caso, l’intervento di personaggi facoltosi pare configurarsi come un tentativo di guadagnarne la benevolenza a vantaggio del trovatello.

Se i piccoli sopravvivevano (non si dimentichi che la mortalità infantile, nei secoli scorsi, risultava elevatissima), occorreva sistemarli da qualche parte. Le alternative erano limitate: o qualcuno li accoglieva nella propria casa, altrimenti le amministrazioni comunali li affidavano all’Ospedale San Giovanni di Torino. Solo nel 1801, all’epoca del governo francese, fu costituito l’ospizio dei trovatelli, poi denominato Opera di maternità.

Come sostiene lo storico statunitense John Boswell (1947-1994), «uno dei principali effetti della creazione di ospedali per trovatelli era che il problema dei bambini indesiderati» scompariva «dalle strade e dalla vista dei cittadini comuni»: «i bambini svanivano dietro le mura degli ospizi (…) e così i genitori, i parenti, i vicini e la società in genere potevano dimenticarsi di loro».

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