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Centrale a biomasse, aria di rinnovo (e non solo) a Rivarolo...

Tra autorizzazioni che si allungano, numeri che cambiano senza cambiare e controlli che inseguono, la partita sulla centrale dell’ex Vallesusa resta tutta aperta

Centrale a biomasse, aria di rinnovo (e non solo) a Rivarolo...

Centrale a biomasse, aria di rinnovo (e non solo) a Rivarolo...

A Rivarolo Canavese la centrale a biomasse è tornata, ancora una volta, al centro della scena. E no, non è una di quelle storie buone giusto per ingegneri e addetti ai lavori: qui si parla di aria, di salute, di bollette e – soprattutto – di fiducia. Quella, sempre più fragile, tra cittadini e Istituzioni.

L’ultimo giro di valzer si è consumato il 16 aprile, in Città Metropolitana, dove si è discusso del rinnovo dell’autorizzazione alle emissioni dell’impianto di Corso Indipendenza, nell’area dell’ex Vallesusa. Al tavolo c’erano tutti: tecnici del settore ambiente, Arpa Piemonte, il Comune e l’associazione “Non bruciamoci il futuro”. Tradotto: controllori, controllati e chi, da anni, prova a capire se tutto questo fumo – in senso letterale – sia davvero sotto controllo.

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La prima notizia è di quelle che fanno drizzare le antenne: la centrale potrebbe restare in funzione fino al 2040. Nove anni in più rispetto a quanto previsto finora, visto che l’autorizzazione precedente (quella del 2016) portava la scadenza al 2031. Non è ancora scritto nero su bianco, si attendono chiarimenti dalla Città Metropolitana, ma il solo fatto che se ne parli basta a riaccendere il dibattito. Perché nove anni, in queste partite, non sono un dettaglio: sono una generazione che respira.

Insomma questo è il problema, quello vero. Le emissioni. Sulla carta sembra tutto fermo: limiti invariati per polveri, carbonio organico totale, ossidi di zolfo e monossido di carbonio. Tutto come prima, verrebbe da dire. Peccato che “come prima” non sia proprio la stessa cosa, perché cambia il modo in cui quei numeri vengono calcolati.

La famosa “normalizzazione” passa da un contenuto di ossigeno nei fumi dell’11% al 6%. Sembra una finezza da laboratorio, ma è proprio lì che si gioca la partita: stessi limiti, condizioni diverse. E quindi, risultati potenzialmente diversi. È qui che scattano i dubbi, ed è qui che l’associazione chiede di vederci chiaro.

Poi c’è la buona notizia, o almeno quella che viene presentata come tale: gli ossidi di azoto si riducono, addirittura dimezzati, grazie a un sistema di abbattimento con iniezione di urea, la tecnologia SNCR. Bene, anzi benissimo. Solo che, come spesso accade, risolvi un problema e ne apri un altro: entra in scena l’ammoniaca, nuovo parametro da tenere sotto controllo.

Ma il vero nervo scoperto restano i controlli. L'associazione “Non bruciamoci il futuro” lo dice senza troppi giri di parole: il cloro (HCl) va monitorato in continuo, dentro lo SME, il sistema che misura le emissioni in tempo reale. Non a campione, non ogni tanto. Sempre. Anche perché – sottolineano – su questo punto ci sarebbe stato un impegno preciso preso dalla società nel 2022 nei confronti del Comune e dell’associazione. E allora la domanda diventa semplice: si può sapere, minuto per minuto, cosa esce da quel camino oppure no?

Arpa Piemonte prova a fare da arbitro, ma con una squadra corta: conferma la disponibilità a proseguire i controlli, compatibilmente con la carenza di personale, promette la ripresa dei report mensili sul proprio sito e mostra anche alcune tabelle sull’andamento degli inquinanti nel corso del 2025. Sul fronte cittadino, si apre anche l’ipotesi di una centralina mobile per monitorare la qualità dell’aria, ma servirà una richiesta formale del Comune. E, dettaglio non irrilevante, il servizio potrebbe essere a pagamento.

Sul tavolo resta anche un’altra questione, meno tecnica ma forse ancora più politica: il metodo. L’associazione non nasconde il rammarico per un’autorizzazione arrivata senza una Conferenza dei Servizi, che avrebbe potuto mettere tutti attorno allo stesso tavolo prima, chiarire dubbi e raccogliere osservazioni. Invece il confronto arriva dopo, a cose fatte. E la sensazione, per molti, è quella di rincorrere decisioni già prese.

E non è la prima volta. La centrale di Rivarolo è una vecchia conoscenza del dibattito locale. Da anni si alternano segnalazioni, polemiche, richieste di trasparenza, discussioni sui limiti emissivi e sulla loro interpretazione. Anche di recente non sono mancate contestazioni su possibili superamenti e sulla gestione dei controlli. Non aiuta il fatto che l’impianto sia lì, ben visibile, nel cuore di un’area urbana.

Eppure, dall’altra parte, c’è anche un’altra verità. Quella di un impianto gestito da Engie, che funziona a biomassa legnosa – cippato proveniente da filiere forestali e scarti del legno – e che produce calore per il teleriscaldamento cittadino oltre a una quota di energia elettrica. Una struttura inserita nelle politiche di transizione energetica, che punta a ridurre l’uso di combustibili fossili e che, secondo le stime, consentirebbe di evitare ogni anno migliaia di tonnellate di anidride carbonica. La versione “green” della storia, insomma.

Il problema è che tra il dire e il respirare, a volte, passa di mezzo la fiducia.

E allora la centrale resta lì, sospesa tra due narrazioni. Da una parte la soluzione, dall’altra il problema. Nel mezzo, una comunità che chiede certezze, dati accessibili e controlli continui. Non formule complicate o percentuali da addetti ai lavori, ma risposte semplici: cosa stiamo respirando?

Il confronto, per ora, resta aperto. E a Rivarolo, più che altrove, è chiaro che la transizione energetica non è solo una questione tecnica. È una questione che passa dalla trasparenza. E quella, al momento, è ancora tutta da misurare.

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