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Sanità
22 Aprile 2026 - 10:20
Riboldi, Ravinale, Canalis
Nel mondo raccontato dalla Regione Piemonte, quello delle note ufficiali e delle risposte in aula, la sanità territoriale funziona. I sistemi tracciano, le prestazioni scorrono, nessun rischio di buchi nei conti. Tutto regolare, tutto sotto controllo. Nel mondo reale, invece, quello dove lavorano operatori e si curano pazienti, succede qualcosa di leggermente diverso: prestazioni che spariscono dai sistemi, software da “aggiornare”, burocrazia che cresce e servizi già in affanno che si complicano ulteriormente la vita. In mezzo, l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi, impegnato in un esercizio sempre più difficile: sostenere che non c’è alcun problema mentre i problemi si accumulano.
Per capire davvero cosa sta succedendo bisogna partire da un punto semplice, che però nella narrazione ufficiale tende a perdersi: i problemi sono due. Collegati, ma diversi. E messi insieme raccontano molto più di una semplice “criticità tecnica”.
Il primo è lo ha sollevato la consigliera regionale Alice Ravinale di Alleanza Verdi Sinistra (AVS), ed è il più concreto, il più immediato, quello che riguarda i soldi. “Da inizio marzo il sistema SMAIL […] non consente più di valorizzare economicamente le prestazioni, causando con ciò un danno di migliaia di Euro alle ASL”. Qui non si parla di teoria, ma di contabilità pura. Il sistema SMAIL è quello utilizzato per registrare le prestazioni della neuropsichiatria infantile, cioè tutto quel lavoro quotidiano fatto da équipe che seguono minori e famiglie. Se quel sistema non funziona, o funziona male, le prestazioni vengono comunque fatte — ma non vengono conteggiate.
E se non vengono conteggiate, per la Regione non esistono. E se non esistono, non vengono pagate.
L’interrogazione è chiara: si parla di prestazioni degli ultimi 45 giorni non conteggiate. Non un dettaglio, ma settimane di attività che rischiano di sparire dai bilanci. Da qui la domanda, diretta e difficilmente aggirabile: “l’assessore pensa di poter sottrarre questo budget alle ASL?”. Perché al netto delle formule tecniche, il rischio è esattamente questo: un definanziamento di fatto, non dichiarato, ma reale.
La risposta dell’assessore Riboldi prova a rassicurare. “Non è stato inserito il vincolo di prescrizioni in ricetta dematerializzata”. Quindi nessun obbligo, nessun cambiamento sostanziale. Eppure, nella stessa risposta, si ammette che sul sistema SMAIL è stato necessario avviare un “approfondimento tecnico con l’Azienda capofila e il fornitore”per verificare disallineamenti . Tradotto: il sistema non sta funzionando come dovrebbe.

E qui scatta il primo corto circuito logico: se non c’è nessun problema, perché serve intervenire? E soprattutto, perché nel frattempo le prestazioni non vengono conteggiate?
Ma fermarsi qui sarebbe riduttivo. Perché questo è solo il primo livello, quello più visibile. Il secondo problema, sollevato da Monica Canalis, consigliera regionale del Pd, è meno immediato ma molto più profondo. Non riguarda solo un sistema che non registra, ma un sistema che rischia di cambiare — e complicare — il funzionamento stesso dei servizi.
Canalis lo dice chiaramente: “la Regione si è dimenticata dei servizi ad accesso diretto”. E ancora: “l’introduzione della ricetta dematerializzata sta sconvolgendo la regolare erogazione dei servizi”. Qui il punto è capire cosa sono questi servizi. Perché non sono ambulatori classici, dove si entra, si fa una visita e si esce con una ricetta. Sono servizi che lavorano su percorsi lunghi, continui, spesso multidisciplinari: neuropsichiatria infantile, salute mentale, dipendenze.
Funzionano così da anni, con sistemi informativi costruiti su questa logica. Non a caso esistono piattaforme dedicate come SMAIL, SISMAS, SIND. Non sono “visite singole”, ma programmi di cura.
E qui entra la ricetta dematerializzata, la famosa DEMA, introdotta dal 1° marzo sulla base di un decreto nazionale del Ministero dell’Economia e delle Finanze. In teoria si tratta di un adeguamento tecnico, legato alla sicurezza e alla tracciabilità. In pratica, però, si prova ad applicare un modello pensato per la specialistica ambulatoriale a servizi che funzionano in modo completamente diverso.
E infatti emergono subito le criticità.
La prima è organizzativa: più burocrazia. Più passaggi, più controlli, più tempo davanti al computer. Tempo sottratto alla cura, in servizi che già lavorano con personale insufficiente. Non è un dettaglio: nelle neuropsichiatrie infantili le liste d’attesa superano spesso l’anno. Aggiungere complessità amministrativa non aiuta.
La seconda è operativa: non tutti possono fare ricette. Nei servizi territoriali lavorano psicologi, educatori, terapisti. Ma la ricetta la può fare solo il medico. Quindi si introduce un sistema che richiede ricette… in contesti dove molti professionisti non possono emetterle. Un dettaglio tecnico che nella pratica diventa un blocco.
La terza è ancora più delicata: la privacy. Nei servizi per le dipendenze, l’anonimato è un pilastro. È ciò che permette a molte persone di chiedere aiuto. Ma la ricetta dematerializzata richiede identificazione nominativa. E infatti i documenti parlano chiaro: “il nuovo sistema di identificazione scoraggia molti utenti ad intraprendere un percorso di cura”. Tradotto: qualcuno potrebbe rinunciare a curarsi.
E qui il livello cambia. Non si parla più solo di burocrazia o di software, ma di accesso alle cure.
Le società scientifiche — psichiatria, neuropsichiatria infantile, servizi per le dipendenze — non lasciano spazio a interpretazioni: parlano di “criticità operative non marginali”, di rischi per la continuità assistenziale, di incompatibilità tra modello organizzativo e strumenti amministrativi . I direttori dei servizi arrivano a evocare possibili violazioni normative e problemi legati al trattamento dei dati personali .
E mentre tutto questo viene messo nero su bianco, la risposta politica resta la stessa: nessun problema.
La Regione ribadisce che “non esiste alcun rischio di perdita di risorse”, che le prestazioni sono tracciate, che tutto è coerente con la normativa. Però, nello stesso tempo: SMAIL è oggetto di verifiche; SISMAS è in aggiornamento; si parla di disallineamenti; si avviano approfondimenti tecnici
Insomma, il sistema funziona perfettamente. Ma lo stiamo sistemando.
E a questo punto i due problemi si sovrappongono. Da una parte, quello denunciato da Ravinale: prestazioni fatte ma non conteggiate, quindi soldi che rischiano di non arrivare. Dall’altra, quello sollevato da Canalis: un modello amministrativo che non si adatta ai servizi e rischia di complicarli, rallentarli, in alcuni casi renderli meno accessibili.
Due livelli diversi, ma stessa direzione.
Nel frattempo, nei servizi succede questo: operatori che cercano di far funzionare sistemi che non dialogano, prestazioni che devono essere registrate più volte, pazienti che aspettano, percorsi che si allungano. E tutto questo in un contesto già fragile.
E allora la domanda finale torna sempre lì, semplice e concreta. Non serve conoscere i flussi informativi o le normative.
Se una prestazione viene fatta ma non viene conteggiata, esiste oppure no?
E se non esiste, chi paga?
Perché tra una risposta rassicurante e un sistema “in aggiornamento”, la sensazione è che il problema non sia solo tecnico. Ma anche — e forse soprattutto — politico.
C’è una cosa che nella pubblica amministrazione funziona sempre benissimo: la negazione del problema. Non è una scelta, è quasi una forma di riflesso condizionato. Più il problema è evidente, più diventa necessario spiegare che non esiste. E più non esiste, più serve intervenire per risolverlo. È un meccanismo elegante, autosufficiente, quasi perfetto. E infatti si ripete.
Nel caso della sanità piemontese, la questione non è neppure se ci siano difficoltà tecniche — quelle, per definizione, ci sono sempre — ma la distanza siderale tra ciò che accade e il modo in cui viene raccontato. Non è una differenza di opinioni, è proprio un problema di linguaggio. Da una parte si parla di “adeguamenti”, “allineamenti”, “flussi informativi”. Dall’altra, molto più banalmente, di cose che non funzionano.
Il punto interessante non è nemmeno stabilire chi abbia ragione — perché spesso, in queste vicende, hanno ragione tutti e nessuno — ma osservare come si costruisce la rassicurazione. Si parte da un principio incontestabile: la normativa nazionale. Se qualcosa deriva da un decreto, allora è inevitabile, quasi naturale. Come la pioggia. Poi si aggiunge che tutto è coerente con quel quadro. E infine si conclude che eventuali criticità sono marginali, in via di superamento, già superate o in fase di approfondimento. È una narrazione lineare, rassicurante, quasi ipnotica.
Peccato che nel frattempo qualcuno debba lavorare dentro quel sistema.
E lì il racconto cambia. Perché la realtà ha una caratteristica sgradevole: non si lascia raccontare facilmente. Non segue le circolari, non si adegua ai comunicati. Succede, e basta. E quando succede, produce effetti. Piccoli, grandi, ma concreti. Che non hanno bisogno di interpretazione.
Il paradosso è che non siamo di fronte a uno scontro ideologico, ma a qualcosa di molto più prosaico: una questione di adattamento. Di strumenti pensati per un contesto e applicati a un altro. Di modelli che funzionano bene sulla carta e meno bene nella vita reale. Non è una novità, succede continuamente. Ma ogni volta si ripete lo stesso schema: si interviene, si corregge, si aggiorna. E intanto si continua a dire che tutto funziona.
mmettere che qualcosa non ha funzionato è sempre più difficile che sistemarla. Perché sistemare è tecnico, ammettere è politico. E la politica, si sa, preferisce la tecnica. La tecnica non vota.
Poi c’è un altro elemento, più sottile. La fiducia. Perché tutto questo regge finché chi sta fuori — cittadini, pazienti, operatori — accetta il racconto. Finché la distanza tra ciò che si dice e ciò che si vive resta sopportabile. Ma quando quella distanza si allarga troppo, succede qualcosa di fastidioso: le parole perdono peso.
Non è un problema immediato. Non si misura nei bilanci, non compare nei flussi informativi. Però si accumula. E alla fine resta lì, come una crepa. Invisibile finché non diventa evidente.
E allora la questione, forse, non è neppure quella tecnica. Non è il sistema, la ricetta, il software. È la fatica — crescente — di raccontare una realtà complessa con parole semplici senza trasformarle in parole vuote. Perché dire che non c’è un problema quando qualcuno lo vede, lo vive o lo subisce, non lo elimina. Lo sposta.
E i problemi spostati hanno una brutta abitudine: tornano.
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